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DIRETTORE, SOTTERRIAMO L'ASCIA DI GUERRA?
11/2/2008
Carissimo direttore, prima di tutto volevo scusarmi per il putiferio creato e per la nuova risma di insulti piovutagli addosso per via della sua replica alla mia mail. In seconda istanza, volevo ringraziarla per la torre d'avorio che mi ha cortesemente regalato. Mi preme però ricordare che lei, per l'orgoglio con cui afferma il suo scarso interesse per gli Einsturzende Neubauten (che non conosce e non conoscerà mai, dice), per la sicurezza con cui mi consiglia di scendere da quella torre e per un altro paio di cosucce, deve certo sporgersi da una torre alta almeno quanto la mia. Siamo dirimpettai di torre, in pratica, e se me lo diceva prima la invitavo a prendere un caffè da me, così magari mettevo su gli Einsturzende e ne parlavamo.
Comunque mi ha messo in bocca parole non mie, ma questo è normale nelle discussioni. Lungi infatti da me equiparare Dylan ed Einsturzende, per il semplice motivo che sarebbe infantile, gratuito e dalle parti dello storico "È più forte Hulk o Superman?". Capisco la provocazione editoriale di prenderli ad esempio, sfruttando la complicata pronuncia del nome della band (non è colpa loro, son tedeschi) come marchio di oscurità e insignificanza nella storia musical-epocale. Mi immagino basti il titolo della sua risposta per ricevere il plauso di molti lettori, che al grido di "Carneade, chi era costui?" si sono apprestati a leggere la mia mail con la compassione con cui si guardano i topi da biblioteca. Ma io ho fatto altri nomi. Perché non ha scritto "Bob Marley? Io sto con Dylan"? Perché la vittoria su di me sarebbe stata meno a mani basse, certo, avrebbe dovuto ricevere mail scocciate da parte di tutti i fan del patron del reggae, invece così ha dovuto sopportare solo qualche mail inferocita da altri abitanti di torri d'avorio. Quel titolo squalificava preventivamente la mia mail, e in un dibattito sereno non è una mossa molto cortese. Ma tant'è. A questo punto comunque sotterrerei qualsiasi eventuale ascia di guerra per affrontare l'argomento in modo serio e pacato: a mio avviso il vero problema è la confusione di piani, nello specifico il piano della statura prettamente musicale e il piano della statura di fenomeno pop, di massa, generazionale eccetera.
Ora, il primo piano si stacca da qualsivoglia successo di pubblico, così come per ogni forma di arte o letteratura. Su questo specifico piano interviene il giudizio storico, la sistemazione a posteriori; per storpiare Foscolo, la Storia è "a' generosi giusta di glorie dispensiera", ed è grazie a lei (e a svariati topi da biblioteca erti su torri d'avorio) se oggi giustamente adoriamo Van Gogh (che in vita sua non vendette un quadro) e lo preferiamo a qualsiasi pittore accademico di gran moda nell'ottocento. E il discorso di Shapiro sulle radici della musica funziona fino a un certo punto, perché lo stesso Dylan piazzava le sue radici nel folk americano. Tutta la musica di oggi viene dalla musica di ieri, e quella di ieri dall'altroieri, e così via a ritroso senza un punto di partenza specifico. I musicisti, poi, in genere hanno una cultura musicale poliedrica e sfaccettata, e pescano a piene mani da diverse parti: crede davvero che qualsiasi persona che suona per professione uno strumento abbia come riferimento una o due personalità, per altro necessariamente straconosciute? Crede che a un livello strettamente musicale il pop lo abbiano inventato i Beatles tutti da soli, e così i Rolling Stones per il rock? Se si analizza la storia della musica pop si scopre una mappa ben più variegata e interessante, che si muove lontano dalle Top Ten, per strade secondarie (ed elitarie, magari), coinvolgendo talvolta solo musicisti, addetti ai lavori e uno sparuto gruppo di cultori. Ma questo assolutamente non può renderli artisticamente secondari, non crede? Voglio dire, mentre i Beatles facevano uscire il comunque grandioso Revolver (1966), Frank Zappa pubblicava Freak out. Le pare poco?
Ma il suo discorso vuole esulare da una visione solo artistico-musicale, per affrontare l'epocalità. Benissimo, peccato che l'epocalità sia un fattore che non dipende unicamente dalla caratura del personaggio o del fatto specifico, ma tutta una serie di fattori economico-culturali. Perché Bob Dylan è potuto essere tale? Non certo soltanto per la sua grandezza. Il suo folk politico ha avuto così largo consenso perché la congiuntura storico-culturale glielo permetteva (l'America di sinistra, gli hippie, la guerra in Vietnam...); e allo stesso modo i Beatles sono stati un fenomeno di isterismo di massa grazie soprattutto alla genialità di George Martin e alla nascente società di consumo, in cerca di moderne divinità e modelli di vita. L'importanza di Dylan, Beatles e Rolling Stones è innegabile, certo, ma è altresì indissolubilmente legata a dinamiche non strettamente musicali, me lo concederà.
Se quindi le cose stanno in questo modo mi sembra che il suo ormai famigerato editoriale in proposito fosse perlomeno impreciso: il fatto che non ci siano più nuovi Dylan o nuovi Beatles non ha a che fare infatti con la qualità artistica dei prodotti (le solite note e i soliti accordi di cui parla lei), ma bensì con un mondo dello spettacolo radicalmente diverso, che da una parte rifiuta sistematicamente l'impegno politico o sociale, tranne qualche stanco e noioso Live Aid ogni tanto (come si farebbe largo un nuovo Dylan?), e che dall'altra ripete all'infinito se stesso, proponendo ogni volta novelli Beatles in erba, artisticamente insulsi e sempre più costruiti a tavolino (Take That, Britney Spears, Tokio Hotel...).
Certo, poi i Beatles e gli altri facevano grandi canzoni, oltre ad essere fenomeni di costume: a mio parere quello che è successo nell'arco di quarant'anni è che se inizialmente i prodotti di consumo avevano un'alta dignità artistica, pian piano c'è stata una divaricazione tra i due elementi: la qualità e l'originalità sono rimaste appannaggio pressoché della sola scena underground, mentre invece la scena mainstream ha continuato a riciclare se stessa a tutti i livelli (di nuovo, Britney Spears e Christina Aguilera non sono tentativi di riciclare Madonna?), a non rinnovarsi per inerzia, confidando forse nel caro vecchio "repetita iuvant".
Per concludere: ormai per avere un contratto con una major (e avere quindi visibilità) devi sottostare a umilianti compromessi musicali, all'onnipresente ossessione radiofonica, al ritornello appiccicoso e ai testi sole-cuore-amore. Ma se al mondo esistono migliaia di gruppi validissimi e le radio passano 50 volte al giorno i Tokio Hotel siamo sicuri che la colpa sia dei primi?
La saluto calorosamente
Dario Rossi

Caro Dario,
leggere questa sua mail è stato come respirare una boccata di aria fresca (l'unico problema è che è troppo lunga e scarsamente tagliabile per essere pubblicata sul giornale). Vede, lei ha centrato perfettamente il problema, quando separa i due piani: la musica in sé e per sé e il fenomeno di massa, l'underground e il mainstream, le note scritte o eseguite e quelle vendute o ascoltate. Di fatto, scrivendo un editoriale rivolto a un pubblico di 5 milioni di lettori (non tutti l'avranno letto, d'accordo, ma è a loro che parlo) davo questa distinzione un po' per scontata. Io, direi quasi per definizione, parlo al e del mainstream. È Tv Sorrisi e Canzoni, non Il Mucchio Selvaggio. E per forza di cose (e di spazi) semplifico, arrotondo, probabilmente banalizzo (vabbè, è il mio mestiere). Alcuni, per esempio, hanno preso alla lettera il titolo: "Vi spiego la differenza...", e mi hanno dato dell'arrogante, del presuntuoso. Ma era solo un titolo, che diamine! Serviva per far leggere il pezzo (e l'avete letto, oh se l'avete letto: evidentemente era un titolo efficace). Mi sono beccato gli strali delle adolescenti fan dei Tokio Hotel e, nello stesso tempo, le accuse di chi i Tokio Hotel li vorrebbe morti o quasi. Bel risultato, non c'è che dire. Ovviamente, però, le repliche più argomentate sono state quelle di persone come lei, quelli che sanno, che conoscono la materia, che non snobbano gli EN, che si irritano quando un "ignorante" entra nel loro campo. La stessa cosa, del resto, mi capita ogni volta che esprimo un mio parere "mainstream", da uomo della strada diciamo, su certi argomenti specifici: per dire, una volta, per un incauto accostamento, sono stato subissato di mail dai fan (e super-esperti) di Goldrake! Avevano ragione loro, d'accordo, ma non vedo perché la mia opinione non avesse diritto di cittadinanza. Dunque, prendo per buono tutto quello che lei ha scritto, e lo sottoscrivo (tranne la torre d'avorio, io sto al pianterreno). Mi permetta però di farle notare che né lei, né gli altri lettori che mi hanno contestato siete stati in grado di rispondere alla domanda chiave: dov'è, oggi, Bob Dylan? Non sarà colpa delle migliaia di gruppi validissimi, sarà tutta colpa delle major e dei Tokio Hotel, non discuto, ma ripeto: dov'è il nuovo Bob Dylan? La risposta è nel celebre scambio di battute di Pulp Fiction: «Hai visto qui fuori un cartello con scritto Deposito di negri morti? Eh? Hai visto un cartello con scritto Deposito di negri morti? Non l'hai visto? NON L'HAI VISTO PERCHE' NON C'E'!!!».
Umberto Brindani
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