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Che stress CSI. Ho bisogno di una pausa
Di Grissom, il suo personaggio, ha deciso tutto, persino il nome: «Ma dopo 130 episodi» dice William Petersen «ha talmente invaso la mia vita che voglio farlo lavorare meno. Così io posso riposarmi. In Italia»
6/3/2006
di Antonio Mustara

Convincere William Petersen a rilasciare un’intervista non è facile. Da quando «CSI: Scena del crimine» è diventato il telefilm più visto nel mondo, l’interprete di Gil Grissom, supervisore della Scientifica di Las Vegas, si concede poco alla stampa, lasciando che sia il suo lavoro a parlare per lui. Ma chi, come noi, arriva da Milano, ha un vantaggio: Petersen ama l’Italia e vi trascorre gran parte del poco tempo libero che «CSI» gli lascia. E così, una mattina, eccoci mettere piede sul set del telefilm a Los Angeles, mentre sono in corso le riprese della sesta serie, che Foxcrime trasmetterà in anteprima dal 16 marzo. Dopo averci fatto accomodare nella stanza degli interrogatori, Petersen inizia a parlare del nostro Paese: «I nonni di mia moglie Gina erano di Lucca» rivela. «Suo padre invece era siciliano. Lei tiene molto alle sue radici e per questo, l’estate scorsa, abbiamo passato le vacanze in Toscana».
Qualcuno l’ha riconosciuta?
«Dopo che si è sparsa la voce, ogni giorno sono stato assediato da decine di fan. Alloggiavamo in un appartamento che dà su una piazza antica e davanti alla porta c’era sempre un gruppo di signore in attesa che io e mia moglie uscissimo. Mi sono sentito come un sorvegliato speciale».
Va d’accordo con i parenti di Gina?
«Mi trattano da re. E grazie a loro, quando sono in Italia, non mi sento un semplice turista. Mia moglie ha zie in molte città (Napoli, Roma, Milano, Collodi, PT) che amano cucinare per me e mi raccontano la storia di questi posti stupendi».
Tutto questo grazie a Grissom…
«Sì. Ma dopo sei anni e 130 episodi, sono molto stanco. Quando ho deciso di fare l’attore, mi attirava l’idea di interpretare tanti personaggi diversi. Ora ho tempo soltanto per Grissom. Lui mi piace, sia chiaro. Mi ha insegnato molto, ma ho bisogno di cambiare, di essere qualcun altro. In questi anni, mi hanno offerto parecchi ruoli per il cinema e li ho rifiutati tutti per dedicarmi completamente a “CSI”. Non so per quanto tempo ancora potrò andare avanti così. E poi, voglio tornare al teatro. Ci penso da tanto e fra poco ci riuscirò».
Intende dire che sta per lasciare Grissom e «CSI»?
«No, però è probabile che, dal prossimo anno, Grissom non sarà presente in ogni episodio. Per lui è arrivato il momento di riposarsi. Entrambi abbiamo bisogno di una lunga vacanza. Ma è solo un’ipotesi su cui stiamo lavorando».
Certo che non sarà facile separarsi da questo personaggio…
«Lo so, Grisson è parte di me. Negli ultimi 6 anni sono stato Grissom più a lungo di quanto sia stato Billy Petersen. L’ho tenuto in vita dentro di me mattina, pomeriggio e sera per 9 mesi l’anno. Da qualche tempo, però, cerco di essere di più me stesso, e l’unico modo per riuscirci è lavorare di meno. Quando è cominciato “CSI” non ero ancora sposato, ora lo sono. Voglio essere un buon marito».
Carol Mendelsohn, uno dei produttori della serie, dice che senza di lei «CSI» chiuderebbe.
«L’ho sentito dire anch'io, ma non sono d’accordo».
Come spiega l’enorme successo che la serie riscuote in tutto il mondo?
«Credo che dipenda dalla capacità di coinvolgere lo spettatore. Chi guarda un episodio di “CSI” partecipa attivamente a quello che succede sullo schermo, prova a risolvere i casi e si appassiona agli aspetti scientifici. Inoltre, cerca di capire chi sono i protagonisti, della cui vita privata sappiamo solamente il necessario. Non per caso abbiamo scelto “Who are you (Chi sei?)” degli Who come sigla».
Chi è Gil Grissom?
«In origine, era uno scienziato eccentrico, il tipico studioso che pensa soltanto agli esperimenti e tende a isolarsi. Con il tempo, il suo ruolo di supervisore della Scientifica lo ha costretto a interagire con i colleghi più di quanto avrebbe voluto. Oggi ha un rapporto più aperto con gli altri, ma la sua filosofia è semprela stessa: dalle persone, da una vita sociale intensa si ottengono bugie, dalla scienza soltanto la verità».
In che cosa le somiglia?
«Entrambi abbiamo comportamenti eccentrici. Anch’io soffro di fobie e desidero rimanere solo in certi momenti della giornata. Inoltre, Grissom ha il mio stesso senso dell’umorismo. Lui, invece, mi ha trasmesso l’interesse per le materie scientifiche, che avevo sempre trascurato».
Ha deciso lei l’evoluzione del personaggio?
«Ho sempre avuto voce in capitolo, fin dall’inizio. Se devo essere questa persona per i prossimi sei anni, mi sono detto, preferisco che mi somigli. Anche il suo cognome è una mia idea. Grissom, infatti, nella sceneggiatura originale si chiamava Scheinbaum. Ho voluto rinominarlo in onore di Gus Grissom, uno dei miei idoli. È uno degli astronauti morti nell’incendio dell’Apollo 1, nel gennaio del 1967».
Nella sesta serie rivedremo Lady Heather, l’unica donna che è in grado di leggere nella mente di Grissom. Che cosa le piace di lei?
«Abbiamo finito la settimana scorsa di girare il nuovo episodio con Melinda Clarke (Julie Cooper in “The O.C.”, ndr), un’attrice bravissima. Grissom è attratto da Heather perché, in fondo, fanno lo stesso lavoro. Entrambi hanno a che fare quotidianamente con il lato oscuro della psiche umana. Lei gestisce un locale per sadomasochisti, lui cerca di far luce sugli omicidi commessi, in buona parte, da persone che hanno sfogato in questo modo i propri istinti repressi».
Perché «CSI» finora ha vinto così pochi premi?
«È tutta colpa del suo grande successo. Chi decide i premi preferisce i telefilm di nicchia, non ancora scoperti dal grande pubblico. Per questo “CSI” non ha mai vinto l’Emmy come miglior serie. Pensano che non ne abbiamo bisogno».
Domande e Risposte
Alfonso Signorini


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