Home CinemaFilm in uscitaChristian De Sica: «Mio padre mi faceva recitare in salotto»

Christian De Sica: «Mio padre mi faceva recitare in salotto»

L'attore e regista presenta il suo nuovo film "Sono solo fantasmi" che contiene tanti omaggi al papà Vittorio. Dal 14 novembre al cinema

Foto: Christian De Sica sta per tornare in teatro con lo spettacolo “Christian racconta Christian De Sica” e a febbraio sarà nel nuovo film di Fausto Brizzi “La mia banda suona il pop”

14 Novembre 2019 | 9:40 di Stefania Zizzari

Provateci voi a scrivere sul taccuino tentando di schivare il muso di Mary appoggiato sul foglio. E se non è il foglio è la mia gamba. E se non è la gamba è comunque una continua ricerca di coccole. Mary è l’irresistibile cagnolona che Christian De Sica ha salvato dalla morte in Spagna dove stava per essere soppressa.

Lei è un galgo spagnolo, appunto, ed è di una dolcezza folgorante. Impossibile resisterle. E impossibile scrivere con lei accanto, al punto che Christian la deve invitare ad allontanarsi dal divano sul quale siamo seduti. Lei ubbidisce. Ma ogni tanto protesta con leggeri guaiti che hanno tutta l’aria di voler dire: «Sbrigatevi a finire l’intervista che io voglio altre coccole».

Mary è solo una dei nove cani che l’attore e regista ha nella sua casa immersa nel verde con un grande parco. «Li ho tutti salvati dalla morte o da condizioni difficili» spiega De Sica «ci siamo trasferiti qui, appena fuori Roma, proprio per loro». E allora cominciamo questa intervista, che Mary ci guarda impaziente…

Christian esce “Sono solo fantasmi”, il suo nuovo film che la vede regista e protagonista accanto a Carlo Buccirosso e Gianmarco Tognazzi. Perché un film sui fantasmi?
«Io volevo fare con Massimo Boldi un remake di un vecchio film con Vincent Price che si chiama “Oscar insanguinato”. Purtroppo non è stato possibile comprare i diritti e ho scritto la sceneggiatura di “Sono solo fantasmi”, prodotto da Indiana Production in collaborazione con Medusa Film. È una storia ambientata a Napoli, dove ci sono più fantasmi che a Londra. Alla regia mi ha aiutato mio figlio Brando che è bravissimo. C’è anche la partecipazione di Leo Gullotta».

È una “horror comedy”.
«La cosa difficile era l’equilibrio dei toni tra due generi diversi: l’horror e la commedia. Se metti troppa paura poi è difficile far ridere, allora ho cercato la simpatia della commedia italiana, ma con momenti di suspense veri».

Ma lei ci credeva ai fantasmi da piccolo?
«Certo! Come tutti i bambini. Poi crescendo sono stato un maniaco di “Ghostbuster”: quel film l’ho visto almeno dieci volte».

E adesso qual è il “fantasma” che la terrorizza di più?
«La malattia. Ne sono terrorizzato più della morte. Ho cominciato a fare film a 18 anni, sono 50 anni di questo mestiere e per farlo ci vuole una salute di ferro».

Nel film ci sono molti riferimenti a suo padre Vittorio. Anche lui è un “fantasma” con cui fare i conti?
«Io penso che mi protegga».

Parla con lui?
«Continuamente. Quando sono in teatro, prima di salire sul palco dentro di me dico: “Dio mio, chi me l’ha fatto fare di scegliere questo mestiere?”, poi mi faccio il segno della croce e dico: “Papà aiutami tu!”. Succede ogni volta, per tutte le repliche».

E lui la aiuta?
«Finora sempre. A parte un paio di volte che mi sono dimenticato le battute».

E come è andata?
«Quando fai teatro devi concentrarti solo sul tuo testo. Un giorno mi chiama mia moglie alla fine del primo tempo e mi ricorda una serie di incombenze da sbrigare e alla fine: “Guarda che bisogna pagare la commercialista”. Sono tornato in scena pensando alla commercialista, mi sono ritrovato il pubblico davanti e ho detto: “E mo’ che cavolo devo di’?”. Tutti a ridere. Pensavano fosse una battuta ma non lo era».

Torniamo a suo padre: la portava con lui sui set?
«Sì. Girare un film in presa diretta a Napoli è quasi impossibile perché intorno hai sempre tante persone che urlano: c’è chi vende la frutta, ci sono i bambini che piangono, le donne che cantano… riuscire a ottenere il silenzio è quasi impossibile. Mio padre non so come facesse, ma ci riusciva. Forse per l’autorità che emanava, o per l’amore che avevano per lui. Ricordo una volta, sul set di “Ieri, oggi, domani”, eravamo in un vicolo e c’erano mille persone intorno che parlavano e urlavano. Mio padre prese il megafono e disse (imposta la voce per imitarlo, ndr): "Signori, qui è Vittorio De Sica che vi parla. Io dovrei girare una scena con la signora Sophia Loren e il signor Marcello Mastroianni e avrei bisogno di due minuti di silenzio". All’improvviso calò il silenzio assoluto. “Motore… azione”. La Loren e Mastroianni fecero la scena… “Stop, buona così!”. Papà riprese il megafono e si rivolse al pubblico: “Grazie!”. E mille persone in coro: “Prego!”».

Lei ha conosciuto i grandi del cinema mondiale, chi l’ha colpita?
«Clark Gable aveva un enorme carisma. Avevo visto “Via col vento” e per me era un eroe. Poi lo conobbi a Capri, quando girava un film con mio padre e la Loren che si chiamava “La baia di Napoli”. Ma io continuavo a chiamarlo Rhett (come il protagonista di “Via col vento”, ndr): nonostante questo fu molto gentile con me...».

Ha conosciuto persino Charlie Chaplin…
«Ero un bambino, avrò avuto 10 anni. Io e mia madre eravamo all’Hotel Flora in via Veneto perché papà aveva un appuntamento lì con Chaplin. Papà era in ritardo e io e mia madre non parlavamo inglese, allora Chaplin per farmi divertire cominciò a fare un giochetto con la bombetta, alzando e abbassando il cappello. Fu molto carino, cercava di intrattenermi, ma poi quando arrivò papà gli andai incontro e gli dissi nell’orecchio: “Papà, c’è un vecchio scemo che sta a fa’ ‘na cosa con la bombetta in testa” (ride)».

Nel film c’è un momento in cui il suo personaggio ricorda che il papà lo portava in via Veneto all’Harry’s bar. È una citazione vera?
«No, lui mi portava spesso con la carrozzella in via del Corso in una pasticceria davanti a piazza Colonna e lì ci mangiavamo la treccia, che è una specie di panettone romano. Ricordo quella strada meravigliosa, elegantissima, con cioccolaterie, negozi di stoffe, pasticcerie».

Cos’altro facevate insieme lei e suo padre?
«Lui era anziano, mi ha fatto che aveva 50 anni e non poteva giocare a pallone o andare in bicicletta. Allora si era inventato che lui faceva il regista e io e mio fratello eravamo gli attori. Ci faceva fare prove estenuanti con degli sketch che scriveva appositamente per noi, che avevamo 5 e 7 anni. Ci vestiva con il frac, poi nel salotto di casa, che si chiamava per l’occasione Teatro Lampo, invitava i suoi amici, Gino Cervi, Paolo Stoppa e Renato Rascel, ad assistere alle rappresentazioni. Loro si divertivano tanto, io e Manuel un po’ meno. I titoli degli sketch erano: “Cittadini che protestano”, “I suicidi”…».

La sua carriera di attore è cominciata così?
«Beh, a forza di farmi imparare a memoria gli sketch, le canzoni, gli ho detto: “Papà, voglio fare l’attore”. E lui: “No, ti devi laureare in Storia dell’arte”».

In Storia dell’arte?
«Sì, feci sette esami e presi tutti 30. Ero pure bravo, ma di nascosto da mio padre andavo, accompagnato da mia madre, a fare le feste di piazza, nei night a cantare con l’orchestrina che si chiamava “La pattuglia azzurra”. Il batterista era Massimo Boldi e il chitarrista suo fratello. E meno male che ho fatto così, perché quando papà è morto io avevo 23 anni e già il mestiere in mano, così ho mantenuto la famiglia. Anche perché la condizione economica nella quale ci ha lasciato nostro padre non era tanto florida».

Chi le fu vicino allora?
«Quando mio padre morì io in un’intervista dissi che eravamo senza soldi e mia madre si vendeva i mobili per portare avanti la famiglia. Nessuno dei compagni e dei colleghi di mio padre ci aiutò. Ma Peppino De Filippo mi scrisse una lettera: “Ho letto l’intervista che hai rilasciato. Nella mia compagnia c’è un posto da attor giovane e quando vuoi il posto è libero per te”. Fu l’unico che mi offrì un aiuto. Lo invitai a cena a casa, venne con la moglie, entrò e disse: “Ma qui dei mobili ci sono ancora, non sei così povero…”. E io: “Sono i residui di antica agiatezza” (ride)».

Se suo padre vedesse “Sono solo fantasmi” cosa direbbe?
«Credo che si divertirebbe. E gli farebbero piacere tutte le citazioni che gli ho dedicato».

"Sono solo fantasmi"

Attori: Christian De Sica, Carlo Buccirosso, Gianmarco Tognazzi
Genere: Commedia
Durata: 100’
Regista: Christian De Sica

Trama: Alla morte del padre, tre fratellastri senza arte né parte scoprono che il genitore non ha lasciato un soldo. Per sbarcare il lunario decidono allora di sfruttare la credulità popolare riciclandosi come “acchiappafantasmi”. Ma quando scoprono che gli spettri esistono davvero...