14 Settembre 2017 | 10:39

«L’eredità», Fabrizio Frizzi anticipa a Sorrisi le novità del quiz di Rai1

Dal 20 settembre il conduttore torna al timone del quiz più longevo della tv

 di Stefania Zizzari

«L’eredità», Fabrizio Frizzi anticipa a Sorrisi le novità del quiz di Rai1

Dal 20 settembre il conduttore torna al timone del quiz più longevo della tv

Foto: Fabrizio Frizzi

14 Settembre 2017 | 10:39 di Stefania Zizzari

«Ho trascorso una bella estate» racconta Fabrizio Frizzi, che il 20 settembre riprende il timone di «L’eredità». «Ho fatto due cose bellissime: il papà, perché mi sono goduto mia figlia Stella, e poi... il musicista».

• «L'eredità», ecco le quattro professoresse

• «L’eredità»: perché i concorrenti fanno tanti strafalcioni

Il musicista? 
«Con i miei amici dei 18 anni abbiamo rimesso su la nostra band di allora, gli Oceano Rex, e abbiamo organizzato un concerto “semirock” per ricordare un amico che suonava con noi che purtroppo se ne è andato vent’anni fa».

E come è andata?
«Mi sono rimesso a studiare, a suonare le tastiere, abbiamo fatto tante prove e il 28 luglio c’è stata una serata in piazza a Bassano Romano, in provincia di Viterbo: tutto esaurito. Un’ora e mezza di canzoni che cantavamo negli anni ’70: Pink Floyd, Pfm, Battisti... abbiamo suonato bene e sa una cosa che mi ha reso felice?».

Che cosa?
«In prima fila c’erano mia moglie Carlotta con mia figlia, impazzita perché non mi aveva mai visto così. Faceva ok con il dito e mi gridava: “Bravo papà!”».

Dal 20 settembre però mette da parte la tastiera e torna a fare il conduttore a «L’eredità»…
«L’anno scorso abbiamo avuto grandi risultati, speriamo di continuare così».

È il quiz più longevo della tv. Ha sbriciolato il record di Mike Bongiorno con «La ruota della fortuna».
«Il record l’abbiamo fatto insieme con Amadeus e Carlo Conti che l’hanno condotto prima di me. Sono onoratissimo di continuare questo gioco di squadra».

Presenterà lei per tutta la stagione?
«Quest’anno parto io poi vediamo se Carlo ha voglia in primavera di rientrare: io mantengo il gioco della staffetta tra noi due. E comunque Carlo è in squadra, ci consultiamo sempre per le scelte strategiche autorali».

Quali novità ci sono? 
«Dopo un paio d’anni a Cinecittà torniamo alla Dear con uno studio nuovo e una nuova scenografia».

Ce la anticipa?
«Moderna, molto tecnologica. Ci sono due chilometri di cavi per trasmettere tutti i dati necessari al gioco: mi dicono che è un record».

E le professoresse?
«Avremo quattro nuove professoresse, presenze che fanno parte del Dna del programma. Fino a qualche anno fa cambiavano spesso, poi c’è stata una lunga fase con le stesse ragazze. Ci dispiace perderle perché ormai sono delle amiche, ma magari capiterà di lavorare ancora insieme. Le nuove ragazze sono brillanti, simpatiche e piene di entusiasmo. Speriamo che riescano anche loro a diventare presenze familiari e rassicuranti per il pubblico».

Dica la verità: senza la soluzione quante ghigliottine indovinerebbe?
«Un 10% non abbondante. Non è un gioco in cui io sia un fenomeno. Ma grazie a Dio devo solo presentarlo…».

Dopo 16 anni e tre conduttori come è cambiato lo stile di conduzione?
«Ognuno ha il proprio modo di essere e di interagire con i concorrenti e ognuno mette la propria firma. Però i primi tempi “L’eredità” aveva un tono un pochino più serio, mentre con gli anni si è stemperato. E lo spazio per una risata o una battuta adesso c’è».

Quando i concorrenti dicono degli sfondoni come si fa a non ridere?
«È ovvio che bisogna gestire i sorrisi, anche per non fare immaginare a un concorrente che lo stai prendendo in giro. Però ogni tanto le risposte sono così fantasiose che la risata ci sta bene. Ma si ride insieme al pubblico e al concorrente che magari si rende conto di averla detta grossa: è un modo di sdrammatizzare un momento che può essere imbarazzante. A volte c’è il momento di blackout, di emozione e mi metto nei panni di chi è in difficoltà:  certamente non mi metto a fare il maestro».

Il suo è uno dei nomi nel toto-conduttori del Festival.
«Non credo proprio che sarà questo il mio anno a Sanremo. Poi tutto può succedere, ma ci vogliono determinate premesse che non credo si possano realizzare adesso. Poi vediamo, se si aprono altre sfide io sarò felice di accoglierle.Naturalmente se le condivido e se ritengo di poter fare bene. Con gli anni sono giustamente diventato più selettivo, sto più attento a non sbagliare».

Quindi esclude di condurre il prossimo Festival?
«Dopo tre anni di Carlo, che è stato straordinariamente bravo, io immagino che ci debba andare qualcuno che sia diverso da lui, con un altro modo di raccontare quell’evento. Io non sono uguale a Carlo, ma il mio stile è familiare al suo. E poi è una vita che lavoro sulla musica e che la pratico, e alla mia veneranda età non andrei a condurlo per un altro direttore artistico: se mi devo prendere una patata bollente me la devo prendere intera. Non so se verrà mai il mio turno, ma ho aspettato tanti anni e posso aspettarne altri. Se non dovesse succedere, pazienza. Di sicuro quando vedo il Festival da casa sono felice come un bambino».