“Killers of the flower moon”: tra scontri e benedizioni, così nasce un grande film

Dietro le quinte del capolavoro con cui Martin Scorsese racconta la tragedia degli indiani Osage

Lily Gladstone, Robert De Niro e Leonardo DiCaprio
2 Novembre 2023 alle 08:04

Lo ha fatto ancora. Sulla soglia degli 81 anni (li compirà il 17 novembre), Martin Scorsese dimostra di nuovo di essere tra i più grandi registi di sempre dirigendo un affresco shakespeariano su una pagina di storia che gronda sangue: la tragedia degli indiani Osage. Il film si intitola “Killers of the flower moon” e dura più di tre ore, ma vale proprio la pena di vederlo. Ecco perché.

La storia

Il film racconta una lunga serie di omicidi avvenuti realmente nei primi Anni 20 in Oklahoma. Tutte le vittime erano indiani Osage, divenuti ricchi dopo che nelle loro terre era stato scoperto il petrolio. Un periodo durato ben cinque anni (dal 1921 al 1926) che passerà alla storia come “Il regno del terrore”.

La nascita dell’Fbi

Si tratta di uno dei primi casi celebri su cui indagò l’Fbi, allora ancora nella sua “infanzia”. Tanto è vero che quando nel film compare il detective Tom White (interpretato da Jesse Plemons), nessuno sa cosa sia il “Bureau of investigation” a cui dichiara di appartenere. L’intera vicenda è documentata nel libro “Gli assassini della terra rossa” di David Grann (editore Corbaccio). Ma qui arriva il primo colpo di genio di Scorsese: «Quel libro ripercorre gli eventi dal punto di vista del detective. Ma io non volevo la solita storia del cavaliere bianco che arriva e risolve tutti i problemi. Volevo il punto di vista degli Osage». E così ha fatto, “ribaltando” la sceneggiatura originale.

Un’attrice sorprendente

La vera protagonista diventa allora la bravissima e sconosciuta (fino a ieri) Lily Gladstone, un’attrice nativa americana le cui origini risalgono alla tribù dei Piedi Neri. È lei che interpreta Mollie, una giovane Osage. Sulle sue ricchezze mettono gli occhi il proprietario agricolo William Hale detto “Il re” (Robert De Niro) e suo nipote Ernest (Leonardo DiCaprio), che comincia a corteggiarla. Persino Mollie sa che i due non disdegnano le sue ricchezze: ma non immagina fino a dove saranno capaci di arrivare. E se il personaggio di Leo emerge come un debole combattuto tra l’avidità e un sincero affetto (se non proprio amore) per Mollie, il ruolo più luciferino è riservato al vecchio attore-feticcio di Scorsese: De Niro. Che con questo film raggiunge le dieci collaborazioni con il regista di New York.

Trent’anni dopo

Il film segna anche il terzo incontro tra DiCaprio e De Niro, a 30 anni da “Voglia di ricominciare” (1993) e dopo “La stanza di Marvin” (1996). «Il primo film importante che ho fatto all’inizio della mia carriera è stato con Bob» ricorda Leo. «Interpretava il ruolo del mio patrigno, un uomo violento, non così diverso dal personaggio di Hale. Ed eccomi di nuovo al suo fianco in “Killers of the flower moon”. Abbiamo analizzato a fondo il nostro rapporto, cercando di comprendere i personaggi e giungere alla loro verità». Troppo a fondo, forse. Perché...

I due perfezionisti

Martin Scorsese ha raccontato che De Niro e DiCaprio, nonostante la reciproca stima, sono arrivati davvero ai ferri corti sul set. E non si parlavano più. Motivo: il perfezionismo esasperante di Leo, che chiedeva in continuazione di cambiare o rigirare le scene. L’aneddoto è sorprendente, se si pensa che De Niro è famoso proprio per il suo perfezionismo: per girare “Toro scatenato” ingrassò di 25 chili, perché non voleva ricorrere al trucco. Morale? Mai mettere due perfezionisti in un pollaio!

Poker d’assi

Come se non bastassero i due divi, Scorsese ha riservato una particina anche a Brendan Fraser, che all’epoca delle riprese stava ancora lottando per ritrovare l’antica popolarità. Se avesse saputo che pochi mesi dopo avrebbe vinto l’Oscar per “The whale”, forse avrebbe concesso qualche minuto in più al suo personaggio (è un ambiguo avvocato). E non si può dimenticare Jesse Plemons, che interpreta la parte del detective, “gentilmente lasciatagli” da DiCaprio. Perché all’inizio doveva farla Leo, ma poi ha preferito il più sfaccettato ruolo del “cattivo” Ernest.

Benedetti dagli indiani

Scorsese ha girato il film nella vera riserva degli Osage, in Oklahoma. Qui ha incontrato il capo Orso Alzato, leader della comunità. Molti membri della tribù gli hanno raccontato dei loro antenati uccisi e in 44 hanno ricoperto un ruolo importante nel film. A sigillare l’intesa tra gli Osage e la produzione, prima dell’inizio delle riprese, i membri della tribù e il cast si sono riuniti su una collina per una benedizione del territorio. Quello stesso territorio dove gli Osage si erano insediati nel 1870 dopo essere stati cacciati dal Kansas. E dove, dal 1890, avevano trovato il petrolio e poi la morte.

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