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Alberto Sordi: 100 anni di risate col grande Albertone

Nel centenario della nascita. Amici e colleghi ricordano per Sorrisi la prima volta che lo incontrarono

Foto: Alberto Sordi

18 Giugno 2020 | 16:04 di Tiziana Lupi

Buon compleanno, Albertone. Il 15 giugno Alberto Sordi avrebbe compiuto 100 anni. Era nato a Roma nel 1920 e sempre lì ha vissuto fino al 2003, quando ci ha lasciato. Con oltre 150 film ci ha regalato una pagina indimenticabile dello spettacolo italiano e forse il miglior ritratto cinematografico del carattere nazionale. Perché se l’“italiano medio” esiste, allora assomiglia tanto ad Albertone. Fioccano gli omaggi (come il film tv “Permette? Alberto Sordi”, che torna in prima serata sabato 20 su Raitre) e noi di Sorrisi vogliamo ricordarlo con... i ricordi di tanti personaggi che ci raccontano il loro primo incontro con lui.

CHRISTIAN DE SICA «Sono nato con lui»

«Sono praticamente nato con Sordi che era un grande amico di mio padre. Almeno tre sere alla settimana era a cena a casa nostra» dice l’attore, che ricorda: «Non era affatto tirchio come dicevano. I regali più belli mio fratello e io li abbiamo ricevuti proprio da lui. Da bambino mi donò un bellissimo completo da mago. A 18 anni, invece, siccome ero un po’ cicciottello, insieme a un paio di gemelli d’oro mi portò anche una fascia elastica elettrica, di quelle che si mettevano intorno alla vita per dimagrire». Con Sordi, De Sica ha lavorato nei film “Il malato immaginario”, e “Vacanze di Natale ’91”: «Nella mia recitazione mi sono ispirato molto a lui, più che a mio padre. Per questo, scherzando, mi diceva: “A casa tua devi mettere una mia foto con un lumino davanti!”».

CARLO VERDONE «Quei terribili scherzi...»

Fino alla fine degli Anni 50 Alberto Sordi ha vissuto nel centro di Roma e la finestra della sua camera da letto era di fronte a quella della camera di Carlo Verdone: «Sentivo sempre parlare di lui in casa così un giorno, avrò avuto 5 o 6 anni, ho iniziato a tirare sassolini contro la sua finestra e a chiamarlo. Dopo qualche minuto si è spalancata una finestra vicina ed è apparso un faccione che mi ha detto: “Va' via ragazzino, Sordi sta a dormi’”. Pochi giorni dopo stavo accompagnando mamma al mercato quando lei mi dice: “Vedi, quello è Alberto Sordi”. Era per strada, poco lontano da noi, insieme alla sorella che era identica a lui, solo con i capelli lunghi e tirati all’indietro. In quel momento mi sono reso conto che non sapevo chi dei due mi avesse detto di smetterla dalla finestra». Le disavventure del piccolo Verdone con Sordi non sono finite lì: «Ero in spiaggia al Lido di Venezia, mio padre era dirigente della Mostra del Cinema. Vedo tanti fotografi e mia madre mi dice: “Sono lì perché c’è Alberto Sordi, vai a chiedergli un autografo”. Quando è arrivato il mio turno lui mi ha guardato e mi ha detto: “Tu hai la faccia da russo, sei comunista”. Io gli ho risposto che non era vero, che ero italiano e mi chiamavo Carlo, ma lui insisteva e io sono scappato via. Lui ha provato a fermarmi: “Ragazzi’, fermate, sto a scherza’” ma io non ne ho voluto sapere». Passa ancora un anno e Carlo è a Saint Vincent con i suoi genitori in occasione della Grolle d’Oro: «Mi avevano comprato una piccola piccozza e un cappello da alpino. Un giorno, sul corso, incontriamo Alberto Sordi. Lui, che conosceva mio padre, lo saluta. Poi guarda me e mi prende in giro: “Ma dove vuoi andare con quella piccozza? Vuoi scalare il Monte Bianco e il Monte Rosa?”. Io mi sono sentito mortificato e ho pensato che Sordi fosse davvero insopportabile con i bambini. E mai avrei immaginato che tanti anni dopo, quattro settimane prima di fare insieme il film “In viaggio con papà”, mi avrebbe scritto su una foto: “A Carlo, con tutto il mio paterno affetto”. Quella parola “paterno” ha significato molto per me».

CATHERINE SPAAK «Io lo presi a schiaffoni»

«Ho conosciuto Alberto Sordi quando abbiamo girato “Io e Caterina”. Io sono sempre stata molto timida e credo che anche lui lo fosse, almeno con le persone che non frequentava abitualmente. Perciò all’inizio ci studiavamo a vicenda». A rompere il ghiaccio è stato… uno schiaffo: «C’era una scena in cui io, che ero la sua amante, scoprivo che aveva regalato lo stesso gioiello a me e alla moglie e dovevo dargli uno schiaffo. Ma come facevo a dare uno schiaffo ad Alberto Sordi? Provammo e riprovammo la scena ma non veniva mai bene. Lui mi incoraggiava: “Dai, dammi uno schiaffo, dai!”. A un certo punto, presi tutto il coraggio che avevo e gli detti un gran schiaffone. E lui smise di dirmi “Dai, dai”...».

ENRICO VANZINA «Noi e l’americano»

«Alberto Sordi frequentava abitualmente casa nostra quando io ero piccolissimo. L’incontro che ricordo bene risale al 1954: mio padre (il regista Steno, ndr) stava girando il film “Un americano a Roma” e mio fratello Carlo e io andammo sul set e ci facemmo una foto con Alberto: lui aveva il cappello da cowboy e noi mimavamo con le manine il gesto delle pistole. Da quel momento lui si innamorò di noi e noi di lui. Ogni volta che partiva ci mandava una cartolina. La più bella arrivò da Kansas City, la città di cui il suo personaggio Nando Moriconi era innamorato nel film. C’era scritto: “Se fossi arrivato prima… Ma a me m’ha bloccato la malattia”. Anni dopo, quando Carlo faceva l’aiuto regista nel film “Polvere di stelle”, assistetti a qualcosa di incredibile. Si girava nel teatro Petruzzelli di Bari la celebre scena in cui Alberto e Monica Vitti cantano la canzone “Ma ‘ndo Hawaii”. Il film era ambientato durante la guerra e in platea c’erano 1.500 soldati in divisa. Vedemmo arrivare Sordi con un braccio al collo. Carlo rimase senza parole. Andò da lui e gli chiese: “Alberto, che ti sei fatto? Oggi giriamo la scena più importante del film”. Lui rispose: “Che me so’ fatto? Niente. Mica potevo stringe 1.500 mani sudate!”».

LINO BANFI «Altro che avaro!»

«L’ho conosciuto nel 1971 sul set di “Detenuto in attesa di giudizio” di Nanni Loy, dove facevo il direttore del carcere. Un giorno, in una pausa tra una scena e l’altra, Sordi mi si avvicina e fa: “Mi dicono che sei bravo”. Finì tutto lì. L’ho rivisto molti anni dopo a Giffoni, quando avevo già fatto quattro o cinque stagioni di “Un medico in famiglia” nei panni di nonno Libero. Alberto viene da me e mi chiede: “Quando ricominci a fa’ il nonnetto?”. Io gli ho risposto: “Nonnetto a me? Ma se hai 15 anni più di me!”. E lui: “Sì, ma il nonnetto lo fai te!”. In quell’occasione ho avuto anche modo di verificare quanto fosse infondata la voce sulla sua presunta avarizia. Al momento di lasciare l’albergo entrambi lasciammo una mancia: io 5 mila lire, lui 20 mila».

PIPPO BAUDO «Si è goduto gli applausi»

«Ho conosciuto Alberto appena sono arrivato a Roma e lui ha sempre avuto simpatia e affetto nei miei confronti. Le sue partecipazioni televisive sono state quasi tutte nei miei programmi, da “Domenica in” a “Serata d’onore”, e non ha mai chiesto un centesimo! A proposito di “Serata d’onore” ho un ricordo incredibile. Andavamo in onda da Montecatini e fu un successo straordinario. La mattina dopo, alle 7, il portiere dell’albergo mi chiamò e mi disse: “Il commendator Sordi la sta aspettando nella hall”. Io mi meravigliai, avevamo finito poche ore prima… Scesi subito e chiesi ad Alberto cosa fosse successo. Lui mi chiese: “Dimmi la verità: gli applausi di ieri sera erano veri o si trattava di un pubblico di figuranti pagati?”. Io gli dissi: “Altro che pagato, quello era pubblico pagante!”. E lui: “Allora fammi stare un altro giorno qui a Montecatini. Voglio gustarmi questo successo”».

RICCARDO ROSSI «Gli feci una foto... unica»

«Avevo visto al cinema “Il Marchese del Grillo” e mi ero innamorato di Alberto Sordi che conoscevo solo dagli spezzoni del programma “Storia di un italiano”. Un giorno scopro che è ospite a “Domenica in” e vado fuori dagli studi Rai per provare a farmi una foto con lui. C’era l’inferno! Quando Sordi è uscito tutti gridavano “Alberto, Alberto” e cercavano di fotografarlo. In qualche modo riesco a scattare una foto ma quando ho fatto sviluppare il rullino ho scoperto che nell’inquadratura c’erano solo il naso, la bocca e il mento... Quella foto tanto desiderata sono riuscito a farla solo molto tempo dopo, in occasione della festa per i suoi 80 anni, e la custodisco gelosamente».

GIGI PROIETTI «Mi raccontava il varietà»

La prima cosa che ha colpito Gigi Proietti quando si è trovato davanti Alberto Sordi è stata… l’altezza. «Per noi romani Sordi è un gigante. Così, chissà perché, me lo ero sempre immaginato alto, grosso, un omone. Invece era una persona normale. L’ho conosciuto a un premio. Durante una pausa raccontò a me e ad altri che gli si erano radunati intorno le cose esilaranti che faceva ai tempi del varietà. Davanti a un pubblico che certo non era tanto tenero, lui aveva il coraggio di presentare un numero intitolato “La mucca, la gallina e l’aeroplano”. E si limitava a fare il minimo indispensabile: “Muu” per la mucca, “Coccodè” per la gallina e il rumore dell’aereo. E la gente rideva! Quello stesso numero lo aveva portato anche a New York e gli avevano persino offerto di fare una tournée solo con quel pezzo! Mentre ce lo raccontava, era lui il primo a divertirsi, con la sua caratteristica risata... piena di denti!».

CARLO CONTI «L’esame di francese»

«Dovevo consegnargli un David alla carriera, perciò l’ho chiamato al telefono per concordare le domande che gli avrei fatto sul palco. Già quella telefonata mi aveva regalato un’emozione incredibile». Poi, un piccolo fuori programma: «La sera dei David non ho resistito. Dopo l’intervento concordato, a bruciapelo gli ho detto: “Il giardino di mia zia è pieno di fiori”, citando la scena dell’esame di francese nel film “Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo”. Lui mi ha guardato paterno e con un sorriso sornione è stato al gioco dicendo: “Le jardin de la soeur de ma mère…”. Da quel momento è stato spesso ospite nei miei programmi. Anche a “Domenica in”, dove mi disse che, per venire, aveva dovuto rinunciare all’immancabile piatto unico della domenica che gli preparavano le sorelle: spaghetti al pomodoro con le polpette».