11 Aprile 2011 | 11:15

Giampaolo Morelli: «I commissari sono il mio forte»

Dopo Coliandro l’attore porta in tv un altro poliziotto nella fiction «La donna della domenica». È Santamaria: all’antica, schivo e... innamorato.

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Giampaolo Morelli: «I commissari sono il mio forte»

Dopo Coliandro l’attore porta in tv un altro poliziotto nella fiction «La donna della domenica». È Santamaria: all’antica, schivo e... innamorato.

11 Aprile 2011 | 11:15 di

Giampaolo Morelli e Andrea Osvárt (foto Gianfranco Mura)

Smessi ormai da tempo i panni dell’ispettore Coliandro per il dispiacere di migliaia di fan, Giampaolo Morelli, impermeabile e baffi, si è trasformato nel commissario Santamaria, protagonista di «La donna della domenica», fiction in due puntate in onda l’11 e il 12 aprile su Raiuno. Ispirata all’omonimo romanzo di Fruttero & Lucentini pubblicato nel 1972, dal quale era già stato tratto un lungometraggio con Marcello Mastroianni e Jacqueline Bisset, la fiction prende avvio con l’assassinio di un ambiguo architetto torinese, colpito a morte da una strana scultura di forma fallica.

Morelli, com’è questo suo commissario Santamaria?
«È un uomo del Sud che si trova a vivere nella Torino negli Anni 70, in una città molto industriale, molto “Fiat”. Come lui tanti meridionali arrivano lì per lavorare in fabbrica. C’è ancora molta differenza tra Nord e Sud».

E Santamaria resta uno del Sud.
«È un uomo di un’altra epoca, odia la superficialità e la faciloneria di certi personaggi: nobilotti, truffatori, borghesi. Ed essendo d’altri tempi, è integerrimo e anche colmo di indignazione, quella che oggi non si vede più».

C’è più «Romanzo Criminale» o più «Ispettore Coliandro»?
«Di “Romanzo Criminale” ci sono solo i pantaloni a zampa d’elefante, per il resto è una sorta di poliziesco Anni 70, quei film che una volta si chiamavano “poliziotteschi”».

Temeva il confronto con il commissario di Mastroianni?
«Ho guardato il film e poi mi sono fatto una mia idea. Il mio Santamaria è un’altra cosa. Fare paragoni sarebbe da sciocchi, il cinema italiano di quegli anni era di respiro mondiale».

Il romanzo uscì nel 1972, lei è nato nel 1974. Lo trova attuale?
«Sì, è un giallo ben scritto e i personaggi sono dipinti con tale cura che diventano universali: i poliziotti del Sud, la borghesia superficiale, gli evasori del fisco, i professori che parlano inglese perché è snob…».

Cosa affascina ancora la gente? Il delitto, il sesso, l’ambiguità delle donne…
«Il racconto, il giallo, la voglia di sapere chi è l’assassino, l’amore per una donna (Andrea Osvart, ndr) che è fra i maggiori sospettati».

Il commissario preso in trappola dalla bella indagata. L’uomo prevale sul poliziotto?
«C’è continuamente questa lotta, il commissario vive una guerra con se stesso. Santamaria è un personaggio bellissimo, antico: in quegli anni anche essere “sbirro” era diverso».

Avrebbe preferito tornare a girare un episodio di Coliandro?
«No. Ma per fortuna nessuno mi ha chiesto di decidere fra le due cose. Sono due personaggi così diversi e ricchi, sarebbe stato difficile. Coliandro è un ragazzo, un poliziotto moderno. Sogna di fare lo sbirro americano. Tutta un’altra cosa».