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The Hateful Eight di Quentin Tarantino: la recensione

Il regista americano orchestra una lunga e sanguinosa partita a scacchi tra le nevi del Wyoming

02 Febbraio 2016 | 14:15 di Alberto Anile

La piccola diligenza è un puntino lontano nel paesaggio invernale del Wyoming, qualche anno dopo la guerra di Secessione americana. Un Cristo in croce, una scultura di legno piantata a bordo strada, sembra crollare sotto il peso della neve. Sulla carrozza siedono un cacciatore di taglie (Kurt Russell) e una prigioniera (Jennifer Jason Leigh) destinata alla forca; ci saliranno anche un altro cacciatore di taglie, il nero Warren (Samuel L. Jackson), e il sedicente nuovo sceriffo di Red Rock, Chris Mannix (Walton Goggins). Ma la tempesta li insegue. Raggiunto un emporio fatiscente, i nostri quattro protagonisti vi si rifugiano trovandosi gomito a gomito con un messicano (Demian Bichir), un inglese (Tim Roth), un mandriano (Michael Madsen) e un anziano generale confederato (Bruce Dern).

Eccoli qui gli «odiosi 8» del titolo. Quentin Tarantino li chiude insieme per circa 24 ore facendo alzare la tensione fino a che tutto scoppia e comincia il massacro.
Malgrado un paio di flashback, l'impianto è decisamente teatrale, da mystery alla Agatha Christie: la maggior parte dell'azione si svolge in tempo reale all'interno della locanda, con momenti d'investigazione e perfino personaggi nascosti. E con una lentezza inusitata per Tarantino: i suoi dialoghi fluviali sono accompagnati da inquadrature fisse o leggeri movimenti di macchina, mentre il sistema di ripresa in pellicola da 70 millimetri, l'Ultra Panavision 70 usato l'ultima volta per «Karthoum» (1966), viene utilizzato soprattutto per scavare sui primi piani dei protagonisti (la maggior parte dei quali non ha detto la verità o non l'ha detta tutta) o per avere più spazio sullo sfondo per le azioni dei comprimari.

I riferimenti sono chiari, e dichiarati dallo stesso Tarantino: «The Hateful Eight» è una sorta di «Le Iene» mixato con «La cosa» di John Carpenter in salsa western. Poi, certo, ci sono anche i riferimenti cinefili al genere western, dalla menzione scherzosa di Lily Langtry, idolo di Paul Newman in un altro western irregolare come «L'uomo dai sette capestri» ('72) di John Huston, alla porta dell'emporio che si apre e chiude su un esterno luminoso come nel leggendario «Sentieri selvaggi» ('56) di John Ford; e naturalmente l'inizio in diligenza rimanda al superclassico «Ombre rosse» ('39) sempre di Ford. Ma, a differenza che in «Inglorious Basterds», qui c'è poco spazio per esibizioni cinefile. Bollitti a dovere gli protagonisti (ma attenzione: i personaggi sono ben più di 8, e almeno uno dei ?nuovi? si rivelerà decisivo), Tarantino li mette gli uni contro gli altri in un lungo ed estenuante (spesso anche per lo spettatore) gioco del gatto col topo che diventa una strage a tappe.

Orchestrata con l'abituale ironia tarantiniana, e insieme con l'infantile compiacimento del sangue che caratterizza tutti i suoi film, con un tasso di violenza un po' inferiore a quello di «Django Unchained» ma comunque poco adatto a un pubblico giovanissimo. Il risultato è una sanguinosa partita a scacchi, in cui Tarantino non aderisce a nessun personaggio ma li lascia muovere, sparare e morire come in un fumetto iperrealistico, riservandosi comunque l'ambizione di parlare anche di razzismo (dei bianchi contro i neri e dei neri contro i messicani) e per abbozzare un vago elogio della finzione (la lettura finale della lettera del presidente Lincoln, bella e commovente anche o forse proprio perché non vera).

Corteggiato a lungo da Tarantino, Ennio Morricone ha accettato per la prima volta di scrivergli una colonna sonora originale (altrove il regista americano riciclò brani morriconiani scritti per altri), col risultato di una bella partitura simpaticamente memore della sua passata esperienza nello spaghetti western. Il film è stato girato in 91 giorni tra Telluride (Colorado) e uno stadio di posa a Los Angeles, ma sempre a temperature sufficientemente basse da ricreare il freddo polare dell'ambientazione (anche dentro l'emporio si vede il fiato dei protagonisti condensarsi).

La durata, infine. La versione in 70 millimetri dura 3 ore e 8 minuti, comprensivi di una breve ouverture musicale e di un altro piccolo brano a inizio secondo tempo, ma è visibile solo in tre sale, a Bologna, Melzo (Milano) e a Cinecittà. Nelle sale normali (dal 4 febbraio) viene proiettata in formato digitale, in versione leggermente più breve di 2 ore e 47 minuti.