Matthew McConaughey: «La nostra vita è l’unica che abbiamo e dobbiamo giocarcela al meglio»

L’attore premio Oscar (e amatissimo sex symbol) ci racconta la sua filosofia e la sua... originale vita quotidiana

Matthew McConaughey
20 Maggio 2021 alle 08:53

È un attore tra i più famosi di Hollywood, sex symbol per milioni di donne grazie al fisico da “tipico bel ragazzo americano”, che si è trasformato per ruoli più complessi e ha perso oltre 20 chili per un film (“Dallas Buyers Club”) grazie al quale ha vinto l’Oscar come Miglior attore protagonista: è Matthew McConaughey, che ora ha scritto un libro, “Greenlights - L’arte di correre in discesa” (edito da Baldini+Castoldi), un manuale di comportamento più che un’autobiografia.

Noi gli abbiamo parlato in un collegamento video tra Milano e Austin (Texas), dove vive.

Un libro: quanto ci ha pensato prima di farlo?
«Ho tenuto diari per 36 anni della mia vita. Nel 2018 li ho presi tutti insieme per la prima volta e sono andato nel deserto da solo per una dozzina di giorni. Sono tornato a casa, sono stato un po’ con la mia famiglia, e poi mi sono isolato per altri 12 giorni. Ho proseguito così per cinque volte: in 50 giorni ho selezionato i miei appunti. Poi sono passato alla scrittura, e volevo che rispettasse un criterio cronologico: ci ho messo un anno a dare un senso al libro».

Cosa dice chi l’ha letto?
«Questa è una storia fatta di grandi e piccole cose, e racconta una vita; è l’unica che abbiamo e dobbiamo giocarcela al meglio. A volte è facile, a volte difficile, capitano cose inaspettate, sbagliamo. I lettori, dai riscontri che sto avendo, riflettono molto su loro stessi: vedere che un personaggio famoso ha avuto i tuoi stessi problemi aiuta la gente».

Nel libro racconta tre sogni rivelatori, che l’hanno fatta riflettere sul suo ruolo nella società. Ne ha fatti altri, poi?
«Tutti questi sogni avevano la stessa cornice, come un’inquadratura definita. Sono stati dei segnali per me. Non ne ho fatti altri, no. Ma se questo accadesse di nuovo, non me li lascerei scappare: seguirei il mio inconscio e il suo messaggio».

Poco più che ventenne, nel 1993 è sul set di “La vita è un sogno”. Inventa uno slogan («Alright, alright, alright», ovvero «Va tutto bene») che l’ha reso famoso al punto che ci hanno fatto magliette e decorato tazze. Non è stufo di essere legato a quelle parole?
«Perché dovrei? Ne sono l’autore quindi per me è motivo di orgoglio, sinceramente. E poi sono le primissime tre parole che io abbia mai pronunciato in un film, nel mio primo film».

È vero che per il thriller poliziesco “Scorpion spring” nel 1997 ha imparato un monologo in spagnolo in soli 12 minuti?
«Sono arrivato sul set completamente impreparato, convinto di essere creativo e di poter improvvisare, come era stato per “La vita è un sogno”. Non avevo guardato il copione perché cercavo di immedesimarmi nel personaggio: mi aspettava però un monologo in spagnolo. Sì, ci ho messo 12 minuti a impararlo, ma non ne sono fiero. Dopo, ho trasformato quella figuraccia in un “semaforo verde” proprio come il titolo del mio libro, ho cercato il buono anche in quello e ho iniziato a studiare nei dettagli ogni ruolo. Adoro essere preparatissimo. E su una base solida si può poi improvvisare con creatività. Anche questo mi diverte».

Per un periodo della sua vita ha vissuto in una roulotte: ce l’ha ancora?
«Ne ho quattro e sono tutte parcheggiate nel mio giardino. Quella in cui mi trovo ora, mentre facciamo l’intervista, si chiama “The Smithsonian”. Le usiamo molto, tutta la famiglia, ci dormiamo dentro almeno un centinaio di sere all’anno e io ci vivo quando mi sposto per lavoro».

Poi si è tranquillizzato, ha iniziato a vivere in una casa stabile, ma è stato arrestato perché suonava i bonghi con le finestre aperte, dando fastidio ai vicini. Ha smesso di farlo?
«Assolutamente no. Ora sono passato al djembe (un tamburo a forma di calice originario dell’Africa, ndr). Ho suonato ieri sera: a fine giornata la mia creatività aumenta».

Lei vive ad Austin, in Texas. Nel suo libro ci sono delle lettere d’amore per le città che l’hanno affascinata di più: per Austin, ne ha scritta una?
«Più di una: sulla squadra di calcio Austin FC, di cui sono proprietario; sulla mia passione per l’insegnamento, tengo un corso universitario sul cinema, e dichiaro il mio amore per Austin ogni volta in cui parlo di questa città nelle interviste. Austin non ti mette mai alla prova, accetta i suoi abitanti per quello che sono: nessuno mi chiede delle foto perché non c’è bisogno di una conferma alla mia notorietà».

Tornando al lavoro, negli anni 2000 ha avuto grande successo nelle commedie romantiche, fino a che ha deciso di non farne più. Come è stato quel periodo?
«Ero diventato molto bravo in quei ruoli, perciò non sarei mai stato scelto per film drammatici e ho iniziato a pensare che stavo diventando vittima del mio successo. Dopo due anni di stop, nel 2011, si sono accorti di me perché mi ero “pulito” da quel ruolo».

E sua moglie le è stata accanto in quel periodo?
«Lei mi ha sempre sostenuto, quegli anni sono stati difficili: mi sentivo inutile. I giorni erano lunghissimi».

Poi ha iniziato a inanellare successi, culminati con l’Oscar per “Dallas Buyers Club”. È stato difficile perdere 20 chili di peso per quel ruolo?
«No: mi ero dato sei mesi per farlo, perdere un chilo a settimana. È stato parte della preparazione. Mi ero detto: “Facciamolo, è una bellissima storia con un ottimo regista e fantastici colleghi”».

E in contemporanea girava “The Wolf of Wall Street”.
«Sì. Ho amato quel ruolo perché ho potuto improvvisare: come le ho detto prima, è una mia grande passione aggiungere dettagli ai personaggi. Io facevo quel movimento, “hum hum hum” battendomi il petto per davvero, per rilassarmi prima di ogni ciak e per entrare nel personaggio. Leonardo DiCaprio mi ha detto: “Perché non lo fai sul set?”. L’ho ascoltato e l’ho fatto nella scena del “rito”, il suo primo giorno da broker. Ci siamo girati verso Martin Scorsese, il regista: ci ha fatto segno di proseguire. Siamo andati avanti».

Dopo film indipendenti di successo e serie tv come “True Detective”, che progetti sta seguendo adesso?
«Ho doppiato due personaggi nella serie d’animazione “Hank the Cowdog” e nel film “Sing 2”, in uscita quest’anno. L’ho fatto per i miei figli. Quando i miei amici chiedono loro: “Qual è il film preferito tra quelli che ha girato papà?”, loro rispondono: “Non ne abbiamo mai visto uno”. Così li ho fatti contenti».

Che età hanno i suoi figli?
«Levi ha 12 anni, Vida 11 e Livingston 8. Diciamo che abbiamo un bel daffare ogni giorno...».

Nel libro racconta che suo padre le ha insegnato a fare le cose per bene, a impegnarsi al massimo in ogni situazione. Lo dice anche ai suoi figli?
«Stiamo cercando di insegnare loro a fare il meglio, a scuola come negli sport. E devono anche imparare a capire quanto sono fortunati. Quando si ha la possibilità di avere una solida educazione bisogna ringraziare e avere rispetto. Lo studio non è scontato, molti ragazzini non possono permetterselo (Matthew e la moglie hanno fondato la “j.k. livin Foundation”, che aiuta bambini disagiati, ndr). Così porto avanti l’insegnamento di mio padre».

Si annoia mai?
«Apprezzo molto la solitudine, che non è noia: è la situazione ideale per scrivere. Non ho degli orari fissi, vado avanti finché ne ho voglia. A fine settimana trascrivo tutto sul computer, riguardo il risultato e mi chiedo: “Che cosa ne hai tratto, Matthew? Cosa c’è stato di bello, di brutto? Cosa ti ha fatto ridere e cosa piangere?”. Scrivo tutto quello che mi succede perché ogni pensiero che mi passa per la testa merita di essere ricordato. Svanirebbe, altrimenti».

Parliamo di sfide future: i suoi 10 obiettivi che ha scritto nel 1992 sono ancora validi?
«L’unico che ho portato a termine è quello di vincere un Oscar. Gli altri sono ancora in corso. Essere un ottimo padre e un ottimo marito: ce la metto tutta ogni giorno. E voglio diventare più me stesso. Voglio essere autentico: ci sto lavorando. E soprattutto mi preme far sì che le persone siano felici, che tanti si possano permettere cose che ora non hanno».

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