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Siamo proprio tre animali
Chi l’avrebbe detto che dietro a un procione si potesse nascondere Bruce Willis, e a due opossum la cantante Avril Lavigne e il mitico capitano Kirk di «Star Trek», ovvero William Shatner? Eppure è quello che succede nel film di animazione «La gang del bosco», in arrivo nelle nostre sale
23/10/2006
di Paolo Fiorelli

Chi l’avrebbe detto che dietro a un procione si potesse nascondere Bruce Willis, e a due opossum la cantante Avril Lavigne e il mitico capitano Kirk di «Star Trek», ovvero William Shatner? Eppure è quello che succede nel film di animazione «La gang del bosco», in arrivo nelle nostre sale. Le tre star hanno dato la voce inglese ai piccoli protagonisti. E anche se noi italiani, per colpa del doppiaggio, non le sentiremo, qualcosa di loro è rimasto comunque nei personaggi: il modo in cui si muovono, le smorfie, la personalità. È per questo che i produttori della Dreamworks li hanno filmati durante tutta l’operazione di doppiaggio. E per questo vi proponiamo le interviste che abbiamo rivolto al trio durante la presentazione europea del film.

BRUCE WILLIS ovvero il procione R.J.

Mr. Willis, per una volta non ha dovuto salvare il mondo, ma solo ispirare le gesta di un procione. È stato rilassante? «Sì. Anche perché ero un po’ stufo di salvare il mondo, nei miei film l’ho già fatto sette volte. Non per megalomania, ma per esigenze di contratto…»
Allora non si sente legato solo all’azione?
«No, anzi. Amo le commedie e sono un fan dei film di animazione. Il mio preferito è “Shrek”: quando sento quell’adorabile isterico di Eddie Murphy recitare le battute di Ciuchino, mi piego in due dal ridere».
Non solo pugni, insomma, ma anche “sense of humour”…
«In America si dice che chi è nato nel New Jersey ha il dono dell’ironia, perché è costretto a scherzare sulle sue sfortune di provinciale. E io vengo proprio da lì…»
Come ha fatto a immedesimarsi in un animaletto?
«Oh, ho seguito rigorosamente il metodo hollywoodiano. Per entrare nella parte sono andato ad abitare per quattro settimane con una famiglia di procioni. Ma poi ho dovuto lasciarli perché avevamo qualche problema di comunicazione».
Andiamo, scherzi a parte…
«Be’, è stato semplice, a parte per la minitelecamera che mi hanno piazzato davanti al naso nella saletta di doppiaggio. Mi sentivo un cretino a gridare e agitarmi in quella stanzetta vuota, ma gli animatori mi hanno assicurato che è stato tutto utile per creare i movimenti e le espressioni di R.J.».
Il momento più bello del fim, secondo lei?
«Quando sono andato a vederlo al cinema e ci ho portato le mie figlie. Anche se più del mio personaggio hanno amato la tartaruga doppiata da Garry Shandling. E questo, devo ammettere, mi ha un po' spiazzato».
Sta spesso con i suoi figli?
«È uno dei grandi vantaggi di questo lavoro. Tra un set e l’altro, sono tutto per loro. Mi sento un privilegiato, credo che pochi papà abbiano tanto tempo da dedicare ai loro ragazzi quanto me».
Seguiranno le sue orme?
«Vogliono recitare, e io non glielo impedirò di certo. E crescere a Hollywood li aiuta a non farsi illusioni, a capire che quello non è un posto di party e glamour, come credono molti fans. Hollywood è un posto di gente che lavora (working people). E guadagna anche bene, certo…»
Nel film c’è anche un messaggio ecologista?
«Direi di no. Questa è una domanda da europei. Gli americani non vorrebbero mai vedere un film con un “messaggio”: gli sembrerebbe di ascoltare una predica. Se vogliono guardare un film che affronta un problema reale, vanno a vedere un documentario. Da noi il cinema è intrattenimento (entertainment) e non impegno, siete voi europei che amate mischiare le due cose».
Con questa esperienza di doppiatore possiamo dire che ha fatto proprio tutto, nel cinema. O c’è qualcosa che oggi le manca? «Sì, due chitarristi per la mia rockband. Li sto cercando disperatamente…»

WILLIAM SHATNER ovvero l'opossum Ozzie

Mr. Shatner, come ha reagito all’idea di diventare un opossum? «L’ho trovata molto divertente, anche se, a essere onesto, esteticamente gli opossum mi fanno un po' schifo. Quelli veri, però , non quello del film…»
Cosa è rimasto di lei nel personaggio?
«Ecco, questa è una domanda interessante. Doppiare un cartoon è un’esperienza davvero strana per un attore, con dentro qualcosa di magico. All’inizio ti chiamano e dicono “guarda, la tua faccia non si vedrà, si sentirà solo la tua voce”. Poi quando il film finisce all’estero, viene doppiato e pure la voce sparisce. Eppure… qualcosa di te resta comunque in quelle immagini. La chiamerei la personalità».
In Italia il suo volto è legato soprattutto ai telefilm della serie «Star Trek». Lei li riguarda mai?
«Quando capita… ne ho girati così tanti che spesso non ricordo neppure la storia, così quando li rivedo mi sembra di guardare un film nuovo. Non appartengo affatto a quella schiera di attori che si sentono “ostaggi” o “perseguitati” dal loro personaggio più fortunato… Provo solo un grande affetto per il Capitano Kirk».
E potremo mai rivederla in quei panni?
«In effetti Lo spero. Sono stato contattato dalla Paramount per apparire nel grande ritorno di “Star Trek”, che dovrebbe avvenire con un film diretto da J.J. Abrams. Incrociando le dita, sembra proprio che l'Enterprise sia pronto a decollare di nuovo».

AVRIL LAVIGNE ovvero Heather, la figlia opossum

È stato difficile improvvisarsi doppiatrice?
«No, se non fosse per il fatto che ero troppo eccitata da questo lavoro. Gridavo e mi agitavo così tanto che più volte ho fatto cadere il microfono. E dopo dovevamo ricominciare da capo tutta la scena».
Tu hai un look da giovanissima rockstar, ribelle e indipendente. Non hai paura che interpretare la parte di un tenero animaletto possa rovinare la tua immagine da rocker?
«No, mi piace recitare, è un nuovo mondo che sto sperimentando. Magari un giorno smetterò di cantare per fare solo l’attrice, chi lo sa».
Non è un po’ presto per cambiare carriera?
«Sono abitata a fare presto. A 14 anni ero già in tour con persone tutte più grandi attorno me, e questo mi ha fatto crescere in fretta».
È una situazione che ti pesa?
«No, perché posso staccare quando voglio. Alla fine del tour torno a essere una ragazza come le altre».
Sei cresciuta guardando i cartoni?
«Mica tanto. Papà e mamma mi proibivano di vedere i “Simpson”. Li ho scoperti grazie agli amici…»

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