“Il bello di vivere due volte”, le tante vite di Sharon Stone

La star si confessa in un libro bellissimo. «Sono cresciuta in mezzo alla natura» scrive l’attrice. «E ho imparato a rialzarmi sempre dopo ogni caduta...»

Sharon Stone in “Ratched” è una mamma che vuole vendicare la tragica situazione del figlio
6 Maggio 2021 alle 08:59

Attrice, produttrice, impegnata nelle cause civili (ha ricevuto anche la Medaglia d’oro al merito della Croce rossa italiana nel 2018), Sharon Stone mette tutta se stessa nel libro “Il bello di vivere due volte”. Ecco alcuni passaggi che permettono di conoscere meglio la vita di questa grande star.

Infanzia tra gli Amish

Sharon Stone nasce il 10 marzo 1958 a Meadville, cittadina della Pennsylvania (Usa), da genitori di origine irlandese e seconda di quattro fratelli. «Meadville si trova in territorio Amish, perciò era tutto un andirivieni di carri a cavalli, barbe lunghe e cuffie in testa». La comunità religiosa degli Amish rifiuta la modernità e vive secondo antiche regole, da contadini e artigiani. Lei trascorre i suoi primi anni in mezzo alla natura: «Il latte era quello del caseificio locale, la verdura veniva dal grande orto di casa e le proteine arrivavano da tutto quello che mio padre riusciva a cacciare».

Il legame con la mamma

Spesso nel libro l’attrice racconta il rapporto con la mamma Dorothy, conflittuale all’inizio e via via ammorbiditosi. «Sono cresciuta senza imparare a conoscere mia madre. Era una donna molto attiva e mi ha insegnato a fare qualsiasi cosa (...) senza rimandare nemmeno di dieci minuti». Un affetto così solido che viene dopo un chiarimento: alla stesura del libro, Sharon le rivela di aver subìto violenze dal nonno materno e di provare rancore perché era proprio la madre a lasciare lei e sua sorella in quella casa.

L’inizio della carriera

La giovane Sharon si avvicina al mondo dello spettacolo vincendo concorsi di bellezza, per poi entrare a far parte di un’agenzia di modelle e trasferirsi a New York nel 1977. Suo padre le lascia un ritaglio di giornale relativo a un fortissimo giocatore di baseball, Babe Ruth. «Papà mi disse: “Ricordati di tornare sempre in battuta, amore”. Ho portato quel ritaglio con me ovunque e lo conservo tuttora (il significato è “non arrenderti mai”, ndr), sono stata eliminata un sacco di volte, ma la mia media in battuta non è male, e continua a migliorare».

L’esordio al cinema

Dopo numerosi lavori come modella, capisce di volersi dedicare al cinema: «All’inizio volevo fare la regista, non avevo idea che le donne non fossero bene accolte in quel campo». Si propone per “Stardust memories” di Woody Allen (1980) come comparsa: «Mi chiamarono, a quanto pareva ero stata scelta, e il giorno dopo dovevo presentarmi tutta vestita di bianco nella palestra di una scuola del centro». Ma un’attrice con un ruolo secondario non si presenta e lei la sostituisce.

Quante botte a Schwarzenegger

Il suo primo ruolo importante è in “Atto di forza” (1990), dove è la moglie di Arnold Schwarzenegger. Lui era muscolosissimo, lei gracile: «Pesavo 58 chili e avrei dovuto annientarlo nello spazio». Sharon decide di fare una cura iperproteica. «Ero competitiva, testarda e infinitamente determinata. (...) Cercai di ingrassare un po’, bevendo concentrati di proteine e allenandomi nella palestra di Easton, un posto infernale di dedizione e miracoli, con un ventilatore sul pavimento, niente musica, un sacco di pesi e gente intenta a pedalare su cyclette antiquate senza distogliere lo sguardo dai vecchi acquari di fronte». Sul set andò bene: «Gliele suonai per davvero, era pieno di lividi, povero Arnold».

Basic instinct: il boom

Il successo vero e proprio arriva nel 1992 con “Basic instinct”. «Quando una dozzina di altre attrici rifiutò, Michael Douglas accettò di provare con me»: lei era la 13a scelta. «Hanno parlato male di me, mi hanno derisa, mi hanno dato della pornostar. Figuriamoci! Interpreti il ruolo di una serial killer, collabori con un grande regista e una superstar come Michael Douglas, e ti riesce anche bene, e poi ti dicono che è solo merito del tuo corpo e delle scene spinte che hai girato (...). Sapevo quale genere di film stavo girando, avevo lottato con le unghie e con i denti per ottenere la parte». “Basic instinct” è un successo. L’attrice con i soldi guadagnati estingue il mutuo sulla casa dei genitori.

Una donna al potere

La sua fama continua a crescere: nel 1995 è inserita dal mensile “Empire” nella lista delle 100 attrici più sexy della storia del cinema. E per il film “Pronti a morire” ha così potere che decide tutto lei, persino il cast. Oltre ad aver voluto Gene Hackman nel ruolo principale, impone due nomi all’epoca sconosciuti. «Come coprotagonista volevo un tizio di cui nessuno aveva mai sentito parlare, un australiano che avevo visto recitare in un film intitolato “Skinheads”. Si chiamava Russell Crowe. Dicevano che era una follia (...). Poi ci furono i provini per la parte del figlio illegittimo di Gene. E secondo me un ragazzino di nome Leonardo DiCaprio era stato il più convincente di tutti». E per averlo nel team paga lei il suo cachet.

L’incontro con un mito

L’anno successivo, nel 1996, realizza uno dei suoi sogni: «Essere abbastanza brava da sedermi di fronte a Robert De Niro e uscirne a testa alta». In “Casinò” di Martin Scorsese recita proprio accanto a lui. «Il signor De Niro mi ha insegnato più con la sua esemplare e incredibile etica del lavoro di ogni altro attore che abbia conosciuto in 40 anni di carriera». Alla serata degli Oscar si fece accompagnare da suo papà «perché riusciva a tranquillizzarmi».

La salute

I film continuano ma aumentano anche i problemi fisici che le impongono stop forzati. «Nei dieci anni di splendore della mia carriera, ho trascurato molto la salute per colpa di questi ritmi serrati. Spalla lussata: sopporta. Devitalizzazione di un dente senza anestesia nel mio camper durante la pausa pranzo. Rottura di una cisti ovarica: imbottirsi di antidolorifici e cambio di scena, da in piedi a seduta. Piede fratturato da una controfigura un po’ troppo esuberante: stivale più grande per nasconderlo, scena girata, poi fratturato di nuovo e ingessato alla fine del film. In altre parole, stai zitto e cammina. Non c’è spazio per i piagnucoloni in questo settore, soprattutto se, come me, sei una donna e devi dimostrare il tuo valore». Nel 2001 ha un ictus cerebrale che la mette a dura prova.

L’impegno sociale

Resta fuori dalle scene per un paio d’anni. Al suo rientro, non smette di lavorare come attrice: nel 2004 è in “Catwoman” e due anni dopo gira il sequel di “Basic Instinct” (che però ha poco successo). Nel 2003 è ospite al Festival di Sanremo. Nel frattempo incrementa l’impegno sociale, soprattutto nella lotta all’Aids. Nel 2013 riceve il “Peace Summit Award”, «un premio che i vincitori dei Nobel per la pace assegnano a una personalità della cultura o dello spettacolo che ritengono abbia fatto qualcosa di importante sul tema».

E ora?

Più recentemente è nel cast della serie tv “Ratched”. E rivela che la casa in cui il suo personaggio vive, barocca ed eccentrica, è quella del suo vicino, di professione scenografo: «Tutta la sua residenza era arredata con scarti riciclati, un tripudio di gloria e glamour». Oltre al costante impegno sociale, Sharon Stone continua a lavorare scegliendo con cura i suoi ruoli: «E recitare? Lo faccio ancora. E se devo dirla tutta, mi piace più di prima (...) Porto con me le mie profonde esperienze di vita. Alla fine della giornata lavorativa, che sia andata bene o male (ma va quasi sempre bene), stacco e torno in una casa piena d’amore, e va bene così».

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