18 Marzo 2013 | 07:05

Marco Bocci scalatore nella nuova miniserie di Raiuno: «Il K2 in tv? Una fatica stupenda»

La miniserie «K2 - La montagna degli italiani» porta sul piccolo schermo gli eroismi degli scalatori, lasciando in coda un accenno alle divergenze che li opposero una volta ridiscesi; le due puntate sono state girate in inglese dall’austriaco Robert Dornhelm sulle Alpi vicino a Innsbruck. Ne parliamo con Marco Bocci, che interpreta Walter Bonatti....

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Marco Bocci scalatore nella nuova miniserie di Raiuno: «Il K2 in tv? Una fatica stupenda»

La miniserie «K2 - La montagna degli italiani» porta sul piccolo schermo gli eroismi degli scalatori, lasciando in coda un accenno alle divergenze che li opposero una volta ridiscesi; le due puntate sono state girate in inglese dall’austriaco Robert Dornhelm sulle Alpi vicino a Innsbruck. Ne parliamo con Marco Bocci, che interpreta Walter Bonatti....

18 Marzo 2013 | 07:05 di

Quella del K2 è una storia eccezionale. Anzi, due. La prima è l’impresa degli scalatori Bonatti, Desio, Lacedelli, Compagnoni (e di due dozzine di altri intrepidi) che riuscirono a piantare il tricolore su una delle vette più alte del mondo. La seconda è una storia più piccola e più lunga, uno strascico di polemiche su un campo base che non era dove avrebbe dovuto essere, su uno dei quattro eroi, Bonatti, che rimase indietro e rischiò di morire assiderato, accusato per giunta di avere messo in pericolo col suo comportamento l’esito della spedizione, accusa da cui è stato infine totalmente scagionato.

La miniserie «K2 – La montagna degli italiani» porta ora sul piccolo schermo soprattutto gli eroismi degli scalatori, lasciando in coda un accenno alle divergenze che li opposero una volta ridiscesi; le due puntate sono state girate in inglese dall’austriaco Robert Dornhelm sulle Alpi vicino a Innsbruck. Ne parliamo con Marco Bocci, che interpreta Walter Bonatti.

Bocci, come si fa a recitare scalando una montagna?
«In realtà in certe scene c’è veramente poco da recitare. L’impresa storica fu qualcosa di sovrumano, a temperature sotto i 50 gradi e a un’altitudine proibitiva; noi non siamo arrivati a tanto ma la fatica è comunque autentica. Il 60% del film lo abbiamo girato a 3.600 metri d’altezza. E gli spostamenti per arrivare al campo base, mettersi addosso gli enormi vestiti usati negli anni 50, prendere seggiovie e funivie, poi raggiungere il set attraverso un percorso a piedi con dolly e macchine da presa, non sono stati per nulla facili. Abbiamo girato molte scene con la neve che ti arrivava al petto: una fatica boia! Nello stesso tempo però una location così può solo aiutarti. Chi mi vedrà sullo schermo forse penserà che ho esagerato con i fiatoni e invece è tutto reale».

Ci avrà pensato un po’ prima di accettare.
«Neanche 15 secondi. Ho letto la sceneggiatura tutta d’un fiato e ho subito mandato una mail al mio agente. Era scritta in maniera eccellente, con un gran ritmo narrativo. Poi, man mano che studiavo Bonatti, sono rimasto affascinato da questa specie di supereroe dalla straordinaria forza psicologica e fisica».

Come si è documentato?
«Su Bonatti si trovano in giro parecchi documenti video, anche su YouTube, e c’è tanto materiale sui quotidiani dell’epoca. Però mi sono reso conto che lui ha sempre parlato della scalata del K2 come di un’esperienza fortissima dopo la quale era diventato un’altra persona; la miniserie parla invece del Bonatti prima e durante il K2, un Bonatti che nei documenti d’epoca praticamente non esiste, e che ho quindi dovuto cercare di immaginare».

Si riaprirà la vecchia querelle che oppose Bonatti a Lacedelli e Compagnoni?
«Penso di no. In cinquant’anni di processi è ormai stata fatta chiarezza su quello che successe veramente sul K2, e la miniserie si basa in maniera rigorosa sugli atti».

Insomma, non dobbiamo aspettarci polemiche.
«Direi di no ma, essendo in vita i parenti di tutti i protagonisti, non posso neanche escluderlo. Ogni fragilità e insicurezza è stata umanizzata e giustificata, senza essere buonisti. Di polemiche ce ne sono state all’inizio delle riprese, ma ora che abbiamo finito mi auguro proprio che non ne arrivino altre». n