09 Novembre 2011 | 15:56

ALESSANDRO TIBERI, l’intervista: «Boris, finalmente in Rai!»

Nel giorno del debutto su Raitre della sitcom cult in onda su Sky dal 2007, Sorrisi.com intervista uno dei suoi protagonisti. «È un fatto importante, forse era persino giusto che Boris arrivasse anche un po' prima in Rai. Avrei preferito in prima serata, a voler essere essere sincero». Tiberi ha recitato nel film che Woody Allen ha girato a Roma in estate: «È stato bellissimo. Il mio ruolo, se nel montaggio non ci saranno rivoluzioni, non sarà solo un cameo»...

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ALESSANDRO TIBERI, l’intervista: «Boris, finalmente in Rai!»

Nel giorno del debutto su Raitre della sitcom cult in onda su Sky dal 2007, Sorrisi.com intervista uno dei suoi protagonisti. «È un fatto importante, forse era persino giusto che Boris arrivasse anche un po' prima in Rai. Avrei preferito in prima serata, a voler essere essere sincero». Tiberi ha recitato nel film che Woody Allen ha girato a Roma in estate: «È stato bellissimo. Il mio ruolo, se nel montaggio non ci saranno rivoluzioni, non sarà solo un cameo»...

Foto: Credits: Ufficio Stampa

09 Novembre 2011 | 15:56 di

Alessandro Tiberi - Il protagonista (stagista) di "Boris"
Alessandro Tiberi - Il protagonista (stagista) di "Boris"

Sorrisi.com intervista oggi Alessandro Tiberi, giovane talento protagonista di “Boris“.

L’occasione è la messa in onda su Raitre, per la prima volta sulla generalista dopo il debutto su Fox e le repliche su FX e Cielo, della sitcom che ha incantato il pubblico di Sky dal 2007 per tre stagioni e i fan nei cinema italiani ad aprile 2011.

L’appuntamento con la serie è ogni mercoledì e giovedì alle 23.30.

“Boris” arriva su Raitre. È una notizia attesa.
«È un fatto importante, forse era persino giusto che arrivasse anche un po’ prima in Rai. Avrei preferito in prima serata, a voler essere essere sincero. Non per essere polemico, è un bene che ci sia oggi nella tv pubblica la serie, ma a volte ci sono delle logiche nella distribuzione che sono incomprensibili. Poteva avere un trattamento migliore perché è un prodotto nuovo e italiano».

In breve, cos’è “Boris”?
«È l’esempio di come non dovrebbe funzionare il meccanismo della televisione. Spiega come a volte nelle reti generaliste i prodotti non siano curati come il pubblico dovrebbe aspettarsi. E da questo nasce una storia dissacrante e ironica».

Sarà dissacrante, ma sembra essere un racconto della realtà. Almeno è così che ne parlano gli addetti ai lavori…
«Ci sono dei bravissimi professionisti che si occupano di prodotti seriali, ma vengono strozzati dai tempi stretti, da storie poco convincenti e da budget ridotti. Si lavora senza prove e senza pensare che ci si rivolge a molti più spettatori del teatro, dove ancora oggi si fa almeno un mese di prove per un mese di repliche».

E come mai “Boris”, pur essendo a basso budget, è diventato un cult di qualità?
«Perché c’era la volontà di fare un prodotto innovativo. Lavorando a questa serie siamo entrati in un circolo virtuoso che ha coinvolto tutti. Senza mai adagiarsi, consapevoli di dare vita a un’idea forte, originale».

Come mai ha seguito le orme di suo papà (Piero Tiberi, doppiatore, ndr)?
«In realtà diventando attore sono stato ribelle, perché lui sognava qualcosa di diverso per me. Ho cercato la mia strada con una vera gavetta. Sono uno di quelli che ha sempre preferito cercare provini che andare in palestra. La mia idea iniziale era di fare cinema, sperando che il primo passo nel doppiaggio fosse solo il meraviglioso inizio di qualcosa di diverso. La regola di mio padre, anche quando serviva uno come me, è stata sempre quella di non coinvolgermi nel suo lavoro».

Ha recitato nel 2008 in “Generazione Mille Euro” con Francesco Mandelli, oggi campione al botteghino con “I soliti idioti – Il film”. Aveva intuito il suo successo già allora?
«Francesco è un compagno di lavoro meraviglioso, un vulcano di idee. Sa stare in qualsiasi situazione come un vero camaleonte, capendo quali sono le vibrazioni del mondo che lo circonda. Ai tempi non veniva considerato un attore, ma oggi lo è a tutti gli effetti. Del suo programma amo l’importazione di un genere di comicità inglese che in Italia non è mai stata fatta. È un segnale, lento, di qualcosa che sta cambiando».

Lei è stato protagonista nel 2008 de “L’amore non basta”, film con la Mezzogiorno e con un destino controverso…
«Appartiene a quel tipo di progetti che non nascono a tavolino, dove vengono coinvolti attori importanti ma che poi hanno un destino breve nelle sale per il meccanismo spietato del primo weekend di programmazione».

Ovvero?
«Se non funziona subito, lo tolgono, senza dare il tempo che faccia effetto il passaparola nel pubblico. Il film era arrivato con fatica nelle sale cinematografiche. Il problema è che a volte alcuni film italiani che sono opere prime non hanno le possibilità e l’ossigeno per crescere. Poi succede che adesso gli estratti di questo film sono molto cliccati su Youtube, ma i ragazzi in questo modo perdono la magia della pellicola nella sua interezza».

Youtube oggi, però, permette il lancio di nuovi talenti.
«Va capito che cosa questi ragazzi emergenti vogliono fare davvero. Perché da lavorare su Youtube al set cinematografico c’è una grossa differenza. C’è una distanza di professionalità che forse non si può colmare. Devono decidere da che parte stare e seguire solo quel percorso, che non è molto diverso da quello che si faceva anni fa quando il web non era così sviluppato. Anche io registravo dei corti, con gli amici, ma erano lavori talmente grezzi che servivano solo a noi per imparare e migliorare».

Ha recitato nel film che Woody Allen ha girato a Roma. Com’è andata?
«È stato bellissimo. Il mio ruolo, se nel montaggio non ci saranno rivoluzioni, non sarà solo un cameo. Mi è dispiaciuto che con tutta la cura che è stata data nel non diffondere il copione, ci siamo ancora una volta dimostrati così italiani nel diffondere la trama del film quando io e altri attori dovevamo ancora recitarla».

Come è stato scelto?
«Con un provino a cui hanno partecipato tutti, o quasi, gli attori italiani. Ho ringraziato solo per l’opportunità di poter fare il casting, dove non recitavamo il copione ma altro, improvvisando. Dieci giorni prima delle riprese mi hanno chiuso in una stanza e mi hanno fatto leggere le battute davanti a un computer senza sapere che avrei lavorato al fianco di Penelope Cruz. È stato il momento più appagante di tutta la mia vita».

Ha incontrato Woody Allen?
«Gli ho stretto la mano, una sola volta. Non è stata un’esperienza di vita reale, ma dei secondi in cui probabilmente ero nel mondo dei sogni. Non riesco a vedere quell’uomo come un essere umano. È stato un incontro a dir poco surreale».

Ci sono altri progetti per il 2012?
«Dovrebbe arrivare nelle sale un altro film costruito a episodi e intitolato “Workers”, con Francesco Pannofino, Nicole Grimaudo e Nino Frassica. Ma anche qui le logiche della distribuzione sono misteriose e non sappiamo quando sarà nelle sale. L’importante è che prima o poi esca».

Spera nel ritorno di “Boris” con una quarta stagione?
«Mi auguro piuttosto che gli autori che hanno lavorato alla serie (Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, ndr) raccontino altre storie e che abbiano gli spazi e i mezzi per continuare a fare il loro lavoro, perché hanno idee geniali. E sono poche le penne in Italia così folli e brillanti».