15 Settembre 2016 | 17:50

Renato Zero in tv: «Arenà sarà uno show imprevedibile»

Il grande cantante racconta a Sorrisi il suo show di prima serata, in onda su Raiuno sabato 17 settembre

 di Stefania Zizzari

Foto: Renato Zero

Quasi tre ore di musica, ricordi, risate, emozioni, amici che salgono sul palco, canzoni che hanno fatto la storia della musica italiana. Sabato 17 settembre in prima serata su Raiuno va in onda «Arenà - Renato Zero si racconta», il meglio dei tre concerti-evento che il cantante ha tenuto all’Arena di Verona lo scorso giugno.

Renato, cosa vedremo in questo appuntamento televisivo?
«Ho cercato di fare un programma imprevedibile. C’è tanta autoironia. Con Sergio Castellitto, per esempio, ho assaporato l’esperienza del lettino dello psicanalista: mi ha fatto una sorta di seduta psicologica e ne è uscita fuori una scena divertente. Con un epilogo raccapricciante, almeno per lui. Ma non ve lo posso anticipare...».

Sul palco dell’Arena ci saranno anche altri suoi amici.
«Emma ed Elisa, due artiste piene di talento a cui ho regalato pagine del mio repertorio e che mi hanno fatto dono di due dediche molto significative. E poi Francesco Renga, Carlo Conti, Leonardo Pieraccioni e Giorgio Panariello. E Carlo Giuffré, che ho avuto il privilegio di ospitare: ci ha regalato una lezione su come si sta sul palcoscenico».

Che cosa fa appena prima di salire sul palco per un concerto?
«Sempre la stessa cosa. Da un’ora prima dell’apertura di un sipario non voglio più sentire né vedere nessuno. Credo che sia un’eredità di quando, da ragazzino, servivo messa come chierichetto per mio zio, don Pietro, il fratello di mio padre. Nella sagrestia, nei momenti che precedevano la funzione religiosa, indossavo la mia cotta e c’era questo silenzio per calarsi spiritualmente in una dimensione alta e complessa: il pensiero rivolto a Dio. Il mio camerino di oggi è la sagrestia di allora».

Ha un repertorio di centinaia di canzoni: ce n’è una che non manca mai nei suoi concerti?
«Sì, è “Il cielo”. In fondo è una sorta di bilancio, perché le cose che ho scritto in quel testo non hanno tempo. Alzando gli occhi abbiamo la sensazione che anche i furbi e i violenti si dovranno prima o poi confrontare con questa dimensione. E se per noi credenti l’infinito è una carezza divina, per questa gente è una punizione, perché non hanno la capacità di interpretarlo. È come finire in mezzo all’oceano: se hai fede galleggi, altrimenti vai a fondo».

Lei ha attraversato decenni, generazioni, la storia del costume e della musica nel nostro Paese: qual è il suo segreto?
«Mi sveglio la mattina con l’idea di portare a casa qualcosa. Non sono mai sprovvisto di curiosità, di desiderio di incontrare gli altri. Magari poi arrivo alla sera e ho preso qualche fregatura, ma sono sempre contento perché anche la stanchezza è segno di un grande impegno. Se uno non si stanca vuol dire che non ha lavorato, che non ha vissuto, che non ha imparato, che non ha dato. Il segreto è essere sempre presenti. Sa che cosa dico ai giovani?».

Cosa?
«Che il dolore non deve fare paura perché sono le ferite che ti insegnano. E bisogna imparare che la felicità, alla stregua del dolore, va tenuta a una certa distanza. La serenità invece deve abitare dentro di noi: dobbiamo riservarle una branda dove farla riposare la notte. È il dono più bello che possiamo ottenere dalla vita, perché è un equilibrio magico tra noi e l’imponderabile. Ma non voglio fare prediche, per carità! Non le ho mai accettate dagli altri, figuriamoci se ora mi metto a farle io».

Come nascevano i suoi costumi così originali?
«A parte alcune scelte ironiche e ridanciane, i miei abiti avevano in comune una sorta di severità: in fondo erano gabbie che mi circondavano, anche se fatte di raso e di paillettes. Volevano esorcizzare le mie paure».

Poi è diventato più sobrio.
«Nell’autunno della vita, che non ha niente da invidiare all’estate e alla primavera, mi sono un po’ spogliato. È una stagione di riflessioni, bilanci, tenerezze e ricordi. Dietro questo sfoltimento che riguarda il mio aspetto esteriore, però, si legge ancora la possibilità di essere visto come un clown. C’è la coerenza di abitare definitivamente una maschera».

Il suo ultimo lavoro «Alt» ha ottenuto un Disco di platino.
«Con molta discrezione. Io non credo alle classifiche».

E a novembre parte il nuovo tour.
«Sì. E non avrà nulla a che vedere con quello che vedrete in tv nella serata di “Arenà”, che sarà comunque una meraviglia. Però io i replicanti non li amo, voglio dare al pubblico cose nuove: il biglietto costa e tu devi giustificare la spesa. Per fare le rapine spesso non occorre il passamontagna, ma una faccia tosta incredibile. Penso ai motivetti “copia e incolla”: ne hai sentito uno, li hai sentiti tutti...».

Nel brano «Chiedi» lei dice: «Tieni spenta la tv che gli alieni vengono da là». Che cosa intende?
«C’è una televisione pornografica che fa sì che vinca il ladro, il parolaio, il violentatore. La grande promozione che si fa al crimine, a questi furbi che riescono sempre a farla franca, non dovrebbe entrare nelle case».

Lei in tv invece cosa guarda?
«Ho due nipotine, una di 10 anni e una di 11, che guardano i canali dedicati ai bambini. Io mi faccio delle “full immersion” con loro e sento che questi programmi mi riguardano. Significa che non ho smesso di essere infantile: il calendario ancora una volta con me è rimasto fregato (ride, ndr)».

Nel brano «Rivoluzione» è come se volesse dare una scossa alle coscienze. Cosa la fa arrabbiare di più?
«Quando qualcuno pensa che siamo tutti idioti. Il fatto che qualcuno si permetta il lusso di offendere la nostra bandiera, con i suoi tre bellissimi colori, e provi a farci diventare daltonici».

Renato, lei è sempre in trincea...
«Proprio così. Non sto a conta’ i dischi d’oro a casa. Non ce li ho nemmeno, chissà chi me li ha fregati... Ma hanno fatto bene, perché mi stavano sulle scatole.
A me piace andare in giro a vedere quello che va e che non va. L’artista non è solo un portatore sano di melodia, è tenuto a osservare i cambiamenti. Bisogna stare in mezzo alla gente. Quando mi vedono al supermercato che scelgo i sottaceti mi dicono: “A’ Renà, che bello vederti così!”. È una cosa che li rende felici. Che te devo dì?».

Solo una cosa, per finire. Un saluto a modo suo...
«Certo. Ciao Nì».