12 Aprile 2013 | 18:30

Giorgio Marchesi, intervista al reporter di «Un medico in famiglia 8»

«Scusi il ritardo! Ero a casa con mio figlio e un suo amichetto che si ferma a dormire da noi e ho dovuto organizzare la serata…». Il ritardo di Giorgio Marchesi in realtà è minimo. E poi come si fa a non scusare un giovane papà alle prese con un figlio di 6 anni e uno di tre mesi?

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Giorgio Marchesi, intervista al reporter di «Un medico in famiglia 8»

«Scusi il ritardo! Ero a casa con mio figlio e un suo amichetto che si ferma a dormire da noi e ho dovuto organizzare la serata…». Il ritardo di Giorgio Marchesi in realtà è minimo. E poi come si fa a non scusare un giovane papà alle prese con un figlio di 6 anni e uno di tre mesi?

12 Aprile 2013 | 18:30 di

«Scusi il ritardo! Ero a casa con mio figlio e un suo amichetto che si ferma a dormire da noi e ho dovuto organizzare la serata…». Il ritardo di Giorgio Marchesi in realtà è minimo. E poi come si fa a non scusare un giovane papà alle prese con un figlio di 6 anni e uno di tre mesi?

«Spero che le pesti si addormentino presto: stasera devo studiare, tra due giorni inizio le riprese di “Una grande famiglia 2” e ho i copioni da imparare». Si siede al tavolino del bar, tira fuori il tabacco, le cartine e si prepara una sigaretta. Chiede un accendino al vicino di tavolo e si rilassa.

Dopo il successo della prima serie, sta per tornare a girare «Una grande famiglia». Perché la fiction è piaciuta tanto?
«Perché la scrittura mescola diversi generi. Dalla commedia al sentimentale, fino al drammatico, e al giallo. È una storia che coinvolge».

Ci saranno novità per il suo personaggio Raoul?
«Certo. Ma le sue caratteristiche resteranno le stesse. È un personaggio all’apparenza positivo, ma è un uomo complesso. Molto esigente con gli altri e con se stesso, è uno che non vuole raccontare bugie a se stesso. Non cerca mai giustificazioni. Giudica, ma lo fa con il cuore e la sua rabbia la trasforma in energia positiva».

Raoul le somiglia?
«No. Io sono molto più tollerante di lui…».

Intanto in tv la vediamo in «Un medico in famiglia» nei panni di Marco, inviato di guerra…
«Lui sì che è cambiato rispetto alla serie scorsa. Da single scapestrato ha incontrato Maria ed è maturato: ha pure imparato a fare il papà».

Ma il suo lavoro gli crea molti guai con Maria…
«Gli viene offerta l’occasione professionale che ha sognato per tutta la vita: fare un reportage in zone di guerra. Questo si scontra con le paure della donna che ama e il suo senso di responsabilità verso il figlio. In fondo ci sono delle analogie col mestiere di attore. Anche per noi a volte passa il treno della vita. Se lo perdi, non lo riacchiappi più. E allora c’è il dilemma tra il desiderio personale e la responsabilità verso chi ti sta accanto».

Le è mai successo di dover fare delle scelte di questo tipo?
«Sì. Quando la mia compagna era incinta del nostro primogenito ho rinunciato a un’importante tournée teatrale per non lasciarla sola. Altre volte ho cercato di conciliare. Il vantaggio dell’attore, rispetto all’inviato di guerra, è che non rischia la vita. E non è un vantaggio da poco…».

E scelte del genere le ha mai subite?
«La mia compagna Simonetta (Solder, ndr) è un’attrice. Quando nostro figlio aveva due anni, lei è andata a girare una fiction in Canada. E io ho fatto il papà a tempo pieno».

Che cosa le piace di più nell’interpretare il ruolo di un giornalista?
«L’aspetto investigativo. Il lavoro di inchiesta».

L’aspetto che le piace meno?
«L’idea che spesso la realtà venga manipolata. Lo vivo sulla mia pelle, quando non mi riconosco nelle interviste che rilascio. A volte basta un aggettivo, la scelta di una parola o di  un’altra, per cambiare il significato di un concetto».

Lei ha mai pensato di fare il giornalista?
«Da piccolo non ci pensavo. Oggi le direi che mi piacerebbe fare il cronista sportivo o l’autore di reportage. Mi è sempre piaciuto scrivere».

Che cosa scrive?
«A vent’anni era un modo per tirare fuori qualcosa. O suonavo la chitarra e componevo canzoni, o scrivevo su pezzetti di carta sparsi qua e là. Erano pensieri, battute rubate, piccoli racconti. Ho persino scritto una commedia teatrale, che ovviamente è rimasta nel cassetto: si salvavano due scene su venti!».

Interpreta Marco in «Un medico in famiglia» e Raoul in «Una grande famiglia». Che cos’è la famiglia per lei?
«Un gran caos! Con il lavoro che facciamo io e Simonetta, non avendo vicini nonni o zii, ci vuole impegno per gestire tutto. Però nel caos c’è anche tanto divertimento. Siamo una famiglia “caciarona”, come si dice a Roma, che improvvisa ma che regala allegria».