Home CinemaCarlo Verdone ricorda Sergio Leone: «Maestro, grazie per quel ceffone»

Carlo Verdone ricorda Sergio Leone: «Maestro, grazie per quel ceffone»

Nel 2019 si celebra un doppio anniversario: 90 anni dalla nascita e, ahimè, 30 dalla morte del leggendario regista Sergio Leone. E chi può ricordare un maestro meglio del suo allievo? L’attore fu scoperto dal grande regista scomparso nel 1989

Foto: Carlo Verdone con Sergio Leone (1929-89) sul set di “Troppo forte” (1986)

29 Gennaio 2019 | 09:00 di Paolo Fiorelli

Nel 2019 si celebra un doppio anniversario: 90 anni dalla nascita e, ahimè, 30 dalla morte del leggendario regista Sergio Leone. E chi può ricordare un maestro meglio del suo allievo? Sì, perché Carlo Verdone fu lanciato nel cinema proprio da Leone, che produsse i suoi primi film. «Che poi non è che ci ha messo i soldi eh? Figuriamoci...» ricorda il grande regista e attore, già un po’ commosso. «Però ha convinto i capi della Medusa a sganciare 380 milioni di allora per finanziare “Un sacco bello”. Mi portò nel loro ufficio e mi disse: “Faje il film”. “Ma come?”. “Faje le voci, faje capi’...”».

Che tipo era Leone?
«Era un Leone di nome e di fatto. O se preferite un bisonte, una montagna che sapeva tutto di cinema. Incuteva soggezione e parlava poco. Infatti non sopportava Furio, il personaggio del marito logorroico in “Bianco, rosso e Verdone”. “Me sta sulle p...” diceva, e voleva tagliarlo. Per fortuna che alla prima proiezione invitò Alberto Sordi, Monica Vitti e il calciatore Falcao. Falcao non parlava una parola di italiano e rideva solo alle scene di Pasquale, l’emigrante muto. Ma Sordi e la Vitti erano entusiasti di Furio. E allora decise di tollerarlo».

Ci racconta il primo incontro tra lei e Leone?
«Avevo appena ottenuto un po’ di notorietà televisiva con gli sketch di “Non Stop”. Dopo la terza puntata squilla il telefono a casa nostra. Mia madre fa: “Guarda che c’è Sergio Leone al telefono”. “Ma che scherzi?”. Prendo la linea e lui: “Ce l’hai un po’ di tempo per me? Vieni a trovarmi domani a casa mia, in via Birmania”».

E lei?
«Ricordo tutto di quel primo incontro. Il campanello a forma di leone che mi dà una scossa fortissima. Il cameriere con i capelli ricci alla Jimi Hendrix. E poi lui, omone con il camicione e la barba bianchi. Ordina: “Siediti”. Poi mi guarda in silenzio per due minuti. Avevo i rivoli di sudore che scendevano sulla fronte. Finalmente parla: “Io devo ancora capi’ perché me fai ride”. In privato usava il romanesco, in pubblico un italiano impeccabile. Alla fine decide di produrmi un film. E un giorno a Trastevere, mangiando un supplì davanti a un chioschetto, con l’olio che gli colava sulla camicia, mi fa: “Sai che te dico... c’hai un modo tutto tuo di fare le cose... perciò il film te lo dirigi tu. Ma t’insegno io”. E mi ha fatto un corso personale di regia, cinque mesi tutte le mattine a casa sua!».

Cosa le ha insegnato?
«Tutto. Tutto. Dalla geometria delle inquadrature al montaggio, a come trattare con la troupe. “È come una ciurma” diceva “se vede il comandante che se la fa sotto gli mette i piedi in testa”. Sul set Leone faceva paura».

Era duro?
«Autorevole. E autoritario. Si vantava di aver umiliato Clint Eastwood quando minacciava di mollare il film perché non voleva più fumare il sigaro. “Ah Clint, come niente sigaro? E che lasciamo a casa il protagonista?”. Una volta stavamo girando su una terrazza e sotto c’era un hippie che suonava la tromba e faceva un gran casino. Si affaccia e grida ai suoi uomini: “Mi buttate quel trombettista nella fontana?”. Non ho fatto in tempo a dire “Ma che sei matto?” che da sotto si è sentito uno scroscio: “Fatto Sergio! Puoi gira’...”. In altre occasioni m’ha pure menato!».

Addirittura.
«E sì. Con l’affetto di un padre, si intende... La prima volta per una scena di “Un sacco bello” dove dovevo litigare al telefono. “La voglio col sudore, voglio vedere le vene sul collo. Scendi e fa tre giri del palazzo”. Era estate, c’erano 38 gradi, io ho pensato: “Col cavolo che corro là fuori”, mi sono fatto su e giù per le scale e sono tornato. Lui dà il ciak e subito dopo, davanti a tutti, mentre la camera filma, mi tira un ceffone da paura. Quanto l’ho odiato in quel momento! “Tu il giro del palazzo non l’hai fatto. Io mi sono affacciato e non t’ho visto!”. Alla fine li ho dovuti fare, quei tre giri. E la scena, lo ammetto, è venuta bene. Un’altra volta mi ha tirato un calcio nel sedere perché si era accorto che avevo “rimontato” una sequenza di nascosto, ma lì ci siamo fatti male in due, perché aveva le ciabatte e mi ha preso proprio sull’osso sacro».

Un padre all’antica...
«In effetti si comportava come un padre. La sera prima del primo ciak citofona a mia madre e fa: “Mandamelo giù che tanto lo so che non dorme, che se la sta a fa’ sotto. Se famo du’ passi”. Mi ha portato a  vedere i posti della mala: “Qui ci abitava un magnaccia, là uno strozzino...”. Il giorno dopo è venuto a prendermi in auto: “Er padrino tuo nun te molla”».

Eppure i vostri film sono diversissimi.
«Certo. Leone era epico, io realistico. Lui dipingeva la Cappella Sistina, io ritratti di tanti tipi umani. Però una cosa in comune c’è: la malinconia. Sergio era un gran malinconico. Una volta mi ha portato a Pratica di Mare. Io pensavo andassimo a mangiare e invece piglia la strada del cimitero. Mi porta davanti a due tombe, una che guarda il mare e l’altra la campagna, e fa: “Me devi da’ un consiglio. Quale mi prendo?”. “Sergio ma stai scherzando? E poi, vedi, sono già occupate”. “No che non scherzo, e tu nun te preoccupa’...”. Alla fine abbiamo scelto quella rivolta al mare. Oh, non so come ha fatto, ma adesso è sepolto lì».

È morto a soli 60 anni.
«Avevo capito che non stava bene nell’ultimo viaggio insieme. Eravamo andati a trovare Massimo Troisi che doveva passare una settimana in un villaggio turistico in Costa d’Avorio e dopo tre mesi ancora non tornava. Quando siamo arrivati abbiamo capito perché: seduceva una turista dopo l’altra... Comunque, lì ho visto che Sergio faceva fatica a camminare sulla sabbia. Poco dopo il ritorno si è fatto ricoverare. L’ultima volta gli ho portato mia figlia piccola. La prende in braccio, la fa giocare con la barba: “Io mi chiamo Sergio Barba!”. Per un bel po’ Giulia ha continuato a chiedermi: “Andiamo a trovare Sergio Barba?”».

Cosa ha lasciato Leone?
«Il perfezionismo, l’amore per il dettaglio. Maniacale. Arrivò a usare un vero scheletro in una scena di “Il buono, il brutto e il cattivo”, quando aprono una bara: era di un’attrice che aveva scritto nel testamento che le sarebbe piaciuto recitare anche da morta! Sceglieva personalmente ogni pezzo di scenografia, le tendine alle finestre, il carillon di “Per qualche dollaro in più”. Se qualcuno gli diceva: “Ah Sergio, ma neppure si vedrà”, lui rispondeva: “Stamo a fa’ il Cinema, mica il circo. Se vede tutto. Se vede tutto”».

La collezione

Foto: In edicola con Sorrisi

Per l’anniversario usciranno con Sorrisi otto dvd con i titoli più amati diretti da Leone. Si comincia il 29 gennaio con “C’era una volta in America” (a 9,90 euro)