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| Vado a «Chi l’ha visto?» perché al Tg3 non farò mai carriera |
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| Federica Sciarelli smette di essere un mezzobusto prendendo il posto di Daniela Poggi alla conduzione della storica trasmissione di Raitre. E spiega la svolta con grande autoironia... |
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3/9/2004 |
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 di Nicoletta Brambilla
(foto E. Paoni/Contrasto)
Da piccola desiderava diventare una cantante o una pattinatrice. Invece Federica Sciarelli, volto e voce del Tg3 delle 19 e del serale «Primo Piano», dal 13 settembre condurrà «Chi l’ha visto?». «Sì, dopo 18 anni di telegiornale per la terza rete Rai, ho deciso di cambiare» racconta la giornalista. «Ed è un cambiamento radicale. In passato avevo detto no a Carlo Rossella che mi voleva al Tg1 e ad Angela Buttiglione che mi aveva chiamata ai servizi parlamentari. Questa volta il mio direttore, Antonio Di Bella, pensando di leggermi nel pensiero, disse alla rete che mi voleva affidare il programma che mai e poi mai avrei accettato. E invece, senza consultarmi con nessuno, ho accettato. Sulla mia scelta non volevo che si aprisse un dibattito. Se stavo per prendere la decisione sbagliata, volevo assumermene tutte le responsabilità». E così la Sciarelli, una navigata giornalista, va a sostituire Daniela Poggi che dopo quattro edizioni di «Chi l’ha visto?» torna al suo originario ruolo di attrice. «Del resto, dopo 18 anni di lavoro redazionale, ho la qualifica di vicecaporedattore, nulla, se si considerano i parametri Rai. Conduco l’edizione del Tg più prestigiosa della rete. La mia carriera non poteva avere sbocchi. A meno che non mi sedessi sulla sedia di Di Bella...».
«Chi l’ha visto?» è un programma longevo, collaudato, che va in onda da 15 anni. Le conduzioni si sono susseguite, ma nella sostanza è rimasta una trasmissione di servizio. Con lei ci sarà una svolta?
«Quello che mi piacerebbe fare è una rubrica corposa che si potrebbe intitolare “Chi l’ha visto? Il problema”. Ovvero, seguire la famiglia nel dopo ritrovamento, suggerire, attraverso il contributo di numerosi esperti e di enti preposti, come reinserire in famiglia o in un altro contesto chi si era perso, chi ritorna, ma non ha ancora risolto il suo disagio. Vorrei che il programma, già di per sé molto utile, accrescesse la sua forza».
Da ragazza voleva dedicarsi al canto o al pattinaggio. Com’è finita a fare la giornalista televisiva?
«Posso dire che è stato un caso? Ero una giovane universitaria di Lettere e filosofia, che ho poi lasciato a metà, quando vinsi una borsa di studio di giornalismo in Rai. I colleghi della carta stampata vengono assunti tutti subito, quelli della tv pubblica restano in parcheggio. Io che sono sempre stata un maschiaccio, molto autonoma, sbrigativa, non ci pensavo nemmeno di fare anni di corridoio. Volevo guadagnare. Così ho partecipato a un altro concorso. Questa volta in Senato. Sono riuscita a vincerlo e ad essere assegnata all’ufficio informazioni parlamentari. Ho cercato di farmi una cultura approfondita sulle leggi, ma ho sofferto enormemente perché il regolamento del Senato non permetteva un abbigliamento sportivo, che io invece adoro. Poi un giorno ecco arrivare la chiamata dalla Rai: il sindacato aveva ottenuto l’assunzione per coloro che 8 anni prima avevano vinto il concorso».
E così, caso più unico che raro, lascia il Senato...
«Infatti, quando dissi al mio capo che volevo dimettermi mi prese per pazza. Un posto al Senato è paragonabile alla vincita all’Enalotto. Nessuno si è mai dimesso. Men che meno per essere assunto in Rai, dove si guadagna meno e non si hanno tutti i privilegi che invece Palazzo Madama garantisce. Ma, anche in quel caso, ho seguito l’istinto».
Ha scelto lei di andare al Tg3?
«No, fui mandata ed ebbi la grande fortuna di vivere la stagione creativa di Sandro Curzi. Per le mie esperienze precedenti mi assegnò al settore politico. All’epoca era un territorio ancora tutto maschile, ma Corradino Mineo, il mio caporedattore, amico e maestro, che io stimo tantissimo, mi ha fortemente sostenuta».
Nella Rai lottizzata, lei a quale corrente apparteneva?
«Sembra assurdo, ma sono un battitore libero. Non ho sponsor, anche se più volte negli anni mi hanno posizionata in quota al Pci. È vero che in gioventù, ai tempi del liceo, militavo nel gruppo filocinese “Stella Rossa”. I ragazzi erano fortissimi a giocare a hockey su prato. Era quello che fondamentalmente mi affascinava. La militanza era anche un gesto di rottura nei confronti della mia famiglia, molto posata, seria e perbene. Se qualcuno oggi mi chiedesse quale fosse il programma politico di “Stella Rossa” non saprei rispondere. In Rai dunque ho solo svolto i compiti che mi venivano assegnati, senza appartenere a nessun gruppo».
Con l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga c’era un buon feeling o sbaglio?
«C’era e c’è un’ottima intesa. Lui è un grandissimo comunicatore. Siamo entrati in sintonia quando, fin da subito, iniziai a fargli domande sulla Dc che esulavano dal protocollo. Lui adora parlare! Pensi che quando eravamo all’estero, organizzava personalmente gli incontri con i giornalisti, chiamandoci direttamente in camera, alle sei del mattino, per convocarci. Un vero fenomeno. Chi ha dubitato della serietà del nostro rapporto, l’ha comunque pagata profumatamente».
Quando ha parlato di Sandro Curzi le si è illuminato lo sguardo. Ha nostalgia di quella stagione?
«Eccome! Ricordo come incitava noi giovani quando abbiamo affrontato la conduzione: “Non siete degli speaker” diceva. “Siete giornalisti. Niente rullo che scorre. Dovete saper dare le notizie anche a braccio”. E Angelo Guglielmi, altro grande direttore di rete di quegli anni, diceva di “Chi l’ha visto?”, una sua creatura: “È come un romanzo popolare”».
Ma lei l’ha mai visto «Chi l’ha visto?»
«È una domanda che mi fanno tutti. In effetti non mi considero una telespettatrice tipo. Ma ho anche pensato che il mio ruolo sarà di condurre il programma, non di guardarlo...». |
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