31 Maggio 2011 | 11:48

Massimo Giletti al fronte con i soldati italiani

Il popolare conduttore dell'Arena dedica tre puntate del suo talk show domenicale alle Forze Armate impegnate all'estero. E racconta a Sorrisi tutte le emozioni del suo viaggio in Afghanistan al fianco dei militari italiani, tra allarmi e bombe nella sabbia...

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Massimo Giletti al fronte con i soldati italiani

Il popolare conduttore dell'Arena dedica tre puntate del suo talk show domenicale alle Forze Armate impegnate all'estero. E racconta a Sorrisi tutte le emozioni del suo viaggio in Afghanistan al fianco dei militari italiani, tra allarmi e bombe nella sabbia...

31 Maggio 2011 | 11:48 di

Massimo Giletti alla base di El Alamein, a Farah, con gli uomini del 187° Reggimento della Folgore (foto maresciallo Vincenzo Di Canio)

Massimo Giletti, che cosa ci faceva in Afghanistan?
«Sto girando un viaggio televisivo nelle Forze armate, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Cominciamo il 29 in Libia, ma all’Afghanistan dedicheremo due puntate, il 5 e il 12 giugno».

Com’è stato l’impatto?
«Sono arrivato al tramonto, immerso nel colore rosa delle montagne, alla base di Herat, dove lavorano 4.000 uomini del contingente Isaf, provenienti da 10 Paesi diversi. È subito partito l’allarme di attacco alla base e ho trascorso tre ore in un bunker; abbiamo sentito un paio di botti, forse razzi o colpi di mortaio. Poi siamo volati altrove, alla ricerca della percezione esatta di quello che fanno i nostri uomini, alle cinque di mattina».

Ragioni di sicurezza?
«Caldo. Di giorno non si può volare, per toccare gli elicotteri ci vogliono i guanti. Non riesci neanche a fare pipì, va tutto in sudore. Dalla base El Alamein, a Farah, al confine con l’Iran, sono quindi ripartito dentro un blindato, con una mitragliera sul tetto e quattro persone di equipaggio. Per raggiungere un villaggio distante 40 chilometri ci abbiamo messo quattro ore, perché bisogna sempre uscire dai tracciati. I trafficanti di oppio, a cui i militari danno ovviamente fastidio, seppelliscono gli Ied, bombe rudimentali, sotto la sabbia, giorni prima. Se ti vedono arrivare hanno quattro minuti per innescarli, e questo ti costringe a cambiare ogni volta percorso».

Che cosa ha imparato?
«A controllare la paura. I soldati la ottimizzano per tenere alta la concentrazione, una distrazione può essere fatale. Tutto ciò avviene a 50 gradi, in mezzi molto stretti, un elmetto e un giubbotto antiproiettile da 20 chili».

Le sembra una missione di pace?
«È una missione di pace in una zona di guerra. Se vuoi portare la pace a volte devi usare le armi. Le nostre truppe fanno un lavoro difficilissimo, e gli afghani sono comunque trattati con grande attenzione. Costruiamo pozzi, scuole, orfanotrofi, con i soldi del ministero della Difesa. E sono gli afghani a decidere cosa e dove».

Qualcuno penserà che sia meglio impiegare questi soldi in Italia.
«Non possiamo dimenticare l’11 settembre 2001. Gli americani hanno fatto errori: non si può imporre di punto in bianco la democrazia in un Paese a struttura feudale. Ma non andare in Afghanistan sarebbe stato impossibile. Sotto i talebani andavano a scuola 900.000 bambini, tutti maschi, oggi sono sette milioni, bambini e bambine: il futuro passa dall’istruzione».

L’uccisione di Osama Bin Laden ha cambiato qualcosa?
«Credo di sì. Me ne sono accorto parlando con i taxisti. Osama era una leggenda, una specie di mito: abbiamo fatto capire che eravamo in grado di prenderlo, anche dopo anni».

Cosa le rimane dell’esperienza?
«Ripartendo mi sono trovato sullo zaino una scritta, “Grazie Massimo” ed è partita la lacrima. Per i nostri soldati vedere un personaggio della tv che viene da loro è una cosa importante».

Riescono a guardare la tv?
«Sì. E seguiranno anche queste due puntate. Le aspettano».