11 Ottobre 2016 | 10:00

Lino Guanciale: «Il camice era nel mio destino»

Il protagonista della fiction «L'allieva» rivela a Sorrisi: «Volevo fare il medico proprio come mio padre»

 di Stefania Zizzari

Foto: Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale ne «L'allieva»

«Sono felicissimo dei risultati de «L’allieva»: non erano per niente scontati sia per i temi della serie sia per il cast di volti giovani. A parte me, che sono il “vecchietto” della situazione…» ride Lino Guanciale davanti a un succo di ananas e un piccolo muffin al cioccolato. Gli effetti degli ottimi ascolti della fiction di cui è protagonista con Alessandra Mastronardi (oltre cinque milioni di spettatori) si fanno subito sentire in termini di popolarità: ogni tanto si avvicina qualcuno a fargli i complimenti. Soprattutto donne, per la verità…

Lino, altro che vecchietto. Lei è un «sex symbol» sullo schermo e pure nella vita.
«Ma quale sex symbol? Altro che alfa, io sono un “maschio beta”: la butto sempre sul ridere».
Sarà, ma nei panni del medico legale Claudio Conforti, più che ridere la fa piangere la sua «allieva» Alice.
«Il mio personaggio è un corteggiatore compulsivo, un gigione che ama stare al centro dell’attenzione. Tratta male Alice, la mette spesso a disagio, ma allo stesso tempo tra di loro c’è un rapporto di complicità e di stima. E sono contento che si percepisca anche la sintonia che si è creata sul set tra gli attori. Per la prima puntata il regista Luca Ribuoli aveva organizzato una serata in un locale per vederla tutti insieme. Ma è saltata la luce e ci siamo trasferiti di corsa in una pizzeria di Trastevere. I pizzaioli e i camerieri, cingalesi e indiani, ridevano come matti. Lì ho pensato che forse la serie poteva andare bene».  
Cosa le piace di Claudio Conforti?
«La sua passione per la guida delle auto sportive che ci accomuna. E il fatto che sia stato il primo ruolo per cui non ho dovuto fare provini: mi rendono nervoso. E poi è stata la mia prima volta con il camice bianco e mi ci sono sentito molto a mio agio dentro».
Come mai la affascina così tanto il camice?
«La carriera di medico era un mio grande desiderio da giovane. Mio padre è dottore e mi ha trasmesso la passione per la medicina. Avrei voluto intraprendere la facoltà di psichiatria e lavorare con i bambini. Poi ho scelto la recitazione e non ho rimpianti. Però la prima scena con il camice l’ho immortalata e ho mandato la foto a mio padre».
Avrebbe potuto fare il medico legale?
«Non credo. Anche se è una specializzazione interessante: una specie di investigazione. Ho scoperto che un corpo, anche se privo di vita, può raccontare tantissimo».
Lei invece ci racconta che cosa sta facendo in questo momento?
«Teatro. Debutto il 26 ottobre al teatro Argentina, a Roma, con “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini e la regia di Massimo Popolizio. Poi alla fine dell’anno girerò una commedia per il cinema da protagonista, un’opera prima di un giovane regista».
Prossimamente la vedremo anche nella serie poliziesca «La porta rossa».
«Sì. Sarò il commissario Leonardo Cagliostro in una bellissima storia un po’ surreale scritta da Carlo Lucarelli e diretta da Carmine Elia. Il mio personaggio è una specie di fantasma, che cerca di proteggere la moglie Anna, interpretata da Gabriella Pession, che è in pericolo di vita. Mi piace il fatto che si sia seguita una strada analogica per gli effetti speciali, con dei trucchi per la comparsa e scomparsa del mio personaggio molto divertenti. L’ambientazione è Trieste, una città che ho amato tantissimo. Ho fatto le valigie dieci minuti prima di riprendere il treno: non volevo andarmene».
Sarà anche in «Che Dio ci aiuti 4»?
«Sì, in apertura e poi qua e là nella serie».
Una curiosità. A Sorrisi aveva confessato di avere una fissazione: ripetere i gesti in numero pari. Durante l’intervista l’ho osservata e non mi sono accorta di nulla di strano…
«Non durante la chiacchierata. Ma siamo al sesto piano e per arrivare ho fatto le scale a piedi. Erano 351 gradini. L’ultimo l’ho rifatto due volte».