Home CinemaFilm in uscita“Toy Story 4”, con questi giocattoli siamo diventati grandi

“Toy Story 4”, con questi giocattoli siamo diventati grandi

Il film è la conclusione ideale, bellissima e toccante, di questo viaggio iniziato quasi 25 anni fa, e ancora una volta parla direttamente a chi con questa saga è cresciuto

Foto: Toy Story 4

01 Luglio 2019 | 16:30 di Giulia Ausani

Quando è uscito il primo film della saga di “Toy Story”, nel 1995, io non facevo ancora questo lavoro. Anche perché avevo 4 anni e non sapevo ancora né leggere né scrivere (avrei imparato a farlo qualche mese più tardi mentre cercavo di giocare all’impiccato nel gioco per computer di “Aladdin”). Non potevo sapere che la storia di Woody, Buzz Lightyear e di tutti i loro amici giocattoli mi avrebbe accompagnato in diverse fasi della mia vita, e insieme a me tutti quelli nati tra la fine degli Anni 80 e l’inizio dei 90.

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Un mondo che prende vita
“Toy Story” è stato il primo lungometraggio della Pixar (per intenderci, il produttore di “Toy Story 4”, Jonas Rivera, all’epoca del primo film era uno stagista che portava il caffè agli addetti ai lavori). La storia la conosciamo tutti: in un mondo in cui i giocattoli prendono vita quando i bambini non guardano, il pupazzo cowboy Woody deve fare i conti con l’arrivo di Buzz Lightyear, il nuovo avanzatissimo giocattolo che diventa presto il preferito del “suo” bambino, Andy.

È un inno all’amicizia, all’affetto, al superamento delle differenze, e il linguaggio della Pixar è universale e comprensibile anche a una bambina di 4 anni. Ricordo di averlo visto al cinema con quella che all’epoca era la mia migliore amica (e che adesso, come succede spesso quando si cresce, non sento più) e di aver riso molto. Ricordo soprattutto la mia meraviglia davanti a quei personaggi che sembravano quasi veri, così diversi da quelli “bidimensionali” a cui ero abituata.

Come molti altri bambini, ricordo di aver cercato in tutti i modi di capire se i miei giocattoli si muovessero, memorizzando il modo in cui li sistemavo così da potermi accorgere anche del più piccolo cambiamento. Ma sono sempre stati troppo furbi per farsi scoprire.

Andy, sei tutti noi
Avevo 8 anni all’uscita del secondo film, in cui Andy trasloca e Woody viene smarrito rischiando di essere venduto a un museo di giocattoli di Tokyo. Avevo più o meno l’età di Andy e anche i suoi problemi, che sono poi quelli che può avere qualunque bambino di 8 anni.
Dieci anni dopo, in “Toy Story 3”, Andy era cresciuto e aveva e problemi molto più grandi, in cui però io continuavo a riconoscermi: stava per andare al college e doveva decidere cosa fare dei giocattoli della sua infanzia, Woody e Buzz compresi.

Il film è uscito il 7 luglio 2010, cioè due giorni prima del mio orale alla maturità. L’ho visto insieme con i miei amici, e la scena finale in cui Andy gioca un’ultima volta con Woody e Buzz prima di regalarli alla piccola Bonnie e salutarli per sempre sembrava fatta apposta per noi, che avevamo appena chiuso un capitolo importantissimo della nostra vita e stavamo per affrontare l’ignoto e diventare adulti.

Verso l’infinito e oltre
Quando ho saputo che ci sarebbe stato un quarto capitolo dell saga, ammetto di avere storto il naso. Il terzo film era stato la conclusione perfetta di un ciclo, quindi perché continuare?

È quello che ho chiesto anche al produttore Jonas Rivera quando l’ho incontrato tre mesi fa a una proiezione speciale dei primi 20 minuti di film (vi avvisiamo che basteranno quelli a farvi commuovere). Lui mi ha risposto che “Toy Story 3” chiudeva una storia, sì, ma solo quella di Andy. Mi ha detto che il vero cuore della storia è il cowboy Woody, e che la sua storia non era ancora conclusa.

E infatti “Toy Story 4” è la conclusione ideale, bellissima e toccante, di questo viaggio iniziato quasi 25 anni fa, e ancora una volta parla direttamente a noi che con questa saga siamo cresciuti: l’età adulta non è poi così facile, e come Woody anche noi possiamo sentirci spaesati, senza capire quale sia il nostro scopo e il nostro posto nel mondo. La direzione però è una sola: avanti. O meglio, come diceva sempre Buzz Lightyears «verso l’infinito e oltre».