09 Settembre 2016 | 15:48

A «Quarto Grado» Gianluigi Nuzzi ora indaga assieme al pubblico

Il conduttore rivela a Sorrisi i 5 fattori che trasformano un delitto in un caso «mediatico»

 di Natalia Vantini

Foto: Gianluigi Nuzzi

Da quattro stagioni Gianluigi Nuzzi è al timone di «Quarto Grado», il programma che racconta e approfondisce casi di cronaca nera. E venerdì 9 settembre, sempre affiancato da Alessandra Viero, Nuzzi riapre i battenti di quello che, con sua massima soddisfazione, è stato definito «il programma di punta di Rete 4».

Gianluigi, dunque si ricomincia. Che edizione sarà?
«Prima di tutto avremo una scenografia nuova, ma la cosa più importante è che, attraverso il web, daremo più possibilità al pubblico di partecipare alla trasmissione. Vogliamo avere un dialogo diretto con chi ci guarda. Il pubblico potrà porre domande ai nostri redattori e ai nostri esperti».

Che tipo di domande fanno in genere i telespettatori?
«Propongono ipotesi, sottolineano indizi. C’è chi fornisce informazioni preziose su tipi di automobili di una certa epoca, oppure di armi o di morfologia del terreno».

Informazioni concretamente utili alle indagini?
«Assolutamente sì. Come è successo nel caso, clamoroso, dell’omicidio di Lidia Macchi, la ragazza di Varese uccisa nel 1987 a 21 anni. Proprio grazie alla telefonata di una nostra telespettatrice il caso è stato riaperto. Erano state mostrate delle lettere anonime arrivate alla famiglia dopo l’omicidio. La telespettatrice ha riconosciuto la scrittura dicendo che era quella della persona, a quel tempo un suo amico, che 30 anni prima le aveva mandato delle cartoline. Gli inquirenti hanno acquisito le cartoline, fatto una perizia e si è risaliti a Stefano Binda, ex compagno di liceo della vittima, che oggi è incriminato per l’omicidio».  

Su quali casi punterete nelle nuove puntate?
«Di sicuro parleremo del caso di Pordenone (l’omicidio dei fidanzati Trifone Ragone e Teresa Costanza di cui è stato accusato un loro amico, Giosuè Ruotolo, ndr) e di quello del piccolo Loris Stival, ucciso a Santa Croce Camerina nel ragusano. Entrambi i casi hanno suscitato grandissimo interesse».

Cosa si impara conducendo più di cento puntate di questo programma?
«Si capisce che, riconoscendo per tempo certi segnali, si possono evitare alcune delle tragedie che maturano in famiglia. Ho avuto anche grandissime lezioni di umanità da chi è stato schiacciato dalle sciagure. Ricorderò per tutta la vita gli occhi di certi padri e madri che hanno perso i loro figli e che vivono la loro sofferenza con compostezza e dignità».

C’è un caso in particolare che l’ha colpita?
«Quello della scomparsa di Roberta Ragusa. La Corte di Cassazione ha disposto un nuovo processo nei confronti del marito, inizialmente prosciolto. Di fatto non si sa quale sia stata la fine di questa donna».

Anche lei ha subito un processo da parte del tribunale del Vaticano per la fuga di notizie di cui si è servito per il suo libro «Via Crucis».
«Processo nel quale sono stato assolto. Non sono uno che si piange addosso però ammetto che è stato un anno vissuto intensamente. Ma ho difeso il mio libro come un figlio, perché ero convinto di non aver commesso errori. E ci tengo a sottolineare che non un rigo di quello che ho scritto è stato smentito».

Foto: Alessandra Viero e Gianluigi Nuzzi

5 regole che fanno di un delitto un fenomeno mediatico

Perché alcuni casi di cronaca nera appassionano il pubblico e altri vengono dimenticati presto? Lo abbiamo chiesto a Nuzzi, che ha stilato per Sorrisi le cinque regole che fanno di un delitto un fenomeno «mediatico».