15 Maggio 2013 | 07:22

Raoul Bova nella fiction sul nuoto «Come un delfino»: quattro nuove puntate su Canale 5

Raoul Bova aveva appena quattro anni quando un’onda rischiò di farlo affogare. E suo padre gli impose di imparare a nuotare perché, gli disse, «stare a galla in acqua e fuori dall’acqua è fondamentale per sapersela cavare nella vita»...

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Raoul Bova nella fiction sul nuoto «Come un delfino»: quattro nuove puntate su Canale 5

Raoul Bova aveva appena quattro anni quando un’onda rischiò di farlo affogare. E suo padre gli impose di imparare a nuotare perché, gli disse, «stare a galla in acqua e fuori dall’acqua è fondamentale per sapersela cavare nella vita»...

15 Maggio 2013 | 07:22 di

Per Raoul Bova il nuoto è sempre stato la sua vita. Sin da piccolo. Aveva appena quattro anni, infatti, quando un’onda rischiò di farlo affogare. E suo padre gli impose di imparare a nuotare perché, gli disse, «stare a galla in acqua e fuori dall’acqua è fondamentale per sapersela cavare nella vita». «E così è stato» racconta Raoul, attualmente impegnato con Vanessa Incontrada nelle riprese della miniserie per Canale 5 «Angeli» e dal 15 maggio, sempre sull’ammiraglia Mediaset, in onda con quattro nuove puntate di «Come un delfino 2».

«In vasca ho trascorso molte ore della mia vita» spiega a Sorrisi. «A un certo punto avevo pure pensato di diventare un nuotatore professionista, ponendomi persino come obiettivo le Olimpiadi. Poi le cose sono andate diversamente e mi sono concentrato sulla recitazione, ma con il nuoto non ho mai chiuso». Tanto che ora è di nuovo al centro della serie che al suo esordio, due anni fa, raccolse davanti al piccolo schermo oltre sette milioni di telespettatori.

«Fare dello sport l’argomento di una fiction era un mio chiodo fisso, un sogno che ho realizzato dedicandomi all’attività che più conosco, il nuoto appunto. Volevo far passare l’idea che praticare un’attività fisica fa bene, fa crescere sani e forti, fisicamente e psicologicamente, e tiene lontani i giovani dalle cattive compagnie. Girare “Come un delfino” per me è stata anche l’occasione per tornare in vasca, riprendere gli allenamenti. Ho scoperto che esistono i campionati master per gli atleti ancora in forma, ma non più in età. Ho gareggiato e ai campionati italiani mi sono preso una bella soddisfazione: ho stabilito il secondo miglior tempo assoluto con 56 secondi e 7 centesimi sui 100 metri stile libero».

Dove va ad allenarsi?
«Frequento il circolo sportivo Canottieri Aniene di Roma».

Lo stesso presieduto fino a poche settimane fa da Giovanni Malagò, ora nuovo presidente del Coni…
«Esatto. Giovannino è un caro amico, molto capace. Sono certo che al Coni farà grandi cose. Ma l’Aniene è anche il circolo dove sono cresciuti Federica Pellegrini e Massimiliano Rosolino.
Conoscere e frequentare questi atleti è stato di grande aiuto per me e Stefano Reali, l’altro autore della fiction, per la stesura del soggetto. Le loro ansie, gli attacchi di panico di Federica, ma anche la crisi che colpisce un atleta quando l’età avanza, come nel caso di Rosolino, le ritroviamo tutte in “Come un delfino”. Per non parlare dell’esperienza di Domenico Fioravanti, il campione olimpico che si dovette ritirare per una sofferenza cardiaca e da cui parte tutto il racconto. È alla sua figura che si ispira Alessandro, il personaggio che interpreto».

La fiction tratta temi importanti, come casi di gioventù emarginata, la presenza devastante della mafia e, in questa seconda serie, si parla anche dello scandalo doping.
«Intorno a quella di Alessando ruotano le storie dei cinque ragazzi che subiscono le angherie dei malavitosi. Ci eravamo lasciati che il loro obiettivo era quello di avere una piscina. Diciamo che con fatica e passione riusciranno ad averla. Ma per portare a termine questo progetto Alessandro li accompagnerà tutti a Roma, dove cercherà di proteggerli e farli crescere in un ambiente sano.
Purtroppo, però, la malavita arriverà anche lì, con una brutta storia di doping che metterà in moto la macchina del fango screditando i ragazzi e creando loro grandi difficoltà».

C’è stato qualcuno che vi ha aiutato nella preparazione atletica?
«Dobbiamo tutto a Paolo Barelli, presidente della Federazione italiana nuoto. Senza il suo supporto la serie non avrebbe mai visto la luce. Grazie a lui, le porte di tanti impianti nei quali abbiamo girato si sono aperte. Come tutti sanno, i centri sportivi in Italia sono pochi e affollati. E trovare tempi, anche lunghi, per ospitare una troupe non è per nulla facile. Ma con Barelli magicamente è stato possibile».

Dove è stata realizzata la serie?
«Siamo stati a Malta, dove abbiamo avuto un’accoglienza magnifica, e poi a Roma. Tante scene le abbiamo girate presso la casa famiglia “La Mistica”. Posso spendere due parole su questa struttura?».

Certo, sappiamo che è una realtà molto importante.
«Come forse qualcuno ricorda, da anni sono impegnato con la Nazionale cantanti e con la mia fondazione “Capitano Ultimo” nel sociale. Mi occupo di giovani in difficoltà o emarginati. A questo proposito, la fondazione ha individuato alle porte di Roma un’area dismessa, fatiscente, con alcuni casolari in rovina. Ce ne siamo presi carico e abbiamo dato vita alla casa famiglia “La Mistica”, che ora ospita nove ragazzi, tutti minorenni, che hanno alle spalle esperienze pesantissime e che tra quelle mura stanno cercando di imparare un lavoro e ritrovare la serenità».

Per la fiction sì è ispirato anche a questi giovani e alle loro vicende?
«Sì, anche loro con le loro storie hanno ispirato alcuni caratteri poi sviluppati nella fiction. La cosa bella è che tutti e nove dopo aver visto “Come un delfino” hanno subito voluto iscriversi a un corso di nuoto. L’altra cosa bella è che parte della fiction l’abbiamo girata proprio lì. La produzione, accollandosi le spese, ha ristrutturato un casolare che abbiamo trasformato in palestra e che ora rimane in uso ai ragazzi».

Lei frequenta spesso «La Mistica»?
«Certo. E lo faccio volentieri. Ci porto anche i miei figli. Insieme pranziamo al ristorante della comunità, dove peraltro si mangia benissimo».