Roma Fiction Fest 2015, l’intervista a Steven Van Zandt

Steven Van Zandt, presidente di giuria del Roma Fiction Fest, presenta la nuova collezione di The River di Bruce Springsteen, che sarà ospite d'onore della puntata finale di Lilyhammer.

14 Novembre 2015 | 12:30

Roma Fiction Fest 2015, l’intervista a Steven Van Zandt

Steven Van Zandt, presidente di giuria del Roma Fiction Fest, presenta la nuova collezione di The River di Bruce Springsteen, che sarà ospite d'onore della puntata finale di Lilyhammer.

 di Alessandra De Tommasi

14 Novembre 2015 | 12:30 di Alessandra De Tommasi

Essere ricevuti alla corte di Steven Van Zandt dà alla testa, sembra di essere Alice nel Paese delle Meraviglie alla presenza del Brucaliffo. Un po’ perché Little Steven, presidente di giuria del IX Roma Fiction Fest, sa spiazzare e incantare al tempo stesso, si avvicina e si allontana nel giro di un attimo. Un po’ perché, prima che tu te ne accorga, si distende in orizzontale sulla poltrona a righe blu e verdi che sembra fatta a posta per intonarsi con la sua variegata camicia e nel frattempo viaggia tra i ricordi e medita sul futuro. Stargli dietro non è semplice, ma ci abbiamo provato.

Ha partecipato a innumerevoli eventi, l’anno scorso al Monte-Carlo TV Festival ha vinto anche due Golden Nymph, e ora presiede la giura del Roma Fiction Fest. Cosa ne pensa della manifestazione?

Un evento è buono quanto il materiale che presenta e qui ci sono prodotti di altissima qualità. Ho accettato subito l’invito e mi sto divertendo molto. E poi l’Italia è la mia seconda casa, i miei nonni sono calabresi e napoletani e so quanto sia importante tenere a mente le proprie radici. La lingua, però, devo ammetterlo non la conosco così tanto.

Per salutare la serie Lilyhammer (dal 30 dicembre su Sky Atlantic) che ha ideato, prodotto e interpretato ha scelto il suo grande amico Bruce Springsteen. Com’è andata?

Eravamo perfettamente a nostro agio, ne parlavamo da anni e a un certo punto gli ho detto: “Ora o mai più, è l’ultima puntata”. E così è stato, ho scritto le 3-4 scene in cui compare e che abbiamo girato per un paio di giorni e ci tenevo che fossero significative. Bruce era al suo debutto da attore, eppure non lo avresti detto perché è stato “cool”, assolutamente perfetto, e abbiamo vissuto sul set momenti ordinari, insomma la cosa strana è stata che nulla era strano.

E il 4 dicembre Springsteen stupisce ancora con The Ties That Bind: The River Collection. Cosa ricorda di quel periodo insieme?

Innanzitutto ci tengo a dire che questo cofanetto è speciale, il regalo di Natale perfetto per i fan, che racconta in maniera inedita il periodo di The River, oltre ai 4 cd di canzoni, un fantastico concerto live e di sicuro il momento più bello della mia vita.

Il più bello?

Certo, Springsteen scriveva come un matto una canzone dietro l’altra ed erano tutte eccezionali. Con i nostri materiali di scarti un altro avrebbe campato di rendita a vita. Per la prima volta mi ha chiesto di co-produrre un album e per me è stato un onore, che poi si è ripetuto con Born in the USA. Li abbiamo fatto come piaceva a noi e come eravamo sicuri sarebbe piaciuto al pubblico.

E se le chiedesse di esibirsi di nuovo con lui per una reunion celebrativa?
Lo spero proprio, ancora non ne abbiamo parlato, ma sarebbe fantastico, no? Tra noi, in questi ultimi 25 anni, ha funzionato sempre e siamo riusciti a fare svariati tour anche se io ero impegnato in tv, prima con I Soprano e poi con Lilyhammer, abbiamo fatto in modo di ritrovarci sempre…

Ha in mente qualche altro telefilm per il futuro?

Certo, almeno due, non svelo il genere ma posso dire che hanno tutti atmosfere ispaniche…

Lilyhammer è stata la prima produzione originale di Netflix. Concorda con chi dice che ha rivoluzionato la tv?

Assolutamente! Sai che ti dico? Per due volte nella vita sono stato nel posto giusto al momento giusto. Numero uno: I Soprano, quando HBO ha inaugurato la Golden Age della tv. Numero 2: Lilyhammer, quando Netflix ha portato quella Golden Age a livello internazionale con una nuova idea capace di puntare molto in alto.

Ha sempre creduto che Netflix fosse la casa giusta per Lilyhammer?

A Ted Sarandos di Netflix ho detto che non mi sembrava giusto “bruciarsi” in una volta sola due stagioni di un telefilm, dopo anni di lavoro, perché il pubblico lo consumasse tutto insieme in una notte. E mi ha dato la risposta perfetta: “Vuoi dire come un cd musicale?”. Cavoli, non ci avevo mai pensato, mi ha zittito all’istante.

Anche lei è un fan del binge-watching?

Certo, anche perché ho poco tempo e non riesco a stare dietro agli appuntamenti settimanali con le puntate. I miei due telefilm preferiti in assoluto sono Magic City e The Newsroom, ma ne seguo svariati, tra cui Il trono di spade o The man of high castle. E chissà che domani non arrivi la Apple TV o la Microsoft TV e che tutta quest’energia creativa, unita a un grande budget, non continui a fare meraviglie.

Prima di salutarla, può regalarci un ricordo di James Gandolfini, l’indimenticabile Tony Soprano?

È uno dei più grandi autori di tutti i tempi, la sua scomparsa è una tragedia per l’arte tutta, non solo per lo show business. Quando sono arrivato sul set mi sentivo quasi un apprendista, ma mi bastava condividere la scena con lui per migliorare, riusciva ad elevare chiunque avesse accanto, con calore umano e generosità.

Cos’altro la colpiva di lui?

Si prendeva in giro, si guardava allo specchio e mi credeva se riuscissi a capacitarmi del fatto che avessero scelto uno come lui per fare il protagonista. Non si sentiva a suo agio nel ruolo di leader, anche se metteva nella sceneggiatura una profondità e una complessità mai viste, ha riscritto il modo in cui in tv si pensava ad un personaggio centrale. Però pensava sempre di non farcela, un po’ per la pressione, un po’ per la modestia. E così questo suo modo di essere settava il tono di tutto il set, dove non c’è stata mai una tensione e si respirava calma e serenità. Un’assoluta rarità.