Tutte lo vogliono, intervista ad Alessio Maria Federici

Il regista della commedia italiana, in sala dal 17 settembre, ci parla del film, della storia, dei personaggi e del suo rapporto con il cinema

Foto: Alessio Maria Federici  - Credit: © Getty Images

04 Settembre 2015 | 12:58 di Marianna Ninni

"Tutte lo vogliono è una commedia leggera sul fatto che il contesto condiziona la vita di tutti quanti, ma se uno si lascia andare può vivere meglio." È quello che ci racconta Alessio Maria Federici, regista del film con Vanessa Incontrada ed Enrico Brignano, in sala dal prossimo 17 settembre. 

Abbiamo chiesto ad Alessio Maria Federici di raccontarci com'è nata l'idea del film, di svelarci maggiori dettagli sui personaggi e di parlarci del suo rapporto con la settima arte. Ecco quello che ci ha svelato. 

Come è nata l’idea per questo progetto?

L’idea di Tutte lo vogliono è partita da tre sceneggiatrici che mi hanno portato questa storia, attraverso la produttrice Federica Lucisano, ed è una storia molto al femminile che parla dell’orgasmo. Mi ha subito incuriosito perché è uno di quei temi di cui non si parla, un tema fruriginoso rispetto a cui c’è sempre paura e quindi mi stupiva, non tanto che tre ragazze mi proponessero questa cosa, quanto che a proporlo fosse proprio una produttrice. Di solito, se proponi delle cose particolari, ti viene spesso detto “Questa cosa in Italia non si fa”… E, invece, l’approccio di Federica Lucisano è stato fin da subito molto divertente, molto aperto e sicuramente molto femminile. Non credo che con un produttore maschio sarei riuscito a girare un film del genere. In seguito è nata l’idea di coinvolgere Enrico Brignano, sia per via della precedente esperienza insieme in Stai Lontana da me, sia perché l’ho scoperto molto più attore di quanto credessi.

Come sei riuscito ad approcciarti a un argomento così delicato?

Innanzitutto è una tematica molto più tabu per i maschietti che per le donne, quindi io l’ho fatto semplicemente approfondendo tutte le mie paure, quell’ansia da prestazione che hanno in comune gli uomini e che non trova mai un vero e proprio confronto, perché sono quelle cose con cui non si parla nemmeno con la compagna con cui vivi e stai da dieci anni. Approfondendo quelle, mi sono accostato a questo tema. E devo dire che in realtà ho scoperto di avere un’attenzione di cui tutti si stupivano, soprattutto le ragazze con cui scrivevo. Ma era semplicemente dovuto a un mettersi in discussione. E poi alla fine questo non è un film che ti dà una ricetta su come raggiungere l’orgasmo, saremmo stati dei folli se avessimo pensato al film in questo modo. Il nostro messaggio è semplicemente quello che nella vita bisogna imparare ad accettarsi perché se non stai bene con te stesso non stai bene con gli altri. Quindi, Tutte lo vogliono è una commedia leggera sul fatto che il contesto condiziona la vita di tutti quanti, ma se uno si lascia andare può vivere meglio.

Tu ed Enrico Brignano, come hai già detto, avete già lavorato insieme in Stai lontana da me. Ma come ha preso il via la collaborazione con lui?

In realtà è stato un puro caso. Io lavoravo con Cattleya in quel periodo e dovevo fare un film su questo remake (Stai lontana da me è il remake del francese Per sfortuna che ci sei ndr) e abbiamo pensato di scrivere il film proprio su Enrico. Ed è così che è iniziato questo rapporto di collaborazione. Siamo due persone molto diverse, ma dal punto di vista professionale ci troviamo moltissimo perché io cerco di fare la commedia all’italiana, curando soprattutto la confezione, e lui è un perfezionista. È questa la chiave di lettura della nostra collaborazione.

Cosa vuol dire fare commedia per te?

Fare commedia, per me, vuoi dire raccontare quelle piccole cose della vita di cui si sorride continuamente Anche se ti trovi in motorino, hai passato una brutta giornata, e vedi uno per strada che correndo per salire sull’autobus prende un palo… mi dispiace per lui, ma io rido come uno scena. E quindi è quel cercare nelle piccole cose di tutti i giorni quello che ti fa sorridere.

A quali grandi maestri italiani e americani, se ce ne sono, ti ispiri?

Tra quelli americani a cui mi ispiro, mi vergogno a dirlo, ci sono i fratelli Farrelly. Per me, Tutti pazzi per Mary, è il manifesto di quello che una volta poteva essere definito il cinema demenziale, che invece è fatto in modo tale per cui non puoi non ridere. Per quanto riguarda i maestri italiani, se andiamo a scomodare i grandi nomi, ritengo che Monicelli sia il più grande regista della commedia italiana.

Tu ti occupi anche di curare le sceneggiature dei tuoi film?

Io mi considero un realizzatore più che un autore. Ho iniziato con un remake (Stai lontana da me, ndr), ho fatto un sequel (Lezioni di cioccolato 2, ndr.), poi ho fatto un film su commissione che era Fratelli Unici. Questa è in realtà la prima volta in cui sono intervenuto sul film da un punto di vista di struttura perché mi permettesse, da un punto visivo, di fare quello che desideravo. Nel momento in cui tu scrivi, scegli già anche la cifra stilistica del film e decide se raccontare la storia per episodi o con una voce pensiero… E quindi diciamo che dal mio punto di vista per Tutte lo vogliono c’è più una supervisione alla narratività che un vera e propria fase di scrittura.

Come ti relazioni con gli attori sul set?

Ma sai, su questo mi aiuta moltissimo l’aver fatto l’aiuto regista per 15 anni. L’aiuto regista è quello che degli attori conosce ansie, e paure, anche perché il mestiere dell’attore è oggettivamente quello più difficile perché sono quelli che ci mettono la faccia. Quindi il mio rapporto con gli attori è molto incentrato sull’umanità, cioè nello specifico consiste nello scegliere qual è l’umanità di riferimento del personaggio e cercare di applicarla in quello che stiamo facendo.

Quando hai pensato a Vanessa Incontrada per il ruolo di Chiara?

Allora, Vanessa Incontrada era un “mio pallino”. E l’idea di scegliere lei era nata su una suggestione che poi è diventata un percorso. 
Io e Vanessa ci eravamo conosciuti diversi anni fa in Cattleya perché lei aveva recitato con un mio carissimo amico, che è Libero de Rienzo, in un film di Marco Ponti che si chiamava A/R Andata + Ritorno. Io la conobbi 5/6 anni fa e mi aveva trasmesso questa immagine di una persona solare, ma allo stesso tempo di una di Barcellona, che vive a Follonica, ma che in realtà ha un imprinting milanese.
Mi divertiva raccontare nella storia il personaggio Vanessa Incontrada confrontato con la romanità di uno come Enrico Brignao, che si porta dietro la sua romanità, nel bene e nel male, anche nel suo modo di essere. Poi devo dire che lavorando insieme a loro e, dando forma a quelle che sono le idee, i personaggi strutturati sono venuti fuori completamente differenti. Il personaggio di Enrico è un tenerone, è una persona buona ed è uno di quei buoni che per essere troppo buoni nella vita subisce. E Vanessa è una che è troppo buona e e che non riesce a ribellarsi a quello che è il contesto, segnato dalla presenza di una madre tutta forma ed etichetta, e si ritrova a vivere proprio di forma ed etichetta senza riuscire ad essere serena.

E il personaggio di Giulio Berruti è un ex fidanzato, l’amore proibito o quello idealizzato? Cosa rappresenta Raffaello?

È l’amore idealizzato di tutta quanta la vita ed è quello che i latini e i greci definivano “il sapore della vittoria”. Quando aneli tanto alla vittoria nel momento in cui la raggiungi il sapore è sempre meno di quello che ti aspettavi. Diciamo che sia io che le sceneggiatrici, insieme anche all’altro sceneggiatore, ci siamo un po’ vendicati di tutti quei bellocci che a scuola ci levavano le fidanzatine.

Quando hai deciso di fare il regista?

Purtroppo molto presto (ride). Da ragazzino perché è sempre stata la mia passione. Io vengo da una famiglia particolare, siamo tanti fratelli e il mercoledì mia madre ci portata tutti quanti al cinema. E quindi, è sempre stato uno dei sogni della mia vita. Poi, in realtà, io sono arrivato a questo facendo cose assurde. Ero uno studente di giurisprudenza quando Castellano e Pipolo mi videro fare cabaret in un pub. E così iniziai a fare l’attore in film tipo Panarea e Classe mista 3 A. Poi ho un vinto una borsa di studio e ho fatto un corso di regia. Ho iniziato a fare l’aiuto regista e lentamente, dopo tanta gavetta, sto facendo quello che avevo sempre sognato.

Cosa rappresenta il cinema per te?

È il modo di raccontare i sogni degli altri, che è quello che dico sempre anche ai miei bambini. La fortuna più grande è riuscire a dare immagine a quelli che diventeranno i sogni degli altri.

Quali sono i tre film che ti fermi sempre a guardare anche quando capiti per caso su un canale che lo trasmette?

Solo tre? (ride) Allora, io non riesco a smuovermi da qualunque istante de Le Iene, da Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen e… ne avrei altri dodici mila…C’era una volta in America… Anzi no… I soliti ignoti.

Che progetti ha Alessio Maria Federici per il futuro?

Il mio sogno è fare una black comedy per avvicinarmi a quello che è anche un po’ il mio mondo e perché mi diverte molto la modalità di poter dare un sorriso anche all’interno di dinamiche piuttosto crude o forti. Secondo me, c’è sempre una chiave di lettura che può essere quella di un sorriso.

Con quale artista internazionale ti piacerebbe lavorare
?

Sicuramente Vincent Cassell.