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| «Quanto mi diverto con il pop!» |
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| «Sono cresciuto amando ogni genere e apprezzo molto il mondo magico dei brani che durano soltanto pochi minuti» spiega Big Luciano. «E se i puristi mi criticheranno, pazienza: anche le arie scritte da Donizetti e Puccini, in fondo, sono canzoni». E così interpreta pezzi inediti di Luca Barbarossa, Edoardo Bennato e... |
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8/10/2003 |
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di Cinzia Marongiu
La rivoluzione arriva alla quarta traccia del disco, quando Luciano Pavarotti, il tenorissimo entrato nella storia della lirica a suon di do di petto, si mette a fraseggiare con i fiati di una jazz band. Ironia e swing in una dichiarazione d'amore condita dai tromboni che per tre minuti regala un distillato di pura allegria a chi ascolta e la possibilità di togliersi qualche sfizio a chi canta. Il pezzo s'intitola «Ti adoro» e dà il titolo a un album di canzoni pop che arriva nei negozi proprio in questi giorni. Ed è il primo nella sua carriera composto da brani inediti, se si eccettua «Caruso» di Lucio Dalla riarrangiata per l'occasione. «Sì, è vero, mi diverto molto a cantare "Ti adoro". Forse perché sono una persona allegra. È una canzone che ho aspettato per due anni, insieme con "Buongiorno a te". Senza questi due brani non avrei inciso il disco». Pavarotti parla al telefono da Detroit (Usa), dove sta per tenere un concerto di «musica seria», come dice lui. E contravviene a una delle tante leggi non scritte ma diligentemente rispettate da tutti i cantanti lirici del mondo e che suona così: «Zitti. Il giorno del concerto si sta zitti. La voce va risparmiata». Lui, invece, a quasi 68 anni deve essere un po' stufo di tacere o forse, chissà, conosce a tal punto la sua voce da potersi permettere una piccola ribellione calcolata. Sta di fatto che accetta di parlare. O meglio, di sussurrare. E spiega. «"Ti adoro" è dedicata alla mia bambina Alice, che ha solo otto mesi ma mi riempie la vita di serenità. Tutte le parole della canzone corrispondono a lei. Ma c'è una frase che sento particolarmente mia. È quando dico che vorrei che andasse via perché non vedo l'ora di ritrovarla. Che poi è proprio quello che sta per succedere visto che sono qui negli Stati Uniti da 15 giorni e che domani Nicoletta e Alice mi raggiungeranno. Sono molto ansioso: è il suo debutto assoluto su un aereo...». Il disco negli Stati Uniti è già uscito e Pavarotti è atteso oltre che da una serie di concerti anche da alcune apparizioni televisive per il lancio del Cd. E sa perfettamente che ci sarà, Oltreoceano come qui, qualcuno che storcerà il naso davanti a questo «scivolone» giocoso nella musica leggera. Lui però non sembra affatto preoccupato. «Da quando ho cominciato a lavorare con i cantanti pop ho scoperto che mi diverto immensamente a cantare questo genere di musica» dice riferendosi al concertone annuale del «Pavarotti & Friends». E sembra anche di vederlo con quel sorriso serafico sotto la barba, mentre puntualizza: «Non temo i giudizi, perché credo di aver fatto della buona musica. Poi che sia pop o seria è la stessa cosa». Il resto lo chiarisce per iscritto in una lettera indirizzata ai «Cari amici» che accompagna il Cd. «Sono cresciuto amando tutti i generi musicali e apprezzo molto il mondo pieno di magia della canzone, che dura solo pochi minuti. Alcune tra le più grandi arie operistiche sono in realtà tra le migliori canzoni pop mai scritte: pensate alle arie più famose di Donizetti e Puccini, tanto per citarne solo alcune. Si tratta delle canzoni pop più perfette e le loro melodie sono state riprese in tanti brani del repertorio popolare».
L'impressione è che il tenore più famoso del mondo abbia voglia di divertirsi e, perché no, di prendere anche un po' in giro quella sua immagine così seria. Tra le foto che accompagnano i testi del Cd, ad esempio, ce n'è una dove appare con i capelli arruffati e l'aria stropicciata di chi si è appena alzato. Ride sonoramente. «Lo sapevo che voi giornalisti l'avreste notata subito. Ma la verità è che piace anche a me quella foto. Io l'avrei usata come copertina». Anche perché quell'immagine, accostata al testo dell'amabile walzer di «Buongiorno a te», racconta bene il suo difficile rapporto con il sonno. «In effetti, quando mi alzo la mattina, la mia immagine somiglia molto a quella foto. Il fatto è che dormo poco. Vado a letto sempre tardi e dopo circa quattro ore mi sveglio. Comincio a uscire dal sonno e a immergermi in mille pensieri». Proprio come racconta uno dei brani meglio riusciti dell'album, intitolato «Notte» e firmato da Romano Musumarra e da Luca Barbarossa. «Come ho sentito quella musica sono rimasto incantato» racconta. E spiega: «Tutti i brani sono stati curati da Michele Centonze (storico produttore di Jovanotti, ndr) che è il produttore del disco. Per sceglierli ho soltanto ascoltato le musiche. I testi sono venuti dopo». Tra gli autori c'è anche il «canzonettaro» per eccellenza, Edoardo Bennato, che firma «Stella»: «Un testo particolarmente audace per me, perché suona moderno e diretto» chiosa il tenore. C'è anche un omaggio indiretto all'amata Nicoletta, alla quale, in compagnia delle figlie Lorenza, Cristina, Giuliana (avute dall'ex moglie Adua Veroni), alla piccola Alice e alla nipotina Caterina, è dedicato l'intero lavoro. Si tratta di «Il gladiatore», parole di Michele Centonze sul tema musicale dell'omonimo film. «Che ho amato tantissimo. E che è legato a un ricordo personale. Qualche anno fa per il compleanno di Nicoletta, il 23 novembre, ho voluto contraccambiare la bellissima festa a sorpresa che lei mi aveva organizzato per il mio compleanno, il 12 ottobre. Così, senza dirle niente, ho affittato un'intera sala cinematografica solo per noi due. Mi ricordo che mentre andavamo al cinema lei mi diceva: "Speriamo non ci siano i soliti che rumoreggiano con le noccioline". E invece gli unici a far rumore eravamo noi con un cesto enorme di pop-corn a testa. Il film era bellissimo e quella musica mi era rimasta dentro. Ecco perché ho voluto incidere "Il gladiatore" che poi altro non è che un omaggio a Roma». Il tema della guerra ritorna anche in «Domani verrà»: «Un inno alla speranza. Perché si spera sempre che il domani sia migliore e che l'uomo ritrovi la ragione e la gioia di vivere. Io la canto pensando all'11 settembre». E da innamorato cronico di New York, dove possiede anche una casa che si affaccia su Central Park, ammette: «Venire qui mi fa sempre un certo effetto. Mi sento a casa, ci ho vissuto troppo a lungo e troppo bene per non essere legato a questa città. Ora però somiglia a un leone ferito che sanguina...».
A detta del tenore, però, la canzone più completa del disco, la meglio riuscita, è la prima, «Il canto», una sorta di omaggio a quella che è sempre stata la sua più grande passione. «È una grande canzone perché ha tre temi svolti e orchestrati perfettamente e perché credo di cantarla bene. Riguardo al tema, poi, che dire? Il canto è una cosa bella e complicata nella sua semplicità. Ti devi votare completamente alla concentrazione per cantare davvero e questo è un bene perché magicamente tutti i pensieri, belli e meno belli, se ne vanno». E proprio lui, che grazie alla sua voce ha incantato milioni di persone in tutto il mondo, confessa: «Non c'è una mattina senza che io mi svegli e ringrazi Dio per quello che mi ha dato. Sono stato molto fortunato». E ovviamente molto sacrificato. «Conservare, curare e allenare la voce è impegnativo. Per me anche un bagno al mare può diventare problematico. Credo di aver vissuto una vita da monaco. Con le debite eccezioni s'intende...». Un'altra risata, prima di specificare: «A volte fumo il sigaro!».
Il disco si chiude sulle note struggenti di «Caruso»: «Una canzone che ho voluto inserire perché è la responsabile della mia passione per il pop e nei suoi confronti ho un legame tutto particolare. Era da parecchi anni che in tanti mi chiedevano di interpretare questo genere di canzoni, ma a me non sembrava proprio il caso e immancabilmente declinavo l'invito. Poi, un giorno, mia figlia Giuliana è venuta dicendomi "Devi ascoltare assolutamente questa canzone! Non è come le altre. È davvero adatta a te". Beh, l'ho ascoltata e mi sono convinto. Poi ho incontrato Lucio Dalla e alla fine l'ho incisa». Anche perché quell'Enrico Caruso gli somiglia parecchio: «Quando la canto m'immedesimo profondamente, specie nel riferimento alle notti passate in America».
E proprio questo pensiero lo riporta alle sei ore di fuso orario di differenza con l'Italia, al concerto che si fa sempre più vicino, a quello strappo alla regola del silenzio pre-concerto, alla voce da recuperare... «Berrò qualcosa di caldo. Un tè, un infuso. Non di certo un caffè perché esalta troppo». Il palcoscenico lo aspetta.
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