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| Toh, le parolacce! Sorrisi ha letto in anteprima i testi delle canzoni
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| C'era una volta il Festival beneducato. Quest'anno, via libera al turpiloquio |
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24/2/2007 |
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 di Giovanni Pianetta
Avviso ai lettori: se proseguite nella lettura di questo articolo vi
troverete una buona quantità di vocaboli volgari e parole che
normalmente su «Sorrisi» non hanno cittadinanza. Ma non è colpa di
«Sorrisi». È colpa di Sanremo. Abbiamo infatti ascoltato per voi, in
esclusiva e in anteprima, tutte le canzoni, studiando testi e
musiche. E di una cosa siamo sicuri: sarà il Festival della parolaccia.
DolceNera ha fatto scuola. L'anno scorso, per la sua «Com'è
straordinaria la vita», aveva scritto il verso «ti viene voglia/di
prendere un treno/andare affanculo» senza però avere il coraggio di
cantarlo, autocensurandosi sul palco.
Ma tant'è: la parolaccia era
virtualmente sdoganata. E ha fatto scuola. Perché quest'anno, tra
Campioni e Giovani, gli autori, dopo anni di obbligate rime «cuore/
amore», ci hanno dato dentro. Segno dei tempi, indubbiamente, il
florilegio del turpiloquio e che lascia spazio a interpretazioni di
segno opposto: adeguamento al linguaggio quotidiano oppure segnale
di imbarbarimento dei costumi? E siccome il Festival, in qualche
modo, ha sempre rappresentato l'evoluzione della società italiana, si
accomodino i sociologi, si apra il dibattito.
E però. Però fa un certo effetto sentire una signora come Milva
mandare oggi «affanculo» (sia pure un'alba), mentre decenni fa
poetava romantica su «Il mare nel cassetto». O il «politically
correct» Daniele Silvestri, oggi sulle tracce del «maschilista» Marco
Masini, dichiarare papale papale: «mi sono innnamorato di una
stronza». Tra i Giovani, Pietro Baù è ancora più diretto, appioppando
alla bella di turno un amabile «che figlia di puttana!». Fabio
Concato va sul pesante, aggiungendo «dovrei dare quel che resta del
mio culo», ma visto che parla di un licenziato si può anche capire lo
stato d'animo.
Mentre, descrivendo manicomi, Simone Cristicchi sente «puzza di
piscio e segatura», aggiungendo che «me la faccio sotto». Tema
ribadito dal giovane Pier Cortese che declama «non ho neanche tempo
per pisciare».
A compensare la «modernizzazione» del linguaggio canzonettaro, ecco
però far capolino le tematiche sociali. O quelle esistenziali che,
per una volta, meno ricorrono al famigerato «cuore/amore» (le rime
baciate comunque persistono inossidabili, come «chi riposa/chi si
sposa» che Al Bano gorgheggia «Nel perdono»).
Così Antonella Ruggiero racconta di una madre e un figlio sotto i
bombardamenti. E il tema della guerra ricorre anche nella ballata dei
pacifisti Khorakhané che cantano il disertore Gino. Concato,
attualissimo, affronta i guasti della nuova economia e di tanti
cinquantenni licenziati che non hanno più mercato. La pazzia e il
disagio mentale sono raccontati, in uno dei testi più belli del
Festival, da Cristicchi. Tra i Giovani, Fabrizio Moro lancia un
vibrante appello ai «picciotti» della mafia perché lascino le armi e
si ribellino ai boss e ricorda, senza far nomi, i tanti eroi che son
caduti per combattere Cosa Nostra.
Pare dunque che il sociale sia finalmente approdato a Sanremo in
maniera consistente.
Ma anche i sentimenti sembrano meno sdolcinati. Sempre tra i Giovani,
l'eterno conflitto padre/figlio nel testo di Marco Baroni è profondo
e, si sente, autobiografico. Così come si sente che Jasmine,
rivolgendosi a un padre mai conosciuto, lo fa con accenti autentici.
Da segnalare anche uno dei testi più intriganti: «Peccati di gola» di
Patrizio Baù che ci porta nei paraggi di «La grande abbuffata» di
Marco Ferreri.
Un'altra annotazione sui testi di questa edizione: la lunghezza di
alcuni è francamente chilometrica. A partire dal divertente
scioglilingua di Daniele Silvestri, tutto giocato sulle assonanze
«anza/enza/onza». Poco meno lungo e un po' meno intorcigliato il
testo di Rino Gaetano, interpretato egregiamente da Paolo Rossi (si
dice però che abbia modificato, con l'accordo della sorella di Rino
Gaetano che ne detiene i diritti, il testo originario, aggiungendo un
verso e cambiando il finale). Mentre Tosca descrive in lungo e in
largo il delizioso quadretto di una festa paesana.
(Tv Sorrisi e Canzoni n.9 - 2007)
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