21 Aprile 2017 | 11:49

Diego Maradona: «Quanto mi manca la gente di Napoli»

Diego racconta lo spettacolo di Alessandro Siani «Tre volte 10» e cosa ha provato nel sentire di nuovo l'abbraccio dei suoi tifosi

 di Andrea Di Quarto

Diego Maradona: «Quanto mi manca la gente di Napoli»

Diego racconta lo spettacolo di Alessandro Siani «Tre volte 10» e cosa ha provato nel sentire di nuovo l'abbraccio dei suoi tifosi

Foto: Diego Maradona palleggia durante lo spettacolo «Tre volte 10». Maradona è stato campione del mondo nel 1986. Con il Napoli ha vinto due scudetti, una coppa Uefa, una Supercoppa italiana e una Coppa Italia  - Credit: © Marcello Chello

21 Aprile 2017 | 11:49 di Andrea Di Quarto

A Diego Maradona chi scrive deve delle scuse. El Pibe de oro (in spagnolo «il ragazzo d’oro», è il suo soprannome) aveva richiesto che le domande gli arrivassero a Dubai, dove vive, via mail e la cosa non aveva destato l’entusiasmo dell’intervistatore: «Figuriamoci se Maradona si mette al computer a rispondere. Lo farà il suo addetto stampa» avevo subito pensato. Mai mettere in dubbio la parola del «Dieci»: squilla il telefono e uno dopo l’altro arrivano in serie dei messaggi vocali. È Diego in persona che risponde alle domande.

«Tre volte 10»: sul Nove lo spettacolo con Maradona, diretto da Alessandro Siani

Immagino che le abbiano proposto tante volte di fare uno spettacolo sulla sua vita. Perché questa volta ha detto di sì?
«L’ho fatto perché Siani mi è parso un uomo brillante, un ragazzo buonissimo. E anche perché quando sono andato a Napoli per la partita d’addio di Ciro (Ferrara, ndr) non ho potuto scendere in campo. Lo dovevo alla gente di Napoli. Anche se non tutti sono potuti entrare, è stata comunque una buona cosa essere a contatto con la gente napoletana».
Che cosa ha provato su quel palco?
«Mi ha fatto ricordare tante cose belle che ho vissuto con i ragazzi, con i tifosi e con la gente di Napoli. Devo ringraziare Siani per questo perché lui è stato il mio supporto. Questo non è il mio campo, il mio habitat naturale è un campo di calcio. Lo scenario era totalmente differente».
Qual è il ricordo più bello del periodo napoletano?
«Il ricordo più bello è la gente, l’affetto che ho ricevuto dal primo giorno fino all’ultimo. Oggi ho un nipote di otto anni che non crede a tutte le cose che mi sono successe a Napoli e come Napoli ringrazia suo nonno ogni volta che ne ha l’occasione».
Perché si canta «Maradona è meglio di Pelé?»
«Direi che la differenza è nella velocità del gioco. Ai tempi di Pelé si giocava a un ritmo inferiore. Noi al confronto andavamo in Ferrari. E poi i miei gol sono quasi tutti belli! Per non dire che lui giocava con dei “mostri”, io con dei giocatori che sicuramente erano bravi, ma non erano certo quelli della Nazionale brasiliana di allora, o di quella italiana».
Chi è il difensore italiano che l’ha picchiata di più?
«In realtà non mi hanno picchiato molto. Sono stato trattato bene ai tempi del Napoli. Dopo quello che mi era successo in Spagna con Goikoetxea (il difensore basco gli ruppe la gamba, ndr), avevo paura, perché prima credevo che non avrei mai potuto farmi male e invece accadde. Però, se proprio devo dire il nome di un giocatore contro il quale era difficile giocare, sicuramente Pietro Vierchowod».
Sarebbe andato d’accordo con uno come Sarri, l’attuale allenatore del Napoli?
«Di sicuro. Mi piace il mister, amo la qualità umana che ha, il dono di saper essere vicino ai ragazzi. L’ho guardato lavorare da vicino e ho visto la sua sensibilità. A Napoli devi essere così, perché se ti mostri superbo la gente non ti vuole. Per questo la città ama Sarri, lui non ha alcuna superbia».
Fidel Castro, di cui è stato amico, capiva di calcio?
«Qualche cosa sì, ma lui era esperto soprattutto di baseball. Quando vedevamo una partita, mi domandava sempre cos’era questo e cos’era quello, perché era rigore, perché era corner e io gli spiegavo. Io gli parlavo di calcio e lui mi parlava di baseball».
Cosa le manca di Napoli?
«Ero abituato a essere circondato dalla gente, veniva davanti a casa mia, all’allenamento, non potevo uscire dalla porta, però tutto questo veniva ripagato la domenica quando giocavamo al San Paolo ed era strapieno. Io devo alla gente di Napoli la carica che mi dava per andare a vincere la partita».
Ha incontrato papa Francesco. Che cosa l’ha colpita di lui?
«Lui crede che la Chiesa non è una banca. Si preoccupa per quelli che non hanno una casa, per quelli che sono poveri. Ha sempre questo nella testa. Molte cose che si dicevano del Vaticano si sono rivelate vere, ma lui sta cambiando le cose».
Nella sua vita piena di successi ha un rimpianto?
«Non aver vinto il terzo scudetto. Sicuramente. Non aver potuto andar via come volevo io. Grazie a Matarrese e a Ferlaino ho dovuto... andarmene dalla finestra».
C’è qualcosa che ha desiderato e non ha avuto?
«No, Dio mi ha dato di più di quello che sognavo, non credo che si sia dimenticato di nulla».