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12 Marzo 2013 | 15:44

Pif rivela le sorprese delle nuove puntate di «Il testimone» e parla del suo primo film da regista

«Il testimone» è partito con una nuova stagione, in onda ogni lunedì su Mtv in seconda serata. Il 18 marzo si vola in Islanda per incontrare Jon Gnarr, il comico diventato sindaco di Reykjavík. E il 25 marzo è il turno del rapper Fabri Fibra. Abbiamo «disturbato» il conduttore Pif durante la fase di montaggio di uno dei prossimi episodi...

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Pif rivela le sorprese delle nuove puntate di «Il testimone» e parla del suo primo film da regista

«Il testimone» è partito con una nuova stagione, in onda ogni lunedì su Mtv in seconda serata. Il 18 marzo si vola in Islanda per incontrare Jon Gnarr, il comico diventato sindaco di Reykjavík. E il 25 marzo è il turno del rapper Fabri Fibra. Abbiamo «disturbato» il conduttore Pif durante la fase di montaggio di uno dei prossimi episodi...

12 Marzo 2013 | 15:44 di Redazione

Un uomo e una telecamera. Niente troupe, niente effetti speciali. Solo domande a cui trovare risposta. L’idea di «Il testimone» (in onda su Mtv dal 2007) è di straordinaria essenzialità e va controcorrente rispetto alla tv a cui siamo abituati. Ma il talento del suo conduttore ne ha fatto un programma di culto. Lui è Pierfrancesco Diliberto, per tutti «Pif». Quarantenne palermitano con l’entusiasmo di un ragazzino, si è fatto notare facendo gavetta tra «Le iene» fino al giorno in cui ha bussato alla porta di Mtv con un format tutto suo, fatto di irresistibili reportage.

Ora «Il testimone» è partito con una nuova stagione: il programma va in onda ogni lunedì alle 22.50 e (in replica) il martedì in prima serata. Il 18 marzo si vola in Islanda per incontrare Jon Gnarr, il comico diventato sindaco di Reykjavík. E il 25 marzo è il turno del rapper Fabri Fibra. Abbiamo «disturbato» Pif durante la fase di montaggio di uno dei prossimi episodi di «Il testimone».

A che punto sei circa?
«Ti dirò, finirò a metà giugno. Ogni volta che consegno una puntata, so che ho sette giorni di tempo per la prossima. Sarà una guerra, perché quest’anno ho anche girato il film quindi fare entrambe le cose è stata una faticaccia».

Intanto sei partito con il botto, con l’episodio divertentissimo sull’arte contemporanea e quello su Padre Pio. Delle prossime puntate in arrivo quali sono da tenere d’occhio secondo te?
«Tutte, ovviamente!».

Una che ti è piaciuto particolarmente girare?
«Ho fatto una puntata sulle persone transessuali. L’argomento non è nuovissimo, ma l’ho trattato in modo diverso, ho conosciuto alcune femmine diventate maschi e una poliziotta di Milano che da maschio è diventata femmina. Però non si parla di prostituzione o di cose torbide, ma di gente inserita nella società. Questa normalità e serenità nel raccontarti le cose mi ha sconvolto, ma nel senso buono».

E poi il 25 marzo c’è la puntata su Fabri Fibra.
«Da quell’episodio si capisce perché faccio “Il testimone”: sono andato da Fabri Fibra e gli ho detto: “Senti, io del rap non capisco nulla e non capisco perché un rapper va bene e l’altro no, perché uno deve piacermi e l’altro no, mi sembrano tutti uguali, spiegamelo”. È la fortuna di questo lavoro: hai un dubbio sul rap e puoi andare dal rapper numero uno in Italia che ti spiega tutto… con molta pazienza».

È riuscito a convertirti?
«Il rap continua a non farmi impazzire ma almeno ora se ascolto un pezzo rap colgo delle sfumature che prima ignoravo».

Sono andati in onda più di 40 episodi dal 2007. Ce n’è uno a cui sei particolarmente legato? Se lo chiedono a me, io rispondo sempre: quello sui cantanti neomelodici.
«Quell’episodio ci ha dato grosse soddisfazioni, purtroppo avevamo solo mezz’ora, con l’episodio sui neomelodici e altri valeva la pena di arrivare a un’ora. L’episodio a cui sono più legato è sicuramente il primissimo, “Addio pizzo”. Sono andato da Mtv e ho detto: “Voglio fare un programma con una telecamera in mano” e loro, con qualche dubbio, mi hanno prodotto la puntata. Ed è venuta meglio di quello che pensavo! Ma generalmente, mi sono sempre divertito e arricchito. Una delle più citate è la puntata in America in cui facevo il paragone tra l’adolescenza americana e quella a Palermo, oppure il mio viaggio in Giappone: non essendo un programma di viaggi, mi divertiva inventarmi una scusa per conoscere nuovi paesi, ma andando a casa della gente. Entrare in una famiglia con una telecamerina ti permette di conoscere questi mondi senza dare la sensazione che “è arrivata la televisione”, con una troupe sarebbe stato più finto».

In cinque anni e mezzo il tuo format e il tuo stile sono quasi invariati. Come hai fatto a non «farti cambiare» in questo lungo periodo?
«Sembrerà una frase banale, ma io ho lo stesso entusiasmo di sempre. Oggi pensavo: io lavoro sette giorni su sette, soprattutto in questo periodo, ma non mi viene mai la tentazione di lamentarmi, non la vivo come una condanna, non la rinfaccerò mai a qualcuno. Se avessi una moglie, non mi verrebbe mai spontaneo dirle “io lavoro sette giorni su sette!” perché per me è ancora come quando a 15 anni giocavo con la saletta di montaggio di mio padre. Lo spirito è sempre lo stesso, anche se le cose si sono fatte più serie. Ma il fatto di non avere una troupe, di montartelo a casa, ti fa dimenticare quasi che si tratta di un lavoro vero e proprio».

Insomma, sei uno dei pochi veri «free lance» della tv.
«Sì, lavorare a casa ti fa perdere il senso dello spettacolo, aiuta a non pensare che stai facendo televisione, oppure che sei un personaggio televisivo. Quando vado a una festa dove ci sono dei personaggi dello spettacolo, non penso di far parte di quel mondo. Li guardo e poi racconto: “Ah, a quella festa c’erano Tizio e Caio”. Faccio fatica a pensare di poter essere Tizio o Caio: anche se faccio parte pure io di questo circo, lo vivo ancora come se fossi all’esterno».

E che differenza c’è tra fare la «Iena» e fare il «Testimone»?
«Alle “Iene” mi capitava di fare dei servizi più che altro per spirito di squadra, perché magari mancava il servizio più “sciocco” e allora toccava a me. Facevo anche molte cose che mi piacevano, ci sono dei pro e dei contro nel lavorare in una squadra. In ogni caso, non avrei mai potuto fare “Il testimone” senza “Le iene”, ma a un certo punto capisci che devi fare un’esperienza tutta tua, per vedere se riesci a camminare con le tue gambe senza avere qualcuno che ti sostiene. È stato come quando vai via da casa: traumatico ma necessario».

Parliamo del film a cui mi accennavi, «La mafia uccide solo d’estate», il tuo esordio da regista. Ho letto della fine delle riprese circa un anno fa. Che fine ha fatto? È sparito nel nulla?
(Ride) «Abbiamo dei ritmi che nemmeno Kubrick! Quando uno fa un film e non esce, di solito c’è una magagna dietro. In realtà, anche se il montaggio è stato più lungo del previsto ed è finito soltanto un mese fa, siamo tutti molto soddisfatti e nelle prime proiezioni che ho fatto ho ricevuto solo commenti bellissimi anche da parte di persone che potevano permettersi di dirmi “il tuo film fa schifo”. Comunque sono certo che il modo di trattare l’argomento sia nuovo».

Infatti, sono pochi in Italia ad aver avuto voglia e coraggio di raccontare un argomento come la mafia con ironia e leggerezza. L’hai fatto in passato anche in «Il testimone».
«Esattamente, lo spirito è proprio quello del “Testimone”, dove abbiamo parlato degli orfani di mafia partendo dalla mia passione per la brioche al gelato. Si cazzeggia un po’ per arrivare all’aspetto più drammatico. Il film è ovviamente fiction, è un vero film, con veri attori, non è una puntata del “Testimone” al cinema, ma lo spirito è quello. È la storia di Palermo attraverso gli occhi di un bambino, che applica i ragionamenti degli adulti alla vita di tutti i giorni, finge di essere un adulto scatenando dei meccanismi comici. Poi con il sorriso porto al lato drammatico del film».

Com’è nata l’idea?
«Tutto è nato quando mi sono trasferito a Milano, e la gente mi faceva delle domande incredibili sulla mafia: pensavo che la gente ormai fosse più informata sull’argomento ma mi sono accorto che la mafia non è davvero conosciuta fuori dalla Sicilia. Non necessariamente per cattiveria, ma spesso mancano gli strumenti. Leggendo dei libri e riguardando la mia città negli Anni 70 e 80, ho scoperto situazioni paradossali che nessuno ha mai raccontato, e ho pensato che fosse divertente farlo. È anche un po’ una presa per il culo della mafia e dei mafiosi…».

In effetti, a parte Ciprì e Maresco, non mi vengono in mente altri registi che abbiano affrontato in questo modo l’argomento…
«Sì, ma hanno un mondo particolarissimo tutto loro. Quello che succede nel mio film sono tutti fatti veri. Ho inventato una storia, che è la vita privata di un ragazzino, ma quello che avviene intorno a lui è realmente accaduto».

Quindi adesso il film è pronto?
«Sì, stiamo cercando di capire quando farlo uscire».

C’è qualche festival che lo sta corteggiando?
«Ci sono dei festival interessati. Venendo dalla televisione, credo di avere bisogno di un festival che mi legittimi. Come sai, io non sono proprio un comico televisivo che ha fatto un film. Se conosci “Il testimone” comprendi facilmente lo spirito del film, ma per chi non mi conosce c’è il rischio che non si capisca. E poi è la prima volta che si tratta l’argomento in questo modo, bisogna capire come presentarlo. Forse un festival ti permette di avere un “patentino” cinematografico. Per il momento aspettiamo che qualcuno lo prenda, poi decideremo l’uscita».

«Il testimone» va in onda su Mtv dove ci sei tu, c’è Maccio Capatonda, «Girls», I Soliti Idioti, «Spit». Un mondo a parte.
«Mtv è un mondo a parte, che però ti permette di sperimentare come non fanno altre televisioni. L’approccio è totalmente diverso, non so quante altre televisioni avrebbero prodotto la puntata zero di un programma come il mio».

Aiuta il fatto di non doversi confrontare con gli ascolti e con lo share?
«Io sono ancora stupito del lavoro che c’è dietro alle sigle di Mtv, come quelle del “Testimone” o di “Victor Victoria”, che era fatta addirittura in pellicola. Pensa che alle “Iene” non facevamo la sigla per paura che la gente cambiasse canale, qui invece c’è una cura difficilissima da trovare in altri canali. Forse è lo stampo anglosassone, forse è proprio il fatto che non vengono stressati dall’Auditel. Almeno, per il momento. Però ti fa pensare a una luce in fondo al tunnel, per la cura dei dettagli e della qualità».

E se ti offrissero di fare «Il testimone», che so, su Italia 1 o su Raidue, su Raitre?
«Prima o poi dovrà succedere una cosa del genere. Prima o poi sarò… fuori target per Mtv! Per il momento con Mtv lavoro benissimo e comunque ho un contratto di due anni in esclusiva, quindi non potrei neanche farlo. Ma prima o poi dovrò confrontarmi con la televisione “altra”».

Tu la guardi, la tv? Qual è il tuo giudizio sul suo stato di salute?
«Sono anni che sento dire che la tv generalista è finita, io ho sempre avuto i miei dubbi e avevo ragione: non mi sembra affatto che la tv generalista sia morta. In realtà non la guardo più, mi sono spostato su Internet. Però guardo la televisione… tramite Internet: se non vedi un programma ma succede qualcosa di eclatante, succede anche lì. Internet non può vivere senza televisione, si nutre di quello che succede in tv. E solo di quello che succede nella tv generalista. Prendi Simona Ventura o Fiorello: quando erano a Mamma Rai erano presenti nell’immaginario collettivo, quando sono andati a Sky sono un po’ scomparsi. Se capita anche a personaggi di questo tipo significa che… la Rai è sempre la Rai».

In bocca al lupo per tutto, soprattutto per il film. Spero di vederlo presto.
«Pure io!».