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«Inside out», parla il regista

Pete Docter racconta come ha inventato Riley e le sue emozioni: «È bastato copiare mia figlia...»

Foto: Le emozioni protagoniste del film: Rabbia, Paura, Gioia, Disgusto e Tristezza

24 Settembre 2015 | 17:57 di Paolo Fiorelli

Pete Docter, ci racconta come è nato «Inside out»?
«Ero alla caccia di idee per un nuovo film e intanto cercavo di capire cosa stesse succedendo nella testa di mia figlia Ellie, che allora stava uscendo dall'infanzia per entrare in una fase più complicata. E all'improvviso ho capito: eccolo, il nuovo film! Si svolgerà nella mente di una bambina di 11 anni di nome Riley».

E realizzarlo è stato facile?
«No, è stato complicatissimo, perché l'idea era molto astratta e noi dovevamo tradurla in immagini, e immagini credibili. Dovevamo trovare una spiegazione visiva per come funziona la memoria, come si passa da un'emozione all'altra, eccetera... Ci siamo inventati una specie di grande "stanza dei bottoni" che sta nella testa della protagonista, e che è guidata dalle sue passioni».

Perché avete scelto solo cinque Emozioni?

«Rappresentarne altre avrebbe reso il film troppo caotico. E poi ci siamo documentati consultando psicologi e neurologi, che ci hanno assicurato che, in realtà, la gamma delle emozioni-base è  abbastanza ristretta. Il nostro consulente scientifico ne indicava 21, fra cui noia, disprezzo, imbarazzo… Alla fine abbiamo scelto le Emozioni che mettono d’accordo tutti i ricercatori».

Il film in realtà è «doppio»: c’è la storia di Riley e quella delle sue Emozioni.
«Forse è stata proprio questa la difficoltà più grande. Da una parte vediamo come vive la bambina protagonista, i suoi rapporti con i genitori e gli amici, nel delicato momento del trasloco in un'altra città. Dall'altra, c'è quello che accade nella sua testa, dove soprattutto Gioia e Tristezza affrontano un viaggio pieno di insidie». 

Guardando il film sembra di notare una certa predilezione per Gioia…
«Il fatto è che tutti hanno un temperamento che prevale sugli altri. Alcune persone sono tendenzialmente più felici o più rabbiose di altre. Riley è una bambina felice. Perciò Gioia ha un ruolo centrale».

Come descriverebbe, in breve, le Emozioni protagoniste del film?
«Gioia incarna il vero desiderio che ogni genitore nutre per i figli: vogliamo che siano felici e che tutto vada bene. Paura è sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Rabbia è il più buffo ed è stato il più facile da inventare: quadrato, tozzo, con il fuoco che gli esce dalla testa quando si “infiamma”. Disgusto è schizzinosa ma anche raffinata. Tristezza dolce e tenera. Sembra inutile ma non lo è, perché a volte la cosa migliore è… farsi un bel pianto».

E Bing Bong, l’amico immaginario di Riley? Come è nato?
«Dai miei ricordi. Anch’io avevo un amico immaginario che sembrava un po’ un elefante. E mi piacevano i biscottini a forma di animali, dove potevo mischiare la testa di un gatto con la pancia di una mucca o la coda di un pesce. Bing Bong è fatto così».

A volte il film appare persino troppo complesso per un pubblico di bambini. Sembra più pensato per gli adolescenti, o addirittura per gli adulti che hanno nostalgia dell’infanzia…
«Può darsi. Volevo parlare di quel momento difficile in cui l’innocenza dell’infanzia finisce e ci si ritrova nel mondo degli adulti senza ancora sapere bene come funziona. Quando l’infanzia finisce si prova una sensazione dolce e amara al tempo stesso. È questa l’atmosfera del film».