28 Gennaio 2011 | 00:11

Luciana Littizzetto: «Li risolvo io i guai della scuola italiana»

Luciana Littizzetto è tornata in cattedra dopo più di 20 anni. Molto prima di diventare la fustigatrice di «Che tempo che fa», scrittrice da tre milioni di copie e attrice apprezzata, Luciana si era affacciata al mondo del lavoro come insegnante precaria nelle scuole medie e superiori della periferia torinese. Luciana ora interpreta l’insegnante di lettere di un immaginario liceo torinese (il «Caravaggio») nella fiction «Fuori Classe», che ha debuttato domenica su Raiuno con ascolti record...

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Luciana Littizzetto: «Li risolvo io i guai della scuola italiana»

Luciana Littizzetto è tornata in cattedra dopo più di 20 anni. Molto prima di diventare la fustigatrice di «Che tempo che fa», scrittrice da tre milioni di copie e attrice apprezzata, Luciana si era affacciata al mondo del lavoro come insegnante precaria nelle scuole medie e superiori della periferia torinese. Luciana ora interpreta l’insegnante di lettere di un immaginario liceo torinese (il «Caravaggio») nella fiction «Fuori Classe», che ha debuttato domenica su Raiuno con ascolti record...

28 Gennaio 2011 | 00:11 di

Luciana Littizzetto (foto Ufficio Stampa Rai)

Luciana Littizzetto è tornata in cattedra dopo più di 20 anni. Molto prima di diventare la fustigatrice di «Che tempo che fa», scrittrice da tre milioni di copie e attrice apprezzata, Luciana si era affacciata al mondo del lavoro come insegnante precaria nelle scuole medie e superiori della periferia torinese. Luciana ora interpreta l’insegnante di lettere di un immaginario liceo torinese (il «Caravaggio») nella fiction «Fuori Classe», che ha debuttato domenica su Raiuno con ascolti record. Scritta, tra gli altri, da Federico Starnone, figlio del Domenico Starnone autore di libri come «Ex cathedra», «Fuori registro» e «Sottobanco» che già avevano ispirato il film «La scuola» di Daniele Luchetti, la fiction schiera anche Neri Marcorè, che interpreta l’ex marito farfallone della Littizzetto.
«Compagni di scuola», «I liceali», «Provaci ancora prof»: Luciana, la fiction torna per l’ennesima volta a occuparsi di scuola.
«Ammetto che l’argomento non è originalissimo, però questa volta il punto di vista è decisamente diverso. Qui il focus è proprio sulla scuola pubblica, che è la vera protagonista della storia, con tutte le esistenze che le si muovono dentro, a cominciare da quella della protagonista. Che si divide fra l’attività di insegnante e una vita privata non facile, con un marito che l’ha lasciata per una donna più giovane e un figlio adolescente con il quale il rapporto non è idilliaco».
Quello dell’insegnante per lei è un ruolo ricorrente: lo ha già interpretato al cinema («Se devo essere sincera» del 2004) e soprattutto nella vita, avendo insegnato per nove anni.
«Già, diciamo che è una parte che ho studiato molto bene».
Che ricordo ha di quegli anni?
«Bello. Insegnavo sia musica alle medie, sia lettere alle superiori. Scuole di periferia, complicate. Per me, giovanissima, che avevo studiato dalle suore, all’inizio fu uno shock. Chiedevo a un ragazzino se avesse portato il flauto e quello mi rispondeva con un’allusione sconcia. O più semplicemente alle mie domande spesso rispondevano “ma che m… vuoi?”».
Detto così sembra un incubo.
«E invece no, perché, a dispetto delle difficoltà enormi, c’erano professori che credevano nel loro lavoro e accettavano la sfida. Ho un ricordo bellissimo anche di quando ho insegnato italiano in una scuola per audiolesi. Inizialmente credevo fosse facile, perché avevo solo otto alunni, invece ho conosciuto il dramma di questo handicap, spesso sottovalutato: una fatica immane ma gratificante, che mi ha insegnato molto».
Era un’insegnante severa o già allora la buttava sul ridere?
«All’inizio ero Madre Teresa, poi sono diventata una vera carogna. In classe devi essere autorevole senza diventare autoritaria. Sembra una sottile sfumatura, invece la differenza è fondamentale».
Allora scriveva su «Gioventù operaia» che «la scuola è un ospedale dove si cura la gente sana e agli ammalati si assesta una botta in testa». Lo pensa ancora?
«Credo che dipenda molto dai professori. Alcuni sono fantastici, altri decisamente meno. E poi c’è anche un grande disinteresse da parte degli allievi. Vivono in un mondo che forse va troppo veloce e parla un altro linguaggio rispetto alla scuola».
Da allieva invece com’era?
«Una casinista. Ma serviva poco per esserlo, studiavo dalle suore. In generale, però, mi piaceva. A parte fisica e matematica, di cui non ho mai capito un granché».
Questa serie è anche la sua prima esperienza lunga sul set.
«Una galera, non so come facciano i “Cesaroni”. Io sono una da “cotto e mangiato”, alla Parodi. Immaginatevi tutti questi mesi sul set. Oltretutto giravamo le scene invernali quando c’erano 40 gradi e quelle estive quando si moriva dal freddo…».
Di tanto in tanto le muovono l’accusa di essere volgare.
«Un po’ hanno ragione. Però la mia volgarità non è mai gratuita, ma sempre costruita e funzionale al “pezzo”. Non è che in giro si senta la gente dire “perdinci” o “accipicchia”. Inoltre, e non è per cercare giustificazioni, molte delle cose che vedo in tv sono ben più volgari delle mie. E poi mettetevi nei panni di noi comici: di politica non puoi parlare altrimenti ti querelano, di religione neppure altrimenti scoppia un guaio, di temi sociali d’attualità idem. Alla fine ti restano solo il Walter e la Iolanda (così Luciana ha da tempo ribattezzato gli organi sessuali maschile e femminile, ndr)».
Lei è diplomata al Conservatorio in pianoforte e anche Checco Zalone è un pianista. Ma poi finite tutti a fare i comici?
«Si vede che è lo sbocco per i pianisti disoccupati. Ma fra noi non c’è paragone: lui è un compositore, io strimpello. L’ho visto al cinema e lo trovo bravissimo. E anche lui non è poi così delicato nel linguaggio. Ma non credo che la fila per vedere il suo film sia per le parolacce, ma perché fa semplicemente cappottare dal ridere».