Home TvReazione a catena, tornano i giochi di parole di Pino Insegno: «E dire che detesto gli indovinelli»

27 Maggio 2013 | 00:03

Reazione a catena, tornano i giochi di parole di Pino Insegno: «E dire che detesto gli indovinelli»

«Ho reso il gioco fruibile “radiofonicamente”: si riesce a seguire anche solo ascoltandolo, perché modulo la voce a seconda del momento del gioco. Si parte con la goliardia e il divertimento e piano piano aumenta la trepidazione. Senza esagerare...

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Reazione a catena, tornano i giochi di parole di Pino Insegno: «E dire che detesto gli indovinelli»

«Ho reso il gioco fruibile “radiofonicamente”: si riesce a seguire anche solo ascoltandolo, perché modulo la voce a seconda del momento del gioco. Si parte con la goliardia e il divertimento e piano piano aumenta la trepidazione. Senza esagerare...

Foto: ANSA/FABIO CAMPANA

27 Maggio 2013 | 00:03 di Redazione

«Mi faccia togliere ‘sto cappellino e ‘sto grembiule da gelataio: mi sento così “iposexy”…». Pino Insegno si cambia e sostituisce gli abiti di scena indossati per girare lo spot di «Reazione a catena», il game show che torna a condurre da oggi, lunedì 27 maggio, su Rai1.

Pino, com’è questo programma?
«Una sorta di spettacolo teatrale: è scritto benissimo e sta al conduttore interpretarlo e dargli uno spessore. Il fatto che io sia anche un attore e un doppiatore aiuta».

Come?
«Ho reso il gioco fruibile “radiofonicamente”: si riesce a seguire anche solo ascoltandolo, perché modulo la voce a seconda del momento del gioco. Si parte con la goliardia e il divertimento e piano piano aumenta la trepidazione. Senza esagerare: non mi piace caricare di importanza estrema la somma di denaro in palio. L’importante è non far sentire ai concorrenti che se perdono è finita: è pur sempre un gioco».

Essere attore la facilita?
«Sì, ma non è automatico. L’attore è abituato a darsi dell’io, mentre qui bisogna dare del voi e dare spazio ai concorrenti e al gioco».

Che cosa serve per vincere a «Reazione a catena»?
«Fortuna, rapidità, intuizione. Non serve la cultura nozionistica, anche se qualcuno si lamenta della difficoltà delle domande. Andiamo! Altrimenti il gioco lo chiamavamo “bancomat”!».

Lei sarebbe un bravo concorrente?
«Assolutamente no. A giocare sono un disastro, le parole le so perché me le suggeriscono gli autori. Io non sopporto nanche gli indovinelli».

Prende il posto dell’ «Eredità».
«Già, è l’eredità dell’Eredità. Anche stavolta prendo il testimone vincente di Carlo Conti. Quest’anno poi facciamo quasi il doppio delle puntate, così Carlo può prendersi tutto il sole che vuole fino alla fine di settembre».

Mesi fa giravano voci su una sua possibile sostituzione con Enrico Papi al timone del programma.
«Le voci le poteva sentire solo Giovanna D’Arco. E infatti le hanno dato fuoco! Si dicono tante cose. Certo, quelle voci non mi sono piaciute ma ero sicuro che alla fine la professionalità avrebbe pagato: in Rai ci sono persone più intelligenti di chi mette in giro queste chiacchiere».

In tv ha condotto la prima serata , il preserale, la domenica. Ora cosa le piacerebbe fare?
«L’attore in una bella fiction. Ma in Italia se sei doppiatore non puoi fare l’attore, se fai tv non puoi fare teatro, se conduci non puoi recitare. Ora sono produttore esecutivo di una serie tv, stiamo girando il pilota. Con questo ruolo non compaio. Meglio. Lo sa che i miei primi due film “seri” li ho dovuti doppiare sotto falso nome? Venivo dalla pubblicità ed era impensabile che potessi doppiare Keanu Reeves in ruoli drammatici. Allora mi presentai come Mario Persichetti. E mi presero».