13 Ottobre 2017 | 13:08

Alberto Angela presenta a Sorrisi la nuova edizione di «Ulisse»

A telecamere spente imparo dai miei figli «Ci sono materie come la biologia in cui loro ne sanno di più» dice il conduttore. Che prepara anche un programma inedito

 di Alex Adami

Alberto Angela presenta a Sorrisi la nuova edizione di «Ulisse»

A telecamere spente imparo dai miei figli «Ci sono materie come la biologia in cui loro ne sanno di più» dice il conduttore. Che prepara anche un programma inedito

Foto: Alberto Angela  - Credit: © Barbara Ledda/ Photomovie

13 Ottobre 2017 | 13:08 di Alex Adami

«L’arredamento ricorda un commissariato cecoslovacco ma si accomodi pure». Alberto Angela sorride. La redazione di «Ulisse» è al secondo piano di una palazzina d’epoca nel quartiere Prati a Roma. In effetti l’arredo è spartano, ma a scaldarlo ci sono le foto, i poster e una grande cartina del mondo con le bandierine puntate sui Paesi nei quali lui e la sua troupe sono stati per il programma. E considerando che «Ulisse» è arrivato alla 17ª edizione, le bandierine sono davvero tante.

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L’ufficio di Alberto non è grande: «Tanto sono sempre in giro, qui ci sto poco» spiega. C’è una scaffalatura di metallo stracolma di libri e riviste di architettura, archeologia, storia, ambiente. Poi una che riproduce il ritratto di Paquio Proculo, un famoso affresco di Pompei («È uno dei luoghi al mondo dove non mi stanco mai di tornare»), l’immagine del Trapezophoros («Un basamento con due grifoni alati che predano un cerbiatto: un capolavoro scoperto in Puglia»). E il poster di un astronauta sulla Luna: «Lo guardo e mi aiuta a ridimensionare le seccature quotidiane. Quegli uomini sono arrivati lassù, a 300 mila chilometri dalla Terra: se qualcosa fosse andato male, nessuno sarebbe andato a recuperarli. Quelli sì che erano problemi».

Lei sulla Luna non ci è arrivato, ma di chilometri ne ha macinati. Così come continua a macinare ascolti con la nuova serie di «Ulisse». Glielo avranno già chiesto, ma la domanda è inevitabile: come riesce a fare certi numeri con i documentari?
«Cerchiamo di dare calore, emozione e umanità alla storia, all’arte, alla scienza. Se ti parlo dei batteri ti racconto di Pasteur. Se ti parlo dello sbarco in Normandia vado a cercare i ragazzi che erano lì. Il racconto è uno dei nostri cavalli di battaglia, perché riesce a coinvolgere le persone, a mettere l’emozione e il calore là dove solitamente ci sono solo dati tecnici».

Ricorda il primo servizio che ha girato per la prima serie?
«Era il 2000. Una puntata dedicata agli Etruschi girata a Venezia in occasione di una mostra a Palazzo Grassi: l’allestimento della mostra non era pronto, il venerdì sera erano ancora a mettere la moquette con la spillatrice e il sabato andavamo in onda. Che corsa! C’era entusiasmo, confusione, paura».

Un servizio che l’ha colpita più di altri?
«Il decollo dello Shuttle in Florida: è stata una delle emozioni più forti della mia vita. L’uomo che esplora l’Universo: è come affacciarsi a una finestra che dà sul futuro. In quel momento mi sono commosso fino alle lacrime. Anche perché ero nello stesso punto in cui si era trovato mio padre quando seguiva il progetto Apollo: la prima missione attorno alla Luna e poi l’allunaggio. E ricordavo i suoi racconti».

Durante l’estate si sono rincorse voci che la davano in procinto di lasciare la Rai. Poi cos’è successo?
«Aspettavo una proposta della Rai. Sono passati molti mesi e nel frattempo si sono presentati altri interlocutori. Oggi posso ufficializzarlo: rimango in Rai».

Ha firmato un contratto?
«Non ancora, è un accordo, tant’è che quando vado al montaggio devo chiedere un permesso per entrare perché non ho il tesserino. La parte burocratica sarà definita a breve».

Cosa prevede l’accordo?
«Quattro anni di esclusiva con “Passaggio a Nord Ovest”, “Superquark”, “Ulisse”, “Stanotte a...” e un nuovo programma che parte a gennaio su Raiuno».

Ce lo può anticipare?
«Si chiama “Meraviglie. La penisola dei tesori” e racconta il patrimonio Unesco in Italia. Sono 53 luoghi, il nostro Paese è quello che ne ha il maggior numero al mondo. Non solo. L’Italia è riuscita a dare dei capolavori in ogni epoca: dall’antichità al Medioevo, dal Rinascimento fino a Barocco. Ho fatto tanti viaggi e mi accorgo che il nostro Paese è unico. Dobbiamo esserne orgogliosi».

Come sarà strutturato il programma?
«Dovrebbero essere tre o quattro puntate, stiamo facendo una corsa contro il tempo. Abbiamo 80 giorni di riprese per raccontare la Valle dei Templi di Agrigento, Assisi, Siena, le Langhe, la Reggia di Caserta, i trulli di Alberobello, Castel Dell’Ovo e tanti altri tesori. Io esplorerò i siti come la gente mi ha sempre visto fare. Ci saranno anche ospiti celebri che daranno la loro testimonianza legata a un luogo».

Qualche nome?
«Andrea Camilleri, Monica Bellucci e Paolo Conte, tra gli altri».

E nella prossima edizione di «Stanotte a...» dove ci porterà?
«Sto lavorando su Pompei». 

La prima cosa che mette in valigia?
«Coltellino multiuso e giaccone con tante tasche».

Cosa non manca mai nel suo bagaglio?
«Macchina fotografica o comunque lo smartphone per fare le foto».

È ordinato quando fa la valigia?
«Sì».

Quanto tempo impiega?
«Beh, la potrei fare al buio. E al buio saprei ritrovare tutto. È un modello collaudato». 

In tv sembra sempre tranquillo: si arrabbia mai?
«O sì, certo. Di solito di fronte all’ottusità e alla stupidità umana».

E che fa, alza la voce?
«Porto avanti le mie idee con veemenza, decisione e sicurezza. Diciamo che quando sono arrabbiato si capisce».

Lei è il genero ideale di tutte le mamme.
«Alla mia età?».

Ce l’avrà un difetto.
«Ne ho tanti. Il principale è che sono ritardatario. E anche poco mondano».

Non è necessariamente un difetto. Un suo vezzo?
«Due caffè la mattina, uno dietro l’altro. E poi non memorizzo nulla sul cellulare: i miei appunti sono solo su foglietti di carta».

Capitolo manutenzione fisica.
«Faccio le scale a piedi, lascio la macchina lontano e cammino. Ma il nuoto è lo sport che preferisco: mi rilassa e mi permette di pensare. Ma sono una buona forchetta e mi piace la convivialità della tavola, dove non deve mai mancare il sorriso. Adoro raccontare le barzellette».

La canzone che canticchia più spesso?
«“I’ve got you under my skin”. Sono da sempre fan di Frank Sinatra. E mi piacciono il jazz, il rock di Springsteen e la musica Anni 80».

Il libro che ha sul comodino: non sarà mica di lavoro…
«Sì, in realtà. E leggo più libri contemporaneamente».

La materia preferita a scuola?
«Storia».

Ma dài. La più odiata?
«Matematica: ho avuto insegnanti sbagliati».

Il gioco preferito da bambino?
«Costruivo ambienti e modelli con la plastilina. E poi disegnavo. Ero un bambino creativo».

Tranquillo o vivace?
«Pestifero. A 10 anni ero già finito 11 volte all’ospedale. Correvo sempre: ero il più veloce della scuola. E poi spiegavo, raccontavo quello che mi succedeva, ero un divulgatore in erba. Praticamente ero già in onda. All’asilo a fine anno assegnavano i premi per il disegno, per l’arte, per la musica. Ne inventarono uno per me: il premio per l’eloquenza».

Come padre che tipo è?
«Un papà non deve dire ai figli quello che devono fare, semmai consigliare loro quello che è meglio non fare. E ascoltare».

È vero che anche a casa spiega sempre tutto? 
«Adesso sono i miei tre figli, 13, 17 e 19 anni, a spiegarmi le cose. Amano la scienza e sulla fisica, chimica e biologia sono loro i miei “divulgatori”. Sulla paleontologia e l’evoluzione però li stendo ancora io...» (ride).

Papà Piero: «era il collaboratore perfetto, ma non lo assunsi»

«Quando cominciai questo “Superquark” c’era un giovane in particolare che mi sarebbe piaciuto avere nella squadra» racconta Piero Angela nel suo ultimo libro «Il mio lungo viaggio» (Mondadori, 19 euro). «Aveva realizzato una rubrica di scienza alla Televisione svizzera italiana, “Albatros”, una specie di “Quark”, che era stata anche acquistata e replicata da Telemontecarlo... Aveva un eccellente curriculum: si era laureato con lode in Scienze naturali, aveva completato i suoi studi con corsi a Harvard, alla Columbia, all’Università di California, aveva partecipato a spedizioni di paleontologia umana prima in Zaire e poi in Tanzania, in Etiopia e in Oman. Parlava perfettamente inglese e francese e se la cavava con il tedesco. Ma c’era un problema: era Alberto, mio figlio... Se fosse venuto a lavorare con me si sarebbe aperto il tiro al piccione contro di lui e contro di me. Se non fosse stato mio figlio l’avrei preso subito, ma in una situazione così come si poteva fare? Avrebbe collaborato con la Rai da esterno, senza assunzione».