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Quentin Tarantino racconta «The hateful eight»

La nostra intervista integrale con il regista americano, che ci parla del suo nuovo sanguinario western

Foto: Tim Roth, Kurt Russel e Jennifer Jason Leigh in "The Hateful Eight"  - Credit: © © 2015 The Weinstein Company

02 Febbraio 2016 | 14:07 di Alberto Anile

Quentin Tarantino ha voluto accompagnare personalmente il suo film nell’uscita italiana, con una anteprima per 888 invitati (ma alla fine sono stati molti di più) nel teatro 5 di Cinecittà, quello in cui Fellini ha girato la maggior parte dei suoi film. «Sorrisi» lo ha incontrato la mattina dopo, ancora un poco frastornato (alla proiezione è seguito un party con musica da discoteca), all’Hotel Hassler di Roma, per parlare con lui del film.

Glielo avranno chiesto mille volte ma glielo richiedo: perché le piace tanto la violenza?
«Io faccio film di “genere”. Non voglio evitare la sua domanda ma è così, a me piacciono i film di “genere”. I western hanno sparatorie, i film di kung fu sono pieni di lotte, quelli dell’orrore hanno per protagonisti mostri che strappano facce. Che dire? Questo è quello che faccio, è il mio tipo di film. Se leggo un romanzo d’investigatori non voglio gente che fa domande per tutto il tempo ma qualcuno che tiri fuori la pistola e spari in testa a un qualcun altro».

Come mai ha scelto quell’immagine di Cristo in croce all’inizio del film?
«E’ una scultura di legno che abbiamo ricreato noi da una vecchia foto della mia collezione, comprata a un’asta, forse di provenienza cecoslovacca. Un Cristo abbandonato sotto la neve, sotto una calotta di neve, era un’immagine che mi sembrava molto da “spaghetti western”. E’ un Cristo spigoloso, europeo, che somiglia più a Ivan Il Terribile del film di Eisenstein, o alle sculture lasciate dai vichinghi prima di tornarsene in Norvegia. Quello che mi interessava era suggerire un mondo in cui Dio è stato dimenticato, e i simboli religiosi sono stati abbandonati in una terra desolata e congelata. Un amico mi suggerito una teoria che ho subito fatto mia: che “The Hateful Eight” sia il mio primo film post-apocalittico, dove l’apocalisse appena conclusa è la Guerra di Secessione americana e i sopravvissuti  si aggirano in un mondo che non capiscono più».

I personaggi sono tutti dei tipi, molto ben descritti: si è ispirato a qualcuno già apparso in altri film?
«L’unica possibile eccenzione è il personaggio del maggiore Warren, interpretato da Samuel Jackson, che può ricordare l’attore Lee Van Cleef o il personaggio di Sartana. Anche gli altri personaggi, è vero, sono dei tipi ben definiti, ma non li ho presi da nessuna parte. Io stesso ho cominciato a scrivere la storia senza sapere chi di loro avrebbe commesso certe cose, l’ho scoperto strada facendo».

Ogni suo film rompe una regola. «The Hateful Eight» ha una lentezza così classica da apparire rivoluzionaria.
«Sì. La speranza è che fosse una lentezza piena di suspense: sai che sta per succedere qualcosa di brutto, e che non ci si può fidare di queste persone, ma dove e cosa avverrà rimane ancora da determinare, e mi piaceva che dopo un’ora e mezzo di film non si avesse la minima idea di dove il film stesse andando. Volevo solo fare affidamento sul dialogo e sui personaggi, come in un’opera teatrale. Non volevo enfatizzare il tutto attraverso l’azione, volevo arrivare all’azione ma farlo in modo organico, tenere questi personaggi almeno per un giorno e una notte insieme prima che tutto scoppiasse. ».

Senza svelare nulla della trama: il finale secondo lei è una sorta di trionfo della giustizia?
«Penso che il film sia solo apparentemente nichilista. C’è molta speranza nel finale, anche se non per i singoli personaggi. Se Mannix è davvero il nuovo sceriffo di Red Rocks, come sostiene nel corso del film, quello che compie è un atto di giustizia in nome della società; se invece non era uno sceriffo si tratta della giustizia di un vigilante da ronda privata. Ma lascio allo spettatore decidere se Mannix sia o meno uno sceriffo».

Per chi tifa agli Oscar?
«George Miller, il regista di “Mad Max - Fury Road” (nominato sia come miglior film sia per la miglior regia, n.d.r.)».

E per le elezioni del nuovo Presidente Usa?
«Hillary Clinton».

Come mai un secondo western subito dopo «Django Unchained»?
«Non ho chiuso neanche ora col western. Penso che dovrò farne tre prima che di potermi definire un vero regista western, e mettere le mie pellicole sullo stesso scaffale di registi come Sergio Corbucci, Anthony Mann o Budd Boetticher. Non ho davvero chiuso col western, ho preso bene le misure con i temi che voglio esplorare, il modo in cui le mie storie funzionano e i personaggi. Anche per ciò che ha a che fare con la questione  razziale, bianchi e neri in America: è un tema su cui posso dare qualcosa al genere perché il western non ci ha mai fatto i conti o l’ha fatto in modo superficiale».

Perciò il suo prossimo film sarà ancora un western?
«Non lo so. Farò sicuramente un altro western prima di chiudere la carriera ma non so se sarà il mio prossimo film».