13 Marzo 2015 | 16:49

Stefano Accorsi racconta il suo «1992»

L'attore è l’ideatore e l’interprete della serie-evento di Sky su Mani pulite, in onda dal 24 marzo

 di Alex Adami

Stefano Accorsi racconta il suo «1992»

L'attore è l’ideatore e l’interprete della serie-evento di Sky su Mani pulite, in onda dal 24 marzo

Foto: Stefano Accorsi  - Credit: © Pigi Cipelli

13 Marzo 2015 | 16:49 di Alex Adami

Mestre. C’è un bel sole che scalda il tavolino al quale sono seduto con Stefano Accorsi. Davanti a noi, due calici di prosecco che hanno tutta l’aria di non essere sufficienti. C’è tanto di cui parlare: del suo ritorno in tv (il 24 marzo parte su Sky Atlantic «1992», l’attesissima serie ambientata negli anni di Mani pulite), di teatro (Stefano oggi è a Mestre con «Decamerone – Vizi, virtù, passioni»), di cinema (c’è un film già girato e uno che Stefano sta iniziando a scrivere). Ma anche di auto da corsa, di pugili, di Tinì Cansino (sì, proprio lei, la ragazza del «Drive in»), di spot, di buon cibo, di fantasmi e dello strano caso del detective Stephen Greep. Meglio andare con ordine.

Iniziamo con la domanda più ovvia. Come le è venuto in mente di girare una serie tv su Tangentopoli?
«Perché nessuno l’aveva fatto: c’è un vuoto nella narrazione di quegli anni. Eppure il 1992 è un anno che ha cambiato la storia del nostro Paese».

Chi era Accorsi nel 1992?
«Avevo 21 anni, frequentavo la scuola di teatro a Bologna. Erano gli ultimi mesi in cui vivevo a casa dei miei genitori. Le mie giornate avevano qualcosa di rivoluzionario: ore di studio e di prove avevano creato un legame forte in quel gruppo. Era un po’ come vivere sulla luna».

Cosa pensò quando il 17 febbraio di quell’anno il telegiornale annunciò l’arresto di Mario Chiesa dando il via a Tangentopoli?
«Quella notizia aveva qualcosa di sconvolgente. Allora parlare di tangenti non era all’ordine del giorno, tutta Italia rimase attonita. Con il tempo lo stupore lasciò spazio all’indignazione, ma anche alla speranza. Sembrava che il fenomeno fosse circoscritto e che il problema fosse risolvibile. Si poteva azzerare tutto e ricominciare da capo».

La serie andrà in onda in contemporanea in cinque Paesi, tra cui Gran Bretagna e Germania. Non è che il 1992 ritragga gli italiani al loro meglio…
«L’Italia ha visto anche di peggio. E poi io credo che non ci sia un’Italia soltanto. C’è molto di più da raccontare, perché al tempo si pensò soprattutto a giudicare e a condannare. Io stesso girando la serie mi sono reso conto di quanti preconcetti avessi all’epoca. “1992” non riabilita nessuno: ripercorre semplicemente quelle vicende da una prospettiva nuova, quella di sei personaggi non direttamente implicati che, per una serie di circostanze, vengono toccati dagli eventi. E che, intorno a quei fatti vertiginosi, lanciano i loro progetti di vita».

Lei interpreta Leonardo Notte, rampante pubblicitario di Publitalia.
«Per certi versi è l’emblema di un periodo. Negli Anni 80 le tv private e il mondo della pubblicità erano un terreno vergine, inesplorato, in cui era possibile immaginare qualunque progetto. Poi, però, negli Anni 90 arrivò la crisi».

Il suo personaggio a un certo punto dice: «C’è la crisi, la gente non va più al cinema né al ristorante, resta in casa a guardare la tv». Una frase che potrebbe essere stata detta ieri.
«Spesso alla tv degli Anni 80 e 90 è imputata la colpa di ciò che l’Italia è diventata oggi. Ma anche in questo caso si tratta di un preconcetto. Sa chi c’era dietro il “Drive in” oltre ad Antonio Ricci? Sergio Staino, Gino e Michele, Disegni e Caviglia, Ellekappa. Grazie alla tv privata tutti erano liberi di sperimentare la leggerezza. Quella comicità in prima serata era impensabile in Rai».

Dica la verità, lei lo guardava «Drive in»?
«Certo, come tutti. Era un appuntamento per tutta la mia famiglia. E poi c’era Tinì Cansino…» (ride).

C’è qualcosa che faceva in quegli anni di cui oggi un po’ si vergogna?
«Sa che non mi viene in mente niente? Di certo lei mi citerà “Tu gust is megl che uàn”».

Visto che ha tirato fuori quello spot...
«Non rinnego niente. Su quel set ho imparato molto, anche perché il regista era Daniele Luchetti. A quelli che sognano fare l’attore e s’intristiscono alle prime difficoltà io dico: fatela, la gavetta. Fatela, senza preconcetti».

Ha ideato e interpretato una storia che entra nelle stanze del potere. Diranno di lei che è il Kevin Spacey italiano. Lui ha dato vita a «House of cards»…
«Una serie che mi piace moltissimo. Ma non mi ha ispirato: le riprese, tra l’altro, si sono svolte in contemporanea. Quello di correre appresso alle storie è un vizio che ho sempre avuto».

Facile pensare al sequel.
«Gli sceneggiatori Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e Alessandro Fabbri ci stanno lavorando. Anche il 1993 e il 1994 sono da raccontare».

Sta progettando anche un’altra fiction.
«Con Lorenzo Mieli, lo stesso produttore di “1992”. Andrà in onda sempre su Sky».

E poi c’è il cinema.
«A settembre uscirà “Italian Race” di Matteo Rovere, una storia di motori ambientata nel circo del campionato italiano Gran Turismo. Sono un ex pilota drogato che per certi versi è parente del mio personaggio in “Radiofreccia”. Anzi, potrebbe essere lui da grande, se fosse sopravvissuto. Amo le automobili, ma non è il solo motivo per cui credo che sia un film speciale. Intanto ne sto scrivendo un altro con Ugo Chiti (sceneggiatore di 30 film, tra cui “Manuale d’amore” e “Gomorra”, ndr)».

Ma è presto per parlarne.
«Posso dire che è tratto da una storia vera».

Come 12 dei film candidati all’Oscar negli ultimi due anni. Non è che gli sceneggiatori stanno finendo le idee?
«Mario Monicelli, con il quale ho avuto la fortuna di lavorare, raccontava che prendeva l’autobus per guardarsi intorno, e che certe sue idee nascevano così. La verità ha una forza magnifica, è l’origine di tutto. A meno che tu non sia Fellini. Ma anche lui, poi, frequentava le trattorie…».

Quale film l’ha fatta innamorare del cinema?
«Un western di Sergio Leone visto sulla Rai con mio padre. Avrò avuto sette o otto anni».

I suoi genitori la portavano al cinema spesso?
«Non davo loro grandi alternative. Una volta, quando avevo 11 anni, non volevano portarmi a vedere “Firefox” con Clint Eastwood e mi misi a piangere a dirotto. In fondo col senno di poi non era neanche il miglior film di Clint».

L’ultimo film che l’ha commossa?
«“Rocky”, che ho rivisto l’altro giorno con mio figlio Orlando di otto anni e mezzo. Un film memorabile».

A Orlando è piaciuto?
«Da matti. Non ha più smesso di fare flessioni sul divano».

L’ultimo film che l’ha fatta ridere?
«Quello di Checco Zalone».

L’ultimo che l’ha fatta pensare?
«“Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana».

Con tutto quello che ha da fare perché si sottopone ancora alla fatica del teatro?
«È la radice di tutto ciò che faccio. E dalle radici si trae nutrimento per fare tutto il resto».

Mesi di camere d’albergo, viaggi, lunghe attese, pessimi pasti.
«Sui pasti non è più così male, ormai si mangia bene anche nella provincia più sperduta. E poi mi piace girare l’Italia, imparare a riconoscere le diverse reazioni del pubblico di città in città. Le attese e le pause inoltre sono un’ottima occasione per pensare, immaginare, creare qualcosa di nuovo».

Parliamo un po’ di Stephen Greep?
«La mia casa di produzione?»

No, il detective da cui prende il nome.
«Avevo otto anni ed ero già appassionato di cinema. I miei cugini decisero di girare un film con una cinepresa 8 millimetri. Io ero il protagonista, il detective Greep».

La trama?
«Venivo incaricato da un tizio di indagare sulle misteriose apparizioni di un fantasma in un appartamento».

Risolse il caso?
«Sì. Il colpevole era il vicino di casa che si travestiva da fantasma per spaventare il proprietario, far crollare il valore dell’immobile e poi comprarlo».

Ingegnoso. Esiste ancora una copia del film?
«I miei genitori l’hanno fatto riversare in dvd. L’ho rivisto di recente».

Imbarazzo?
«A pensarci oggi ho il sospetto che i miei cugini abbiano fatto tutto per prendermi un po’ in giro, ma davanti alla cinepresa mi sentii subito come a casa. E no, anche riguardandolo oggi non provo alcun imbarazzo. Anzi, sono contento di essere stato, nella mia vita, anche il piccolo Stephen Greep».