15 Novembre 2010 | 07:13

Zucchero: «La vita è bella»

La rockstar emiliana, a quattro anni di distanza da «Fly», torna con un disco solare e pieno d’energia «Chocabeck» e confessa a Sorrisi: «Dopo un periodo difficile ho capito quant’è meraviglioso stare al mondo»

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Zucchero: «La vita è bella»

La rockstar emiliana, a quattro anni di distanza da «Fly», torna con un disco solare e pieno d’energia «Chocabeck» e confessa a Sorrisi: «Dopo un periodo difficile ho capito quant’è meraviglioso stare al mondo»

15 Novembre 2010 | 07:13 di

Zucchero (foto Massimo Sestini)
Zucchero (foto Massimo Sestini)

L’unico capolavoro è vivere, scriveva lo scrittore francese Gilbert Cesbron. Ed è di vita vissuta, ricordata o anche solo immaginata, che Zucchero, alla ricerca del suo capolavoro, ha riempito il nuovo album «Chocabeck».

Al disco, uno dei più ispirati e raffinati dell’artista, liberatosi dai cliché del «blues a ogni costo», hanno partecipato Francesco Guccini, Pacifico, Pasquale Panella, Roland Orzabal dei Tears For Fears, Iggy Pop (che firma due testi per la versione americana e inglese), Brian Wilson dei Beach Boys, Bono degli U2 (autore di un testo per la versione internazionale) e il redivivo Mimmo Cavallo. «È un album legato alle radici. Un “concept”, per usare un termine antico» spiega Zucchero. «Ho immaginato una domenica di paese, dall’alba all’imbrunire. Una volta quel giorno aveva un suo suono. Quello della pace nell’aria, delle fabbriche spente, delle campane a mezzogiorno, dei bimbi che giocavano nelle piazze, dei vecchietti che s’incontravano. Oggi la domenica sembra un giorno come un altro».

Nostalgia?
«No, piuttosto un modo per dire, dopo tanto vagare per il mondo: “Vorrei tornare a quella vita lì”. Non a caso ho scelto di vivere in un paesino. Dove i vicini ti portano la torta d’erbe la domenica, o il fiasco di vino».

Soddisfatto del risultato?
«Sono legato in modo particolare a questo disco perché è un’ennesima svolta nella mia carriera: nelle sonorità, negli arrangiamenti, nei temi. C’è una crescita. L’importante è non ripetersi e non fare le cose con la carta carbone. Dentro c’è tutto il mio mondo, dal titolo, che è in dialetto, alle collaborazioni. C’è Bono, c’è Iggy Pop, ci sono i migliori produttori del momento (Don Was e Brendan O’Brien, ndr). Sono tornato un po’ ai tempi di “Blues” o “Oro incenso e birra”. Mi son detto: faccio come pare a me e scrivo quello che viene, poi se piace piace».

«Un vento caldo» è scritta con Francesco Guccini. Come è nata la collaborazione?
«Ci conoscevamo da anni. Io andavo da lui a Pavana e lui veniva da me a Pontremoli. Sua mamma mi adorava. Era di Carpi, vicino Modena, e parlava in dialetto. Mi hanno sempre fatto sentire uno di famiglia. Così quando mi è venuta l’idea del paesino ho pensato: “Chi meglio di Francesco può essere in sintonia con quel mondo e quei temi?”. Tutte le mie collaborazioni, da Sting a Paul Young, passando per Eric Clapton, sono nate da un’amicizia. Io con questi grandi artisti mi rapporto ancora da fan, non riesco a vederli come miei colleghi, anche se magari oggi vendo più dischi e sono più famoso di molti di loro. Sono padrino della figlia di Paul Young e di quella di Sting, Coco, che adesso è diventata anche lei cantante. Eric Clapton lo vedo sempre, quando vado a Londra. Probabilmente non faremo più niente insieme, ma il rapporto è rimasto».

Con gli italiani invece è più dura.
«Anche con loro avrei voluto dar vita a grandi cose, come con Pavarotti, con cui per 12 anni facemmo “Pavarotti & Friends”. Purtroppo l’artista italiano ti dice “ci penso”, “vediamo”, “parlo col manager” e passano mesi. Lo straniero decide, non ha bisogno di sentire il manager. All’estero da sempre c’è l’abitudine e il piacere di collaborare e scambiare esperienze».

Qual è l’immagine più significativa della sua carriera?
«Sicuramente l’incontro con Gianni Ravera, l’ex patron del Festival di Sanremo. Ero in una fase in cui pensavo di smettere, ero padre di due bambine e anche se avevo fatto qualche successo come autore, come cantante non mi voleva nessuno. Lui mi disse: “M’hanno detto che sei bravo a scrivere le canzoni. Vieni da me al Festival di Castrocaro” (il celebre concorso per voci nuove, ndr). A me, che facevo musica da 15 anni, sembrava un passo indietro, ma lui insistette: “Guarda che se sei bravo è l’unica cosa che puoi fare per venir fuori”. Mi iscrissi e da lì è partito tutto. Ci sono incontri che ti cambiano la vita. Stai per toccare il fondo e c’è qualcuno che ti tira per i capelli. Io ci credo a queste cose».

C’è mai stato qualcuno che le ha detto: «Stai sbagliando?».
«Ho avuto qualche buon consigliere negli anni in cui, dopo la fine del mio matrimonio, soffrivo di depressione e di attacchi di panico. Amici che mi hanno voluto bene, gente che mi vegliava anche durante la notte per paura che facessi qualche idiozia».

Come ha gestito quella crisi?
«È stata durissima. Sono stato chiuso in casa quasi per sei mesi e non avevo la forza di attraversare la strada per prendere un gelato. Portavo le mie due bambine al luna park con la gente che inevitabilmente mi chiedeva autografi, mentre io volevo soltanto sparire. Non dovevo far vedere che stavo male, però stavo proprio male. Aspettavo solo che arrivasse sera per poter dire: “Ok, adesso non devo più fingere con nessuno”. È stata dura andare sul palco e far finta di essere forte, di avere una grande energia, mentre il mondo mi crollava addosso. Ci ho messo tre anni».

E oggi?
«Pur non avendo trovato molte risposte a quelle domande, ho imparato a convivere con i miei demoni. Sono molto più sereno, pieno di speranza. Ho una famiglia stupenda, ho fatto pulizia intorno a me e ora ho un po’ di amici veri, sinceri. Abito in un posto che è pieno di armonia e di grazia, che mi sono costruito. Mio figlio Blue cresce in un buon ambiente, ho sempre più voglia di fare il mio mestiere, sono sempre più curioso, non ho più motivi per star male, anche se poi la cosa è sempre lì, latente, che ti aspetta e non ti lascia mai completamente. Insomma, godo il momento. Ecco perché tornare alle radici è una buona medicina. In fondo è tutto nel titolo del nuovo singolo: dalle mie parti gli anziani, dopo una bella mangiata o qualcosa di bello che è successo, dicono: “Ah, è un peccato morir!”».