Russell Crowe presenta “Poker face”, dove si è cimentato anche come regista

«Ho accettato di dirigerlo per salvare il lavoro di 280 persone» ci svela l’attore. «Ed è quello che avrebbe fatto mio padre»

24 Novembre 2022 alle 08:27

L'abbiamo visto sfrecciare per le vie della Capitale sul monopattino. Ricevere dal sindaco Roberto Gualtieri in Campidoglio l’onorificenza di “Ambasciatore di Roma nel mondo”. E davanti al Colosseo ha scherzato chiamandolo il suo “ufficio”, riferendosi al personaggio di Massimo Decimo Meridio che ha interpretato nel film “Il gladiatore”. Stiamo ovviamente parlando di Russell Crowe che da ultimo ha presentato a Roma, dove era ospite della Festa del cinema nella sezione “Alice nella città”, il suo film “Poker face” (in uscita nelle sale il 24 novembre), di cui è protagonista e di cui firma anche la regia. Lo incontriamo in un hotel del centro storico. Arriva con calma, rilassato. Ha in mano una tazza con un doppio caffè espresso, macchiato con latte caldo. Saluta in italiano, si siede e dice: «Ok, andiamo» con una voce bassa, avvolgente. Quasi ipnotica.

Russell, in “Poker face” lei è un ricchissimo giocatore d’azzardo.
«Sono Jake Foley, un miliardario, imprenditore nel settore della tecnologia e giocatore professionista di poker. Jake ha tutto, tranne la cosa più preziosa: il tempo. Da abile giocatore ha la capacità di non mostrare emozioni, e la cosa più interessante è stata cercare di ricostruire quello che c’è dietro al suo sguardo apparentemente imperscrutabile».

Lei che cosa pensa del gioco d’azzardo?
«Tutto il peggio possibile. E consentire alle persone di giocare 24 ore su 24 online è perverso».

Lei ha mai giocato?
«Gioco una sola volta l’anno scommettendo su un cavallo. Non vado mai oltre perché mi conosco e rischierei di spendere fino all’ultimo centesimo. Allora mi controllo. Di recente mi è capitato di avere una accesa discussione con i miei figli, Charles, 18 anni, e Tennyson, 16, a questo proposito».

Come mai?
«Ho scoperto che avevano scommesso parecchi soldi su una squadra di football. Mi sono arrabbiato: “Ma come, io lavoro tanto per guadagnare soldi e voi li buttate così?”. Penso che abbiano capito».

Anche il suo personaggio nel film è un padre, ed è innamoratissimo della figlia.
«La cosa più importante e più sorprendente della mia vita è essere padre. Io non potrei immaginarmi senza i miei figli: se non ci fossero, tutta la ricchezza della mia vita sparirebbe. Ma questo è un pensiero che accomuna qualsiasi genitore quando mette al mondo un figlio».

La nascita di “Poker face” è particolare.
«Il film era già stato finanziato ma il regista per motivi familiari aveva dovuto rinunciare. Quando mi è stato proposto il progetto la sceneggiatura era da riscrivere, il cast non c’era, mancavano cinque settimane all’inizio delle riprese ed eravamo in pieno lockdown. E avevo perso mio padre da pochi giorni. Era una sfida assurda».

Che cosa l’ha spinta ad accettare questa sfida?
«Questa riflessione: c’erano 280 persone della troupe coinvolte, se avessi rifiutato avrebbero perso il lavoro. Ho fatto quello che avrebbe fatto mio padre e ho accettato».

E come è riuscito a “compiere il miracolo”?
«La mia esperienza mi ha aiutato. In nove giorni ho riscritto la sceneggiatura, mi sono attaccato al telefono a chiamare colleghi e amici per coinvolgerli nel progetto. I vari pezzi del mosaico si sono poi composti e siamo andati avanti pur tra mille difficoltà».

Di che tipo?
«Con il lockdown era impossibile girare in condizioni normali. Era tutto chiuso e non potevamo andare a comprare nulla, allora siamo ricorsi alla collaborazione degli amici e degli amici degli amici per procurarci quello che serviva alle riprese. I vicini di casa ci hanno prestato le auto, un amico gli orologi che il protagonista colleziona: c’era un “traffico clandestino” di scatole che venivano lasciate e recuperate di nascosto di notte dal nostro furgone... stavamo facendo un film e sembrava la resistenza francese durante la guerra!».

Il suo personaggio è un collezionista. Lei è appassionato di arte?
«Sì, ed è un aspetto che ho inserito nella storia: si dice che devi scrivere di quello che sai e io, nella riscrittura della sceneggiatura, ci ho messo questa parte di me. Sono un collezionista anch’io e alcuni dei quadri che si vedono nel film sono miei. Mi piacciono gli impressionisti australiani e poi adoro Clarice Beckett, un’artista australiana morta nel 1935: sono ossessionato dai suoi lavori, è un po’ la mia amante (ride)».

Ha detto che la sua esperienza l’ha aiutata. Lei quando ha cominciato a recitare?
«Mia madre era addetta al catering e mi portava con lei sui set fin da quando ero piccolo. A 6 anni ho partecipato come comparsa a una serie tv, e da allora è iniziato un viaggio che prosegue ancora oggi. Non ho frequentato scuole di recitazione, tutto quello che so l’ho imparato sul set. E intanto lavoravo come deejay nei night, come cameriere, come barista: ero bravo a preparare i cocktail ma ero fissato con la musica e la recitazione».

Una passione che l’ha portata a vincere nel 2001 il premio Oscar con il ruolo di Massimo in “Il gladiatore”.
«È stata dura lavorare con Ridley Scott. Ricordo che la scena in cui Massimo torna a casa dopo un lungo viaggio e trova la moglie e il figlio uccisi è stata difficilissima da girare. Ma ogni singola performance è stata una sfida. In “A beautiful mind” dovevo mettere in scena contemporaneamente fino a 16 tic diversi della patologia. Nel mio ultimo film “The Pope’s exorcist”, dove interpreto padre Gabriele Amorth, ogni volta che mi dovevo avvicinare al ragazzino indemoniato, con gli occhi iniettati di sangue, mi sentivo male».

La sua grande passione è la musica: ha firmato alcune delle canzoni del film “Poker face”.
«È vero. E presto tornerò in Italia per esibirmi con la mia band!».

Lei che tipo di spettatore è?
«Col passare degli anni sono finito in questa sorta di trappola che prende gli uomini di mezza età: guardo un sacco di documentari perché mi piace imparare, e poi perché trovo che la verità della storia sia una cosa importante».

Guarda le serie tv?
«Sì, ma non le scelgo solo perché tutti le guardano e vanno di moda. Magari scopro le cose a distanza di dieci anni... Di recente per esempio ho visto “Peaky blinders”, mi piacerebbe parlarne ma non interessa più a nessuno (ride). Ora mi sta piacendo molto una serie australiana, “Mr Inbetween”: il protagonista lavora in uno strip club e come attività collaterale fa il killer...».

E i film?
«Non ne guardo più tanti come in passato, sto diventando più impaziente. A meno che un film non mi “travolga” preferisco andare in bicicletta... Diciamo che invecchiando la soglia di tolleranza si abbassa sempre più!»

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