“Il ragazzo e la tigre”: un viaggio in Himalaya con Sunny e Mukti

Il regista-esploratore Brando Quilici ha girato una straordinaria avventura nei luoghi più remoti del Nepal

14 Ottobre 2022 alle 08:18

Ci vuole un bel coraggio a dividere il set con una tigre. «Lei era buonissima e voleva giocare, ma è pur sempre un predatore dagli artigli affilati come rasoi. Infatti eravamo tutti pieni di tagli e taglietti, tranne Sunny, il bambino protagonista». Già questa spiegazione del regista Brando Quilici fa capire che “Il ragazzo e la tigre” è un film fuori dall’ordinario. E aggiungete pure che è stato girato in gran parte in Nepal, con una troupe ridotta all’osso per inoltrarsi in luoghi sperduti e accessibili solo a piedi.

«Ma è anche una classica fiaba per tutta la famiglia» ci tiene a ricordare Quilici. «È la storia di una grande amicizia tra un ragazzino e una tigre, che insieme scopriranno quanto il mondo può essere bello e gli uomini generosi, ma anche crudeli. Come i bracconieri che li inseguono». Partiamo proprio dalla tigre: «È un cucciolo, si chiama Diego e durante le riprese è cresciuto fino a diventare un tigrotto... Per farlo familiarizzare con Sunny, era lui a dargli il latte. Si divorava un biberon in pochi secondi».

Al momento delle riprese (il film ha avuto una lavorazione travagliata per le complicazioni dovute alla pandemia) Sunny aveva solo 11 anni, ma era già un attore esperto: «Era il protagonista di “Lion” con Nicole Kidman. La sua famiglia vive nelle baraccopoli di Mumbai. È un bambino d’oro: mi raccontava che nella stagione dei monsoni la sua casa si allaga e lui ci ha persino pescato!».

Nel film conosceremo luoghi straordinari che Quilici ha esplorato girando i suoi documentari per Discovery e National Geographic. «La prima parte del film si svolge nella natura incontaminata della giungla del Chitwan (Nepal). Poi ecco Kathmandu, la capitale, con strade affollate, caos e rumore. Nella terza parte del viaggio entriamo nel mondo dell’Aria sottile, oltre i 4.000 metri, dove i viaggi richiedono giorni e a volte anche settimane. Molte riprese sono state possibili solo dall’alto degli elefanti, per non disturbare le tigri. E lo spunto viene da una storia vera che mi ha raccontato Maggie Doyne, un’americana che gestisce un orfanotrofio in Nepal: un giorno un suo bambino è partito da solo per raggiungere il suo villaggio in India... Qui invece il protagonista parte per accompagnare un cucciolo sulle montagne dell’Himalaya».

E nei panni della direttrice dell’orfanotrofio c’è Claudia Gerini: «È stata straordinaria. Le ho chiesto se voleva partecipare all’ultimo momento e temevo rifiutasse, invece ha detto subito: “In Nepal? Che bello! Posso portare anche mia figlia?”. Lei è una mamma e dà al personaggio il calore umano che serviva». L’attrice conferma: «È stata un’avventura bellissima. Mi sono innamorata dei ragazzi dell’orfanotrofio. Sono autonomi, coltivano l’orto e si fanno da mangiare! Sunny è molto dolce, un attore istintivo, sa passare dal sorriso alla tristezza in un attimo. E poi c’era la tigre: non dimenticherò mai quando l’ho presa in braccio per darle il latte. Sembra un gattone gigante, con quelle zampotte e il pelo supermorbido».

Il film vuole anche ricordare che le tigri sono in pericolo: «Il paradosso è che esistono più tigri in cattività che allo stato naturale: 30 mila contro 5 mila» racconta il regista. «Il bracconaggio per fortuna è diminuito, ma lo spazio vitale di questi animali continua a restringersi a mano a mano che gli insediamenti umani avanzano. Ora in Nepal si vuole creare un “corridoio” protetto dove le tigri possano vivere e moltiplicarsi in pace». E se vedete questo film, capirete quanto lo meritano.

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