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La mia vita
«Pensa se non ci avessi provato» è il titolo dell'autobiografia di Valentino Rossi (Mondadori, pagine 305, 15 euro) in vendita nelle librerie e nelle edicole con «Sorrisi». Valentino ripercorre nel libro le tappe della sua giovane (ha 26 anni) ma intensissima vita. Qui pubblichiamo un ampio estratto dell'undicesimo capitolo: pagine irresistibili, mozzafiato. Proprio come le sue gare
10/11/2005
di Valentino Rossi

Ci conoscevano tutti, i carabinieri di Tavullia. Ci vedevano quasi ogni giorno. Vale a dire, ogni volta che ci fermavano. Già, perché da ragazzini io e i miei amici avevamo delle intense frequentazioni con loro, cioè i carabinieri di Tavullia.
Ma anche con quelli dei paesi vicini. Avevamo un rapporto molto particolare: noi scappavamo, loro ci inseguivano. A volte ci andava bene, molto spesso ci prendevano. Era un po' come giocare a «guardie e ladri», insomma, solo che lì era tutto vero. Non eravamo certo teppisti, naturalmente. Non rubavamo niente, non commettevamo dei veri e propri reati. Ci correvamo soltanto dietro con i motorini, che erano «un po'» illegali, e usavamo la strada come un circuito. Ma niente di più… Naturalmente loro, i carabinieri, avevano capito la situazione: noi eravamo ragazzini un po' agitati, ma con una sana passione per i motorini e per le gare; non facevamo niente di male, a parte le scorribande con mezzi «leggermente» fuori dal codice.
Eravamo anche simpatici, oltretutto; infatti ci facevano sempre la paternale, ci sgridavano cercando di rimetterci sulla retta via. Loro ci sequestravano i motorini, è vero, ma noi sapevamo che erano obbligati a farlo, e sapevamo anche accettare la sconfitta. Infatti non appena li dissequestravano, noi ricominciavamo da dove avevamo dovuto interrompere.
Tra noi e i carabinieri c'è sempre stata una simpatia reciproca.
Perché noi non eravamo cattivi. In fondo, eravamo dei bravi ragazzi.
Eravamo ragazzini molto impegnati, quando abbiamo iniziato a frequentare le scuole medie. La nostra passione ci dava da fare tutto il giorno, tutti i giorni. Le scorribande con i motorini, prima, e l'Apecar poi, erano già nell'aria quando avevamo 11 anni. Si era alla vigilia di un periodo incredibile: l'adolescenza. Mentre frequentavamo le scuole medie, infatti, sono arrivati i primi motorini.
Alle medie, di solito, la differenza tra maschi e femmine è netta: le tue compagne di classe sono più avanti, quindi frequentano ragazzi più grandi. E tu devi aspettare l'età giusta per frequentare a tua volta le compagne di classe di qualcun altro più piccolo di te. Noi, in attesa di avere l'età per andare con le altre ragazzine della scuola, avevamo deciso di impiegare il nostro tempo scorrazzando con i motorini.
Ne abbiamo combinate davvero di tutti i colori. Abbiamo sempre amato le moto, le corse, il gusto della sfida. Io e i miei amici facciamo parte di quella generazione che, dai 14 ai 18 anni, ha avuto dentro una passione enorme per le due ruote. Una passione che avevamo tutti, nessuno escluso. Le moto, in effetti, sono state sempre la mia mania. Avevo iniziato da bambino: ho imparato a guidare una piccola moto prima della bicicletta! E ho cominciato molto presto anche a fare le gare di minimoto.
Ho aspettato poi con ansia il traguardo dei 14 anni, età in cui si può andare in strada senza problemi. Io ci andavo lo stesso, in strada, ben prima di averli compiuti, ma ero «abbastanza» fuorilegge… Prendevo un Benelli di Graziano (Graziano è il papà di Valentino: n.d.r.), uno strano mezzo che si ripiegava come la Graziella; Graziano lo metteva nel baule della macchina e poi lo utilizzava nel paddock delle gare di Superturismo. Ogni tanto lo usavo anch'io. Era nero e verde.
La mia generazione ha vissuto il cambio tra i ciclomotori (come il Ciao, il Bravo, il Sì) e lo scooter. Io sognavo il Ciao con la forcella del Bravo, come quelli che avevano i ragazzi di Tavullia un po' più grandi di noi. Poi, però, quando ho compiuto 14 anni è arrivato sul mercato lo scooter. Un oggetto bellissimo.
L'Aprilia aveva l'SR, che per noi era un sogno: sembrava la moto da gran premio. Infatti c'erano anche le versioni «replica». Uccio aveva il «Reggiani Replica», ad esempio. Io invece avevo il Viper giallo-viola. Lui l'ha comprato un po' prima; quando è arrivato il mio turno l'SR «Reggiani Replica» non si trovava più. Così ho preso il Viper. La prima volta che abbiamo visto in foto l'ApriliaSR è stato sulle pagine di «Motosprint», molto prima di vederlo dal vero, in una vetrina del negozio Champion di Pesaro. Quando si è sparsa la voce sono iniziate le visite guidate per rendere omaggio all'SR nel negozio. Si partiva da Tavullia, con la corriera, per andare ad ammirarlo. E io stavo davanti al vetro con la bocca aperta, la bava alla bocca, l'aria sognante.
Quando l'ho comprato, siamo andati a prenderlo io e Uccio, con Graziano che ci ha portati con un furgone che si era fatto prestare. Siamo dovuti arrivare fino a San Marino, perché in giro non ce n'era più uno. Naturalmente, non eravamo organizzati per il trasporto: niente cinghie, nessun supporto. Il viaggio di ritorno io e Uccio l'abbiamo fatto nel furgone, in piedi, tenendo stretto il motorino che era sul cavalletto. Già, facevamo noi da cinghie.
Eravamo sballottati sulla strada di San Marino, che è molto tortuosa. Però eravamo contenti. L'arrivo del motorino e dei 14 anni ci ha cambiato la vita.
A mano a mano che nella tribù si raggiungeva quell'età, che per noi era un sogno, arrivava un motorino: nel giro di due mesi ne sono comparsi una decina. Alcuni di noi avevano la Vespa 50, altri lo scooter. Unico elemento comune: erano tutti completamente elaborati.
Yamaha, Honda, Vespa, Aprilia; ognuno aveva il suo gioiello, e formavamo un enorme team. Le giornate per noi sono cambiate in un attimo. E abbiamo vissuto momenti indimenticabili.
Questi scooter avevano grandi possibilità d'elaborazione. La prima cosa che si faceva, un minuto dopo averlo portato a casa, era togliere le strozzature per fargli fare più dei 45 km/h imposti dalla legge. E quello era il primo passo verso l'elaborazione vera. Lavoravamo tutto il giorno attorno ai nostri scooter: cambiavamo cilindri, carburatori, variatori, frizioni, marmitte, sospensioni. E poi le gomme: usavamo le giapponesi IRC, che «tenevano» moltissimo e ci permettevano di forzare in curva. Siamo arrivati al punto in cui ognuno aveva il suo elaboratore di fiducia; io andavo da Motor House Energy a Misano, che era di Alessandro Ugolini detto «Sgana», un ragazzo che correva con me in minimoto. Lui era il guru dello scooter. Il mio, infatti, era sempre là, nel suo reparto corse. Siamo giunti a un tale livello di elaborazione, che ogni quindici giorni dovevamo cambiare lo scooter, oppure il motore. I nostri scooter andavano ben oltre i cento all'ora, ed erano quindi un po' fragili.
Dopo averli modificati andavamo a provarli, per fare la messa a punto, e infine li usavamo per la nostra sola e unica passione: le gare. Sì, le gare con i motorini. Ecco, noi facevamo questo tutto il giorno, tutti i giorni. Ed è andata così fino a quando non abbiamo compiuto 18 anni. A 14 anni ero sempre in giro, facevo un sacco di chilometri; ci vivevo, sul motorino. Anche in inverno, con la pioggia, sempre.
Anche perché i miei genitori si sono separati e io sono andato a vivere con mia mamma a Montecchio. Quando io e i miei amici tornavamo a casa, a Tavullia, io avevo poi sempre cinque o sei chilometri da fare da solo: la strada che collega Tavullia a Montecchio.
Tavullia è più in alto, rispetto a Montecchio. Quindi il tragitto puoi affrontarlo in salita ma anche in discesa, dipende da dove parti. La strada è bella. È un percorso breve, medio-veloce, molto vario, con curve lunghe e tornanti in sequenza, più qualche tratto di rettilineo.
La leggenda narra che io abbia imparato lì, nel tratto Montecchio-Tavullia, a guidare forte da solo, senza nessun riferimento, quindi senza seguire il ritmo di un avversario.
Ero sempre da solo, quindi ho sviluppato la capacità di gestire il ritmo, di andare in fuga… Comunque, eravamo tutti dei grandissimi: sempre in giro, sempre in motorino. E poi era sempre gara. Gara vera. Ci davamo una meta, una destinazione, non tanto perché fosse importante quello che saremmo andati a fare là, ma perché volevamo goderci il tragitto. Che trasformavamo in un gran premio.
Una volta arrivati a destinazione, non vedevamo l'ora di ripartire perché così avremmo ricominciato a gareggiare.


(a cura di Andrea Di Quarto)


La versione integrale è pubblicata sul n.46 di Tv Sorrisi e Canzoni, in edicola da lunedì 7 novembre 2005
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