Home CinemaFilm in uscita«Sulla mia pelle»: gli ultimi giorni di Stefano Cucchi arrivano al cinema e in streaming su Netflix

«Sulla mia pelle»: gli ultimi giorni di Stefano Cucchi arrivano al cinema e in streaming su Netflix

Alessandro Borghi e Jasmine Trinca interpretano Stefano e Ilaria Cucchi, nel film di Alessio Cremonini che racconta con discrezione un'insensata tragedia italiana

Foto: Alessandro Borghi nei panni di Stefano Cucchi  - Credit: © Netflix

29 Agosto 2018 | 17:49 di Manuela Puglisi

Presentato al Festival di Venezia mercoledì 29 agosto, arriva al cinema e su Netflix dal 12 settembre «Sulla mia pelle», il film che racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi. A interpretarlo è Alessandro Borghi, mentre nei panni della sorella Ilaria Cucchi c'è Jasmine Trinca.

Una storia che, chi più chi meno, ogni italiano conosce. Sono passati nove anni da quel 22 ottobre 2009, quando Stefano è morto in carcere, ancora prima di essere stato processato. Il regista Alessio Cremonini spiega di aver voluto portare sul grande e piccolo schermo la sua storia per «Strappare Stefano dalla drammatica fissità delle terribili foto che tutti noi conosciamo, quelle che lo ritraggono morto sul letto autoptico, e ridargli vita. Movimento. Parola.». La sua è la morte in carcere numero 148 di un anno che ha visto 179 decessi tra i detenuti italiani: trenta solo nei due mesi successivi. Il risultato è un film commovente nella sua asciuttezza, realistico e discreto, che cerca di mantenere il più possibile una visione distaccata sul dolore di un ragazzo che sarebbe dovuto tornare a casa il giorno dopo l'arresto e che invece dal carcere non è mai uscito, ma anche della sua amiglia che non ha mai smesso di prendersi cura di lui, lottando in tribunale anche anni dopo la sua morte.

Il trailer

A riportarlo in vita per 100 minuti è Alessandro Borghi, entrato nel mondo del cinema italiano dalla porta secondaria degli stuntman, ma che ad ogni film si conferma come uno dei migliori talenti del nostro cinema. Dopo le sue interpretazioni in «Non essere cattivo» di Claudio Caligari e in «Suburra» (il film di Stefano Sollima e la serie prequel prodotta dalla stessa Netflix), non stupisce che sia stato scelto per interpretare un ruolo tanto delicato. Se i chili persi dall'attore non lo avvicinanodel tutto alla fisicità scheletrica di Stefano, è la sua sensibilità a permettergli di mettere in scena la sua sofferenza. Borghi si fa piccolo, ranicchiato sotto una ruvida coperta del carcere, e ci fa capire quale meccanismo possa aver spinto il geometra a respingere le cure, difendendosi a modo suo, con un filo di voce, ma tenace fino all'ultimo anche nell'arrendersi al silenzio su quello che gli è davvero successo.

Quella della sorella Ilaria è forse la figura che il pubblico italiano conosce meglio, almeno la sua superficie. È stata lei portavoce della famiglia in tutti questi anni, sempre in prima linea perché fosse fatta giustizia. A darle voce è Jasmine Trinca che nell'ultimo anno ha vinto il David di Donatello come miglior attrice protagonista e il Premio per l'interpretazione nella sezione Un Certain Regard di Cannes per «Fortunata» di Sergio Castellitto. Nei panni dei genitori di Stefano, ci sono invece Max Tortora e Milva Marigliano.

Le immagini di «Sulla mia pelle»

Il caso è ancora aperto e nella sua essenzialità - le scene d'apertura non sono accompagnate nemmeno da una nota di musica - questo film non vuole farsi giudice. La violenza non viene mostrata sullo schermo, solo le conseguenze. Le conseguenze di un arresto che, per qualche grammo di cocaina e un po' di hashish, è costato la vita a un ragazzo. I lividi terribili sul volto e sulla schiena che cambiano colore col passare dei giorni, i grugniti di dolore, la voce che si affievolisce sempre più. L'ambientazione è ridotta all'essenziale: manette e letti di ospedale, panche del carcere su cui dormire, muri sporchi e ambulanze. Tutto il contorno è ridotto al silenzio, perché l'attenzione dello spettatore non sia distolta da quel ragazzo, da quel geometra tossicodipendente che un giorno è entrato in carcere e non ne è mai uscito.

Quel che è certo è, come dice il regista, che «Di tutte le parole che negli anni sono state spese sul suo caso queste sono, per me, le più illuminanti “Non è accettabile, da un punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia non per cause naturali mentre è affidata alla responsabilità degli organi di stato”. Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma».