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Costantino della Gherardesca si racconta a Sorrisi.com
L'opinionista di «Markette», che non fa mistero della propria omosessualità, parla a ruota libera di televisione e universo gay
26/4/2005
di Elena Tebano

È passato mezzogiorno, a Milano. Costantino Della Gherardesca, Conte Palatino, Patrizio di Firenze, Pisa e Volterra, apre la porta vestito solo di un lungo caffettano azzurrino. Dall'orlo del vestito spuntano le gambe grandi e i piedi nudi. Lui è un omone di un metro e ottantotto centimetri buoni. Opinionista di «Markette» dai nobili natali, ventotto anni, Costantino non fa mistero della propria omosessualità. «Sorrisi» è andato a chiedergli cosa pensa dei gay in tv. Oltre a essere nel cast della trasmissione di Chiambretti, Costantino, infatti, è un grande appassionato di televisione e adora parlare di "format". Lui le trasmissioni tv le chiama con il gergo degli addetti ai lavori. E annuncia subito «Mi sono svegliato adesso, ieri notte ho guardato la televisione fino alle cinque. C'erano dei programmi inglesi nuovi che dovevo vedere». Nelle sue trasandatissime stanze d'albergo, tra i vestiti e le valigie aperte, scodinzola il suo cane jack russell, Pinoli. Costantino prende un bicchiere d'acqua e ingoia una pasticca di Xanax, poi si accomoda su una poltrona ed è pronto per iniziare.
Negli ultimi mesi si vedono molti personaggi televisivi che vivono apertamente la loro omosessualità. Il giornalista Alessandro Cecchi Paone ha anche accettato di rispondere alle domande dei nostri lettori su questo tema. È un segnale positivo?
È vero c'è una nuova generazione di gay televisivi, ma sono resi innocui. Non solo per la tv, ma per la società. Sembrano dei professori d'asilo: proprio come Cecchi Paone. Sono omosessuali dichiarati, ma ossessionati dal far passare lo stesso messaggio: «Io sono a posto, con i capelli ben tagliati, la camicina, e non voglio che gli omosessuali siano rappresentati male, da gente strana».
Che cosa c'è di sbagliato nel fatto che Cecchi Paone si presenti come una persona normale?
I Cecchi Paone ci fanno credere che un gay sia un uomo come tutti gli altri, nato sotto la parrocchia in una cittadina qualsiasi. E che un giorno, invece di prendere per mano una ragazza, ha preso per mano un ragazzo. No. La realtà omosessuale è diversa. Ed è piena di difficoltà. Difficoltà che portano però ad avere una marcia in più, quella che devi ottenere per superarle. Ce la devi fare, devi trovare la tua cifra, il tuo posto, ti devi tuffare in cose diverse, in una cultura, in una subcultura, nel mondo intellettuale, dove gli omosessuali sono accettati. Altrimenti non sopravvivi. Quella è la realtà.
E chi l'ha rappresentata meglio nella televisione italiana?
Aldo Busi. Lui è stato il più utile, l'esempio più raffigurativo della realtà dell'uomo gay. Quella di una persona che ha anche dovuto combattere. Busi non si è mai messo a dire «io sono un brav'uomo, che va tutti i giorni a pregare». Busi è quello che ha veramente alzato la soglia di tolleranza nei confronti dei gay. Moltissimo. Più di tutti gli altri e meglio di tutti gli altri. Certo, ha iniziato a farlo in un'epoca in cui il pubblico era pronto a essere più tollerante: agli inizi degli anni ‘90. Ma anche adesso, da noi a «Markette», ha criticato le «teochecche», come le chiama lui, gli omosessuali che ostentano la loro religiosità per compiacere i perbenisti. E lo dico con spirito obiettivo, nonostante io, quando l'ho conosciuto di persona, l'abbia trovato molto antipatico.
Chi è, oltre a lui, il personaggio che ha avuto più importanza?
Platinette. Platinette è stata una figura chiave. Ma, nonostante la sua forza, è innocua, non è provocatoria come Busi. Anche se televisivamente Platinette è molto divertente, perché attacca briga, litiga, dice sempre la sua. Ma, alla fine, non disturba. È sì un uomo travestito da donna, ma in modo molto caricato, e non desiderabile sessualmente. Quindi una moglie non penserà mai che il marito stia guardando il sedere di Platinette. Toglie l'elemento sessuale, quello che dà più fastidio. Ancora di più fa Cecchi Paone: addirittura lui ha usato per definirsi parole come «omoaffettivo». Ha tolto il sesso anche dalla parola: "omoaffettivo»! Ma a chi la racconta!
Quale tipo di personaggio non sarebbe "innocuo", allora?
Ci vorrebbe un uomo grande e grosso, bisognerebbe vestirlo da camionista, fargli fare i muscoli, fargli dire «io sono un omosessuale! Vi posso appiccicare al muro», allora sì che si vede se c'è tolleranza. Bisogna usare le stesse tattiche delle pubblicità progresso: essere violenti. Terapia d'urto. Come con gli spot sull'aids o sul telefono azzurro. Non è vero che così geli lo spettatore, gli fai paura. Il povero spettatore segue sempre. Perché dovrebbe stare lì indisturbato, come una patata lessa? Poi si annoia, gli si atrofizzano le gambe, gli viene un'embolia.
Ma perché i gay sono diventati visibili alla maggior parte della gente soprattutto in televisione, prima e più che nella vita quotidiana?
Perché in Italia la televisione è il mezzo culturale più importante. In altri paesi non è così; il cinema e la musica giocano un ruolo maggiore. In Inghilterra, per esempio, la musica ha fatto molto per la visibilità degli omosessuali. In quel campo hanno avuto veri gay e finti gay, gente addirittura che faceva l'omosessuale per essere chic, come David Bowie. Oppure Boy George, che negli anni'80 era dichiaratamente gay. Io lo conoscevo: era uno dei fenomeni più interessanti. È stato completamente accettato dalle masse. Voleva andare un passo oltre Bowie, glielo aveva suggerito Philip Sallon un promoter della discoteca dove George lavorava come guardarobiere. Mettersi il trucco, fare un po' l'androgino era già stato visto. Ma nessuno aveva oltrepassato le donne stesse in femminilità, come fece lui. Boy George pensava che la reazione sarebbe stata «per carità, chiudete i bambini in camera». Invece tutti, anche le nonnine, lo hanno amato.
Quindi sono i mezzi di comunicazione di massa che promuovono l'accettazione degli omosessuali?
Dipende. Nel caso dell'Inghilterra, Londra era già una città cosmopolita, piena di omosessuali, che ha prodotto quel clima di apertura. I media, poi, l'hanno fatto arrivare anche in provincia. In Paesi come la Svezia, la Danimarca, l'Olanda, potevano anche trasmettere cartoni animati di cervi che vanno a bere l'acqua. Sarebbe stato lo stesso. Lì era tutta la società ad essere tollerante con i gay. La loro cultura sociale, quella insegnata dal papà e dalla mamma, è già di non discriminazione nei confronti dei gay, di accettazione.
E in Italia, invece?
In Italia c'è bisogno della tv per creare tolleranza nei confronti degli omosessuali, perché la società è in ritardo rispetto agli ambienti "culturali". Per fortuna la televisione segue delle tendenze mediatiche che vengono dall'estero. E poi c'è il mercato, meno male che c'è il mercato. Gli omosessuali in tv funzionano: portano pubblico e soldi, sono un affare. Forse è questo il fattore più importante.
E lei? Non ha paura di trovarsi cucita addosso l'etichetta di gay?
No, perché il mio modo di essere gay in televisione è particolare. Un elemento della mia personalità tra gli altri. Io, anche quando vivevo a Londra, negli anni 90, ero considerato un po' fuori dalle righe, avevo addosso delle altre etichette più forti, che sovrastavano quella di gay. L'etichetta del rockettaro, del freak ("mostro", "strano" in inglese, n.d.r.). I miei amici ed io, a Londra, eravamo già avanti. Niente a che vedere con gli omosessuali della genìa delle magliette, i pantaloni militari e la musica dance. Piuttosto i gay che andavano ai concerti punk truccati: dei freak, appunto. E in quell'ambiente, fatto di trasgressione, c'era anche la droga.
Lei ne ha fatto uso?
Sì. Ho iniziato molto, molto giovane. Il primo spinello l'ho fumato a 13 anni, il primo ecstasy me lo sono fatto a 14, forse 15. La cocaina è arrivata subito dopo. E poi s'è spiegato l'origami. Ho provato tutto. Ho smesso nell'unico modo in cui si può smettere: ho toccato il fondo. Il risultato è un metabolismo leggermente alterato. Che mi ha fatto ingrassare così. Comunque sto miracolosamente bene: ci sono persone che hanno fatto un decimo del mio uso di droga e ora sono dei vegetali.
Perché ha iniziato?
Mi ha aperto una parte della società che altrimenti non avrei mai conosciuto. Un certo tipo di musica andava insieme a certe droghe, specialmente con l'eroina. L'eroina ormai è un fenomeno finito. Io non mi sono mai iniettato, non mi sono mai fatto le "pere", però fumavo l'eroina. Come l'omosessualità ti fa entrare in certi locali, in certe circoli artistici, così succedeva con la droga. Mi ha aperto degli orizzonti, paradossalmente. Ovviamente sarebbe stato meglio, alla gran lunga, se quelle cose le avessi scoperte in libreria. Anzi, consiglio di scoprirle in libreria. Anche perché oggi quel mondo è finito. La droga si è integrata nell'esperienza "normale". Prima si andava con un gruppo di sbandati, si seguiva uno stile di vita, diciamo così, di sola arte. Musica, droga, concerti. Era tutta gente interessata a qualcosa. Ora no. Se vuoi farti di cocaina vai in un club dove ci sono due pr sgallettate che non sanno nulla di niente. Se vuoi farti d'ecstasy, sia nei club gay che non, finisci in un capannone con tutti i ragazzini, poveracci, costretti come delle mucche a sentire musica spaventosa. Dove non impareranno mai nulla. S'è creato un ghetto noioso, pure per la droga. Quindi, per carità: meglio rimanere a casa e non provarla mai.
Lei, però, ha voluto provare tutto?
Sì, ho dovuto capire.
Anche le donne?
Certo. Anche per via della droga, quando ero fuori di me. Devo ringraziare la droga pure per quello. Allora, poi, ero molto più magro, molto più attivo. Adesso il sesso per me è secondario in generale, anche con gli uomini. Come certi farmaci abbassano il desiderio, io per gli sbilanciamenti chimici dopo anni di droga, non ho una forte libido.
Come è arrivato a «Markette»?
Avevo già lavorato con Piero (Chiambretti, n.d.r.) a «Chiambretti c'è». Lui aveva invitato mia madre a quella trasmissione per parlare di una cosa, che io non avevo ben capito. Pensavo fosse il ritorno dei Savoia in Italia. Ho detto a mia mamma «Ci vado io a Parlare male dei Savoia. E a dire che restino fuori, perché siamo una Repubblica e mi vergogno di loro come monarchi». Così sono andato. Ma avevo frainteso: la puntata era sui no global. A Chiambretti sono piaciuto lo stesso, mi ha chiesto se ero disposto a fare altre cose con lui. E lì mi ha tenuto, mi ha acquisito.

Si sentono delle voci e Costantino si alza. «Aspetta un attimo» dice ed esce sul pianerottolo. Entra nella porta di fronte. Lì c'è Marco Eugenio Brusutti, l'altro nobile opinionista di «Markette», che sta provando dei vestiti con la sua stilista di fiducia. Ha addosso una vestaglia da camera bianca con due lunghissime maniche che sembrano ali. I suoi riccioli biondi completano il quadro: potrebbe essere un cherubino. Nel frattempo riappare anche Costantino. Indossa una tunica amaranto, con tanto di cappuccio da templare. «L'ho disegnata io» spiega. «Patti Farinelli prepara gli abiti di scena per Marco Eugenio e realizza quelli che invento io per il mio uso privato. Sì, questa mi piace». La scena si ripete con un altro abito simile, stavolta azzurro ghiaccio. «Questo colore è più bello» commenta. Poi una giacca nera e lucida col collo bianco da chierichetto, da usare per il programma. Solo dopo torna nelle sue stanze e riprende l'intervista. «Voglio parlare di format televisivi» annuncia.

Va bene, qual è la più bella scena gay della televisione?
La migliore scena gay? Sfortunatamente quando i personaggi sono davvero grandi, non importa se siano gay o eterosessuali. In un'opera di alto livello artistico la sessualità non è importante.
Qual è quella più divertente, allora?
Potrebbe essere il ragazzino omosessuale nel grande fratello teen della televisione inglese, «Teen Big Brother». L'ho visto ieri notte. È un esperimento, registrato quest'estate; non credo che possano mandarlo in onda in diretta perché i protagonisti hanno meno di 18 anni. Non avevano ritegno. Non solo erano apertamente omosessuali, non avevano la paura che abbiamo in Italia di non dar noia, non so… all'«Avvenire», il giornale intendo. Ma dicevano cose come «Sì, io sono per l'aborto». In mezzo a tutto questo c'è anche un ragazzo musulmano. Uno che si ferma e si mette pregare. Contrapposto a un adolescente della cattolica Belfast, omosessuale dichiarato. Anche lui minorenne e per di più apertamente gay da quando aveva 14 anni. Ripete continuamente «Sono un parrucchiere, la mia vita è fare il parrucchiere». È divertentissimo. E inimmaginabile per la televisione italiana.
Cosa ne pensa di «Cronache Marziane»?
Non posso rispondere: non l'ho mai visto.
E dei «Fantastici 5»?
Mi diverte abbastanza. Ho visto anche la trasmissione originale americana. È pensato per quel mondo, dove c'è molta più differenza tra chi veste con stile e chi no. Ma mi piace, come tutti i programmi in cui c'è una trasformazione radicale dei protagonisti. Ho anche conosciuto i ragazzi della squadra e gli autori: sono molto simpatici.
Conosce «Dawson's Creek»? È stata una delle prime serie con un protagonista omosessuale.
«Dawson's Creek» mi fa accapponare la pelle. Lo detestavo. È il programma più noioso della storia della televisione. Era banale e perbenista, uno strumento di evangelismo.
Ha visto la puntata dei «Simpson» sulla televisione americana in cui si parla di matrimoni gay?
Sì l'ho vista: è recentissima. Giusto io, che registro le puntate americane, posso sapere queste cose! La storia è questa: a Springfield, per fare soldi, il sindaco decide di permettere i matrimoni gay. Tra le coppie gay, però, c'è la sorella di Marge, Patty. Marge all'inizio è a favore dei matrimoni gay, poi quando scopre che sua sorella è omosessuale, viene fuori che non è poi così tranquilla in proposito. È una splendida parodia dell'ipocrisia di molta gente, che è aperta solo a parole. Marge, comunque, viene a scoprire che la futura sposa di sua sorella è in realtà un uomo. Si era travestito da donna per partecipare a un torneo di golf femminile. Così, quando sono di fronte all'altare Marge si mette a urlare: «È un uomo!». Patty è sconvolta e grida: «No, a me piacciono le donne, non voglio stare con un uomo». È magnifico.
Ha altre anticipazioni sui personaggi gay delle serie?
Ci sarà un gay anche in «Desperate Housewives». Saranno due personaggi che stanno insieme. Il giovane giardiniere che sta con la ragazza sposata, ha un compagno di camera. Questo ragazzo è gay. Un personaggio secondario, niente di che. Ma, presto viene fuori che sta con qualcuno: il suo partner è uno dei protagonisti del programma. Nell'ultima puntata, la 15 della prima serie, si vedrà lui, il compagno di stanza, in una piscina. È con il figlio di Bree, quella tutta perfettina: anche lui è omosessuale. Lo scoprirà il personaggio di Teri Hatcher.
Pensi che la presenza di gay dichiarati tra i personaggi televisivi sia un fenomeno passeggero?
No. La tolleranza nei confronti degli omosessuali sta aumentando e spero che raggiungerà un livello più alto di quello di adesso. Ma non si può mai essere certi: c'è sempre il rischio di tornare indietro.

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