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03 Settembre 2009 | 10:55

«Baaria» apre Venezia 2009

DI ALBERTO ANILE Trottola, in dialetto palermitano, si dice «strummulu». La prima immagine di «Baaria» di Giuseppe Tornatore, che ha aperto in concorso la 66ª Mostra del Cinema, è uno strummulu, una trottola che comincia a girare e non si sa quando e dove andrà a cadere ipnotizzando chi la guarda col suo moto circolare […]

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«Baaria» apre Venezia 2009

DI ALBERTO ANILE Trottola, in dialetto palermitano, si dice «strummulu». La prima immagine di «Baaria» di Giuseppe Tornatore, che ha aperto in concorso la 66ª Mostra del Cinema, è uno strummulu, una trottola che comincia a girare e non si sa quando e dove andrà a cadere ipnotizzando chi la guarda col suo moto circolare […]

03 Settembre 2009 | 10:55 di Redazione

«Baagaria» di Giuseppe Tornatore apre la 66ma edizione del festival del Cinema di Venezia. Nella foto, da sinistra, Ennio Morricone, Margareth Madè, Giuseppe Tornatore e Francesco Scianna (Foto Kika Press & Media)
«Baaria» di Giuseppe Tornatore apre la 66ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia. (Foto Kika Press & Media. Da sinistra, Ennio Morricone, Margareth Madè, Giuseppe Tornatore e Francesco Scianna)

DI ALBERTO ANILE

Trottola, in dialetto palermitano, si dice «strummulu». La prima immagine di «Baaria» di Giuseppe Tornatore, che ha aperto in concorso la 66ª Mostra del Cinema, è uno strummulu, una trottola che comincia a girare e non si sa quando e dove andrà a cadere ipnotizzando chi la guarda col suo moto circolare e quasi magico. Così è il film: comincia con un gioco di bambini, prosegue con la corsa folle di uno di loro che s’alza in volo come nei quadri di Chagall e va a intercettare la corsa di un altro ragazzino che scopriremo essere suo padre. Così, in un intrecciarsi di piani temporali e di partecipazioni speciali, la trottola di Tornatore gira veloce e precisa attraversando tutto il Novecento, e raccontando, nel microcosmo di Bagheria, l’umiliazione dei contadini, il ridicolo della dittatura fascista, la speranza delle ideologie e il disincanto del presente. In primo piano c’è Peppino (una nuova bella faccia siciliana, Francesco Scianna), con la moglie (la scoperta Margareth Madè), i genitori, i figli, gli amici e i nemici, accompagnati da un coro di decine di piccoli personaggi. Come accadde 61 anni fa, sempre a Venezia, con «La terra trema» di Visconti, si parla in dialetto stretto, con sottotitoli italiani (per i non siciliani) e inglesi (per i non italiani).

Assist alla Lega che rivendica il valore culturale dei dialetti o affermazione orgogliosa di un’identità sudista? Il dibattito, aperto proprio da Sorrisi con un’intervista a Tornatore (il regista si augurava che il suo film riesca a riportare la questione dialetti su un terreno «più corretto»), è destinato a proseguire. E non sarà l’unico argomento che farà discutere, tanta è la carne al fuoco messa dall’immaginifico siciliano che ha fatto di «Baaria» un suo caleidoscopico scrigno di ricordi.

Girato da maestro, con grandi mezzi e potenza di scene, le due ore e mezza corrono veloci come uno strummulu o come un capolavoro dovrebbe essere. E’ facile pronosticare proiezioni plebiscitarie in Sicilia (l’unica regione a vederlo in questa versione «vernacolare», nel resto d’Italia andrà doppiata in italiano), e che piacerà tanto anche fuori dai nostri confini, americani inclusi (scontata la corsa all’Oscar). La ricostruzione maniacale del centro storico di Bagheria in Tunisia, con il continuo cambiamento di strade, insegne e botteghe è in funzione del principale obiettivo di Tornatore, incatenare l’evanescenza della memoria alla concretezza della polvere e della calce, dare corpo e sostanza a ricordi che altrimenti svanirebbero con chi li ha finora conservati o se li è fatti tramandare. La penultima scena, col ragazzino che ritrova un orecchino smarrito nella Bagheria affollata e trafficata di oggi, rappresenta il desiderio di Tornatore di riprendersi indietro una memoria minacciata dal correre del tempo e dalla violenta incuria dei suoi (nostri) contemporanei. (Non sveliamo la trovata del finalissimo, che ricorda tanto quella dell’«Ultimo Imperatore»).

«Baaria» non fa però solo rima con nostalgia: nel cumulo di memorie che compongono questo gigantesco «cuntu», si insinua continuamente un dolore sotterraneo, instillato da figure simboliche (covi di serpenti e uova rotte) e suggerito dal grottesco di antiche sculture (i Mostri della Villa di Palagonia). Vittima e spettatore di tante ingiustizie, Peppino cerca in tutta la sua vita un modo per riscattare se stesso e la sua gente, riparare i torti e «abbracciare il mondo intero»; lo trova nel comunismo, ma la fede politica non gli evita delusioni, dubbi e compromessi. E alla fine si ritroverà a salutare il figlio, emigrante al Nord per guadagnarsi il pane, con le stesse parole con cui suo padre aveva salutato lui costretto ad andare a guadagnarsi il pane facendo il pastore. Ancora una volta in Sicilia tutto è cambiato ma tutto è rimasto uguale, come un altro siciliano, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ha insegnato molto bene. Quello che è stato, è stato solo il giro vorticoso di una trottola. Camicie nere, lotte contadine, soprusi dei padroni, stragi di mafia, bandiere rosse, Sessantotto e minigonne femministe non sono che le oleografiche scene di una commedia umana che Peppino interpreta come tocca a tutti, e alle quali Tornatore rende omaggio come a delle reliquie, col grande rispetto che si deve alle cose sacre, ma defunte. La mattina, alle proiezioni della stampa, gli applausi sono stati scarsi e un po’ stentati. La sera, col pubblico e la produzione, sono arrivati dieci minuti di battimano.

Il nostro voto a «Baaria» è 8

Venezia 2 settembre 2009