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Ma chi è Borat?
C’è un uomo timido e geniale dietro la maschera del kazako che ha sconvolto gli americani. Parla Sacha Baron Cohen, protagonista del film del momento
26/2/2007
di Paolo Fiorelli
e Armando Gallo

Parla Borat: «Fare questo film mi ha insegnato che in America sparare agli Indiani non è più consentito! Anzi, colgo l’occasione per scusarmi ancora con quelli del Potowatoma Casinò...». Parla Sacha Baron Cohen: «Fare questo film mi ha insegnato l’assurdità di ogni pregiudizio razziale».
Ridiamo la parola a Borat: «Vorrei precisare che non ho nessun rapporto con questo Mr. Cohen e che sostengo pienamente l’iniziativa del mio governo di trascinare in tribunale questo ebreo!». Torniamo a Sacha Baron Cohen: «Nascondendosi dietro l’alter ego di un personaggio, è possibile fare e dire delle cose che altrimenti non so se avrei avuto il coraggio di fare e dire».
Piano. Andiamo con calma. È evidente che tra Sacha Baron Cohen e Borat ci sono profonde differenze... anche se si tratta della stessa persona. Il primo è un elegante e persino timido gentiluomo inglese, di origine ebrea, che di professione fa il comico. Il secondo è il suo personaggio: un improvvisato giornalista del Kazakistan, rozzo e razzista ma a suo modo candido (non sa di dire cose orribili), in viaggio negli Stati Uniti per scoprirne le «differenze sociologiche». Tanto che il sottotitolo del film è «Studio culturale dall’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan».
Tutto chiaro, allora? Mica tanto. Perché tra Sacha e Borat è scattato un corto circuito, e non sempre è facile capire quando finisce l’uno e quando comincia l’altro. Paradossalmente a favorire l’equivoco che lo fa spesso identificare con la sua irriverente e invadente creatura è proprio la riservatezza del vero Sacha Baron Cohen. Che confessa: «Ho pensato che nascondermi dietro il personaggio sarebbe stato un ottimo metodo per sfuggire agli aspetti negativi della fama. Quando voglio essere riconosciuto, sono Borat, ma quando voglio starmene tranquillo con me stesso, e andare a spasso senza che nessuno mi fermi per strada, ridivento Sacha».
È così che di solito alle conferenze stampa o alle interviste non si presenta Cohen, ma Borat. Con inevitabili attriti con gli intervistatori («Lei è giornalista? In mio Paese diciamo che far scrivere a una donna su giornale è come dare una pistola a una scimmia! Non lo facciamo più dal grande massacro dello Zoo di Astana, nel 2001...»).
Non solo: a intorbidire le acque c’è il fatto che Borat non vive nel mondo fantastico creato dal suo autore, come qualsiasi altro personaggio, ma si muove in carne e ossa in mezzo a noi. E questa è la sua forza. In «Borat», Sacha Baron Cohen è l’unico che recita davvero: gli altri sono persone reali, vittime di una gigantesca candid-camera che dura un film intero, convinte davvero di aver a che fare con un incredibile inviato del Kazakistan. Il vero spettacolo è vedere le loro reazioni di fronte alle assurde, oltraggiose affermazione del loro ospite: c’è chi domina l’imbarazzo pur di rispettarne la «differenza culturale», come la dama del sud che lo ha invitato a cena (e che sopporta, affranta, battute triviali e becera maleducazione). E chi si lascia andare ai peggiori istinti ed è lieto di unirsi alle sue tirate razziste e maschiliste. «Questa pistola va bene per ammazzare i musulmani?» chiede Borat in un negozio d’armi. «Certo» gli rispondono «con quella può ammazzare chiunque».
Ma perché tutta questa messinscena ai danni di inconsapevoli e sconosciute «vittime»? «Credo che il film serva a mostrare l’assurdità di qualunque forma di pregiudizio razziale» ha detto Cohen, in una delle rarissime occasioni in cui non parla con i toni e i temi del suo alter ego, alla rivista «Rolling Stone». L’affermazione diventa più credibile se si pensa che Cohen è un ebreo osservante al punto di attenersi alla cucina kosher e rifiutarsi di lavorare al sabato. La sua fan più accanita è la nonna 91enne che vive ad Haifa, in Israele, dove gestisce una scuola di fitness. E al suo fianco c’è l’attrice Isla Fisher, che presto lo sposerà: dopo essersi convertita.
Proprio nell’irriverente tradizione dell’umorismo ebraico affondano le radici della carriera di Cohen. L’ha assorbita vivendo per un anno in un kibbutz in Israele, e creando con i suoi amici del liceo il gruppo comico Habonin Dror. Ma la sua vera passione erano le imitazioni. «A undici anni» dice «andavo a fare la break-dance sui marciapiedi: imitavo chi era alla moda. Poi ho cominciato a crearmi dei personaggi per entrare nei locali senza pagare. Facendo lo spacciatore o il buttafuori, passavo le barriere».
Sembra facile, ma prima di affinare la sua tecnica Sacha si è fatto cacciare in malo modo decine di volte e così ha messo a punto le sue qualità di fondo: una gran faccia tosta e un’incredibile tenacia. Solo più tardi, però, Cohen ha capito che questo misto di realtà e finzione sarebbe stato il suo punto di forza. E ha creato il personaggio di Ali G, rapper bianco che ottiene interviste dai divi per poi seppellirli di parolacce. Il nome etnico? Serve a togliere agli intervistati la voglia di aggredirlo, per non fare la figura dei razzisti. Già, perché la satira del razzismo è solo una parte dell’anima comica di Cohen. Nell’altra c’è il puro gusto della risata demenziale e del turpiloquo più spinto. Su questo bisogna essere chiari: «Borat» è divertente, ma non è un film raffinato o per famiglie. A meno che non siate pronti ad assistere senza battere ciglio al protagonista che presenta sua sorella come «la prostituta n° 4 di tutto il Paese» o che va in giro per un salotto con un sacchetto che contiene le sue feci.
«Io non potrei mai essere così cattivo con la gente» dice Pino Insegno, che è stato scelto da Cohen per dar la voce italiana al suo personaggio. «Però Sacha è straordinario e la sua cattiveria è il punto di forza del film. Non ce l’ha con i Kazaki, che pure si sono arrabbiati parecchio, e li capisco. In realtà nel suo mirino c’è la gente comune e la sua apatia, la sua incapacità di opporsi alle idee preistoriche di Borat. Il personaggio, e questa è un’altra trovata geniale di Cohen, è come un bambino, non si rende conto che quello che dice è offensivo. Ma la cosa stupefacente è che quasi tutti quelli che incontra, anziché scandalizzarsi o fermarlo, gli danno ragione. A me ricorda un po’ Benigni, ma con una robusta dose di perfidia in più. Benigni sorprendeva gli americani passeggiando sui bordi delle poltrone nella notte degli Oscar: “Ma questo cosa fa, cammina sulla testa della gente?” pensava il pubblico. E rideva. Ecco, anche Cohen cammina sulla testa del pubblico. Però in senso figurato, provocandolo, facendogli fare delle figuracce. E fa ancora più male...».

Ecco come ha inguaiato il presidente George Bush
«Posso fermare la guerra in Iraq, ma non un film». Queste, naturalmente secondo fonti non ufficiali, sarebbero le parole con cui il presidente americano George W. Bush avrebbe accolto una delegazione diplomatica del Kazakistan che gli chiedeva di impedire la distribuzione di «Borat». Eh sì, perché attorno al film di Sacha Baron Cohen si è scatenato un vero putiferio mediatico, al limite della crisi diplomatica. Sui giornali americani si sono moltiplicate le pagine «pro» e «contro» il film. E il governo del Kazakistan ha addirittura minacciato di intentare una causa (ma poi si è limitato a una campagna pubblicitaria in difesa del Paese). Ma quali sono le scene-chiave del film? Ecco la nostra classifica... in ordine ascendente.
5. Borat al rodeo Ospite a un rodeo, Borat saluta il pubblico con un discorso in cui esalta la guerra in Iraq e invita Bush «a uccidere fino all’ultimo sporco iracheno».
4. Borat e le femministe All’incontro con un gruppo di femministe Borat fa domande come: «Che senso ha concedere il voto alle donne ma non ai cavalli?».
3. Borat nudo alla convention Borat e il suo grassissimo «produttore» si inseguono completamente nudi per i corridoi di un hotel e finiscono nel bel mezzo della sala conferenze dell’albergo dove è in corso una convention.
2. Borat presenta il Kazakistan È la sequenza che più di tutte ha fatto imbufalire le autorità kazake. E come dar loro torto? Borat presenta il «suo» Paese come un posto dove le donne vivono in gabbia, il passatempo preferito è lo stupro e la bevanda nazionale è l’urina fermentata di cavallo.
1. Borat e gli avvelenatori ebrei È la sequenza in cui la satira dei pregiudizi razziali è più divertente. Borat, che è costretto a cercarsi un rifugio, si ferma nel Bed&Breakfast gestito da due simpatici anziani. Ma quando scopre che sono ebrei, la sua paranoia xenofoba trasforma ogni innocuo dettaglio in una «minaccia mortale». E anche una semplice fetta di torta diventa, per lui, la prova che hanno cercato di avvelenarlo.



(Tv Sorrisi e Canzoni n.10 - 2007)
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