06 Ottobre 2017 | 14:34

Claudio Lippi: «Mi ero stufato della vita comoda da giudice»

Adesso è un concorrente di «Tale e quale show» e racconta a Sorrisi la sua straordinaria carriera. «Per sentirmi vivo è fondamentale avere emozioni nuove» dice l’artista. «Perché una lezione l’ho imparata: non mollare mai!»

 di Stefania Zizzari

Foto: Claudio Lippi nello studio di «Tale e quale show»
Credit: © Matteo Rasero / LaPresse

«Oddio, sembro uno zombie: ho ancora i resti della pelle di Elvis Presley sul viso… il trucco fatica ad andare via». Claudio Lippi ha finito le prove. Sembra stanco, ma anche contento di avere accettato la proposta di passare da giurato a protagonista in questa edizione di «Tale e quale show». «In realtà mi sono pentito un minuto dopo aver accettato» scherza.

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Perché ha accettato?
«Ero perplesso, ma poi mi sono detto: “Avere emozioni nuove è fondamentale per sentirmi vivo”. Ed eccomi qua. Più vivo che mai (sorride)».
Che cosa vorrebbe dire ai suoi ex colleghi giurati?
«Che con me stessero molto attenti…» (ride).
Le sono arrivate due proposte insieme: «Tale e quale show» e «Domenica in», dove dal 15 ottobre affiancherà Cristina e Benedetta Parodi.
«Io sono uno che ha i piedi per terra nonostante le mie ingenuità e le botte che ho preso per buona fede e fiducia nel prossimo. Capisco che è un bellissimo momento: a “Tale e quale” mi metto in gioco, è un programma fatto di sacrificio, di forza fisica, del superamento dei propri limiti e per fortuna non è vincolante sul futuro professionale e di vita».
La domenica pomeriggio per lei è un ritorno: l’ha fatta per dieci anni con «Buona Domenica».
«Già, ed erano forse tra le più belle domeniche pomeriggio della storia televisiva. La trasmissione di Costanzo era ricchissima di momenti diversi: serietà, riflessione, ma anche divertimento puro… Ora a “Domenica in” io sarò “quello con esperienza”. Ho detto: “Fidatevi di me, affidatemi le modalità per il sorriso, per il disimpegno che abbia sempre una regola: il buongusto”. È una partecipazione che un po’ di gratificazione me la dà».
Ma non è un programma tutto suo…
«Negli ultimi anni, quando sono stato fuori dalla tv, la gente non mi ha mai chiesto: “Che fine hai fatto?”. Bensì: “Quando torni?”. Ecco, mi risulta che sia vacante il ruolo del conduttore di “Reazione a catena” della prossima estate perché Amadeus avrà altri impegni. Fra i giochi oggi in tv è quello che più mi si addice perché c’è il rapporto con i concorrenti, c’è un pubblico disponibile… insomma, mi candido».
Passano delle signore che lo riconoscono e lo salutano. Lui ricambia educatamente.
«Essere riconosciuto mi imbarazza» dice con pudore.
Perché?
«Quando mi salutano in modo garbato e affettuoso mi fa piacere. Ma la maleducazione la patisco. Sto mangiando, magari con altre persone, si avvicinano: “A Cla’ famose un selfie”. Il selfie è la maledizione di Dio».
Lei nasce come cantante. Che ricordo ha degli inizi?
«La musica era la mia vita. In seconda liceo avevo un gruppo ed ero convinto che quello sarebbe stato il mio futuro. Ma avevo contro i miei genitori».
Cosa desideravano?
«Mi volevano dottore commercialista, per seguire la strada del babbo che era consulente finanziario di un’importante società americana. Per loro era impensabile che un Lippi andasse in giro a cantare per i locali. Mi arresi».
Aveva rinunciato al suo sogno?
«Sì. Ma nel 1964, io ero ripetente al quinto anno di liceo, mio padre fece una enorme cavolata. Investì tutti i suoi risparmi, ed erano anni in cui si stava bene quindi tanti soldi, in una società con un suo conoscente che aveva un burrificio a Masnago, una frazione di Varese. Quindi ci siamo trasferiti lì e mi hanno iscritto in un liceo prestigioso. Andavo a scuola con l’autista con i guanti bianchi, come pure i miei compagni. Un giorno esco da scuola e non vedo né la macchina, né l’autista, ma un po’ distante un camioncino con l’insegna “BurPanna”, che era la società di mio padre. Mi avvicino, lui apre il finestrino e cereo in viso, tra pianti e disperazione, mi dice: “Non abbiamo più una lira”. Non solo. Il socio era scappato con tutti i soldi, lasciando pure un debito di tre miliardi di lire».
Una truffa?
«Già. Come nei film. Da quella brutta vicenda mio padre ha cominciato a morire. Il mio ricordo è di una enorme tristezza e allo stesso tempo di una grande gioia».
Gioia?
«Perché a quel punto serviva tutto, anche le 1.000 lire guadagnate cantando in giro per i locali. Io avevo la possibilità di un piccolo ingaggio in un night club di Alassio e mio padre fu costretto a dirmi: vai. Così da un momento tragico realizzai il mio sogno: cantavo dalle dieci di sera alle quattro del mattino. E tutto è cominciato. Poi mio padre si è ammalato e si è spento qualche anno dopo lasciandomi in eredità tutti i debiti che nel frattempo erano diventati una cifra incalcolabile. Ma ho deciso, silenziosamente e senza dirlo a nessuno, di accettare il debito e di provare a risanare il buco. Ci sono riuscito dieci anni fa. Una bella soddisfazione, ma che mi ha lasciato delle cicatrici».
Quali?
«La sensazione che quando hai bisogno sei sempre un perdente. Quando mi chiedevano “quanto vuoi per questo lavoro?”, era talmente tanta l’ansia di prenderlo che avevo paura di chiedere troppo. Magari chiedevo dieci e poi scoprivo che il budget previsto era dieci volte di più. Erano tutti più furbi di me».
Ha fatto anche il venditore di birra…
«Ci ho provato. Dopo la “botta”, per risollevarsi un po’, mio padre si occupò della distribuzione italiana di una birra tedesca. Lo volevo aiutare ma grazie ai dischi per l’estate avevo già una certa popolarità e quando entravo nelle osterie e dicevo che vendevo la birra, nessuno mi credeva, pensavano a uno scherzo: ridevano e mi offrivano da bere. In sei mesi mi sono ubriacato e non ho venduto manco una bottiglia di birra. Ho rinunciato. Poi ho cominciato con la radio e dopo è arrivata la tv».
E il doppiaggio…
«Con un editore di cartoni animati. Ho doppiato tutti i personaggi maschili dei “Barbapapà” mentre Orietta Berti ha dato la voce a quelli femminili».
La sua carriera si è intrecciata a quella di Corrado nel 1990.
«Lui aveva deciso di smettere con la conduzione di “Il pranzo è servito” e aveva detto: “O lo fa Lippi, o chiudo il programma”. Figuriamoci, io Corrado lo seguivo da prima ancora di fare questo mestiere: da ragazzino lo andavo a vedere in via Monte Zebio a Roma a “La Corrida” radiofonica. Mi affascinava la sua capacità di ironia, di leggerezza, il rispetto dei concorrenti, pur apparentemente massacrandoli. Corrado e Raimondo Vianello erano i miei fari. E la mia prima puntata di “Il pranzo è servito”, quella del passaggio di consegne da Corrado a me, fu, manco a dirlo, un disastro».
Come mai?
«Lui mi diceva: “E adesso sono cose tue!”. Io avrei dovuto ringraziarlo e poi cominciare il gioco. Ero così emozionato che la mia reazione fu: sensazione di moquette in bocca, faccia più ebete del solito, l’impossibilità di tirare fuori il fiato con parole di senso compiuto. L’abbiamo ripetuto 14 volte. Alla 15ª sono riuscito a dire: “Eh, l’hai voluto tu”, sono sceso di corsa e ho iniziato il programma».
Con Corrado siete diventati amici, vi frequentavate anche fuori dal lavoro?
«Purtroppo sì» (ride).
Purtroppo?
«Abbiamo passato molte serate a giocare a scopone scientifico. E lì lui si trasformava come dottor Jekyll e mister Hyde: era un essere insopportabile. Nessuno voleva giocare con lui in coppia. Sua moglie Marina Donati e Vittorio Marsiglia, l’attore che faceva il maggiordomo di “Il pranzo è servito”, si coalizzavano e alla fine toccava sempre a me. Durante le partite mi insultava: “Non capisci niente!”. “Ma che fai? Hai il cervello di una gallina!”. Poi finita la partita ritornava con la sua voce e i suoi modi affettuosi: “Dai, la prossima volta ci rifacciamo”».
Perdevate spesso?
«Sì, perché mi terrorizzava, entravo in ansia e non ne azzeccavo una».
Se si volta indietro quali sono i momenti fondamentali della sua carriera?
«Sono offuscati dalla straordinarietà della disgrazia che si è trasformata nella possibilità di realizzare un sogno. Per cui nella vita mi rimane la convinzione che non è mai finita. Sono dieci anni che aspetto un programma, non mi vergogno a dirlo e non lo reputo un diritto divino, per carità, non confondiamolo con chi aspetta un lavoro davvero. Ora ne sono arrivati due, anzi tre con quello su Rai Radio2 “Me anziano, You Tubers”. Ho avuto traversie, sono stato ingenuo e ne ho passate tante. Le depressioni le ho sempre superate rimboccandomi le maniche. Certo, ora ho finito le maniche, ormai sono in canottiera, ma la lezione l’ho imparata: non mollare mai, conviene».