Home CinemaCannes, parla Spielberg: «Ogni mio film è un orfanello in cerca di qualcuno che lo ami»

Cannes, parla Spielberg: «Ogni mio film è un orfanello in cerca di qualcuno che lo ami»

Il regista racconta perché si è identificato tanto con la storia di una piccola bambina (e del suo amico gigante)

Foto: Steven Spielberg, al centro, posa con gli attori di «Il GGG»

14 Maggio 2016 | 15:52 di Paolo Fiorelli

Un anno dopo essere stato presidente della giuria, Steven Spielberg (presentato dagli organizzatori come «una leggenda vivente») torna a Cannes con «Il GGG, il Grande Gigante Gentile» e racconta: «Leggevo il libro di Roald Dahl a mio figlio, che oggi ha più di 30 anni, e a ogni pagina pensavo: sarebbe fantastico farne un film! Ma allora non c'era la tecnologia adatta».

Cosa la attirava tanto nella storia?
«Quello tra la bambina Sofia e il Gigante Gentile è l'incontro tra due anime solitarie, un tema ricorrente nel mio cinema. E poi... tutti i miei film sono come Sofia: degli orfanelli in cerca di qualcuno che li voglia amare».

Contento di tornare a una storia per l'infanzia?
«Certo, anche se non amo fare classifiche tra i miei film. Però è vero che, dopo tanti lavori realistici e con la grande storia sullo sfondo, qui torno a fare quello che mi riesce meglio: lasciar volare libera la fantasia».

Ma non aveva detto che voleva girare una storia d'amore?
«Be', questa è la cosa più vicina a una love-story che abbia filmato in tanti anni. A suo modo è una storia d'amore, l'amore tra una nipotina (Sofia) e un nonno (il gigante). Nel mio mestiere la cosa più difficile è avere davvero una buona storia: a volte sono terribilmente difficili da trovare, a volte le hai proprio sotto il naso, nelle pagine di un grande libro. Come in questo caso».

Per interpretare il gigante ha chiamato Mark Rylance, che anche grazie a lei ha appena vinto un Oscar con «Il ponte delle spie». Perché lo ha scelto?
«Il primo giorno di riprese del mio film precedente l'ho visto e ho pensato: ecco, ho trovato il mio gigante. La trasformazione di Mark tra i due film è una delle prove d'attore più sorprendenti a cui abbia assistito in tutta la mia vita. Non solo: Mark è passato dai miei set alla mia vita reale, siamo diventati veri amici. Faccio il regista da 44 anni e vi assicuro che sono assai poche le persone che passano quel confine».

Il film è veramente candido, sembra quasi appartenere ad altri tempi, più sereni di quelli che stiamo vivendo...
«Ma più le cose vanno male e più c'è bisogno di sognare! Perché i sogni ci danno la speranza, e la speranza ci sostiene e ci aiuta a combattere. A questo serve il cinema, per me. Sognare è il mio mestiere».