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I 30 anni di “Mediterraneo”, quando l’amicizia vince l’Oscar

Trent’anni fa usciva nei cinema il film di Gabriele Salvatores: il regista e gli attori oggi ricordano per noi quell’esaltante avventura

Il cast di “Mediterraneo”
11 Febbraio 2021 alle 08:37

Era il 31 gennaio 1991 quando “Mediterraneo” diretto da Gabriele Salvatores uscì nei cinema italiani. Il film raccontava la storia di otto soldati italiani approdati durante la Seconda guerra mondiale su un’isola sperduta della Grecia, «la più piccola, la più lontana, importanza strategica zero», e lì rimasti per più di tre anni in «quell’età in cui non hai ancora deciso se metter su famiglia o perderti per il mondo».

Un successo. Il film fece il giro del mondo e fu selezionato per rappresentare l’Italia agli Oscar come Miglior film straniero. A sorpresa il 30 marzo 1992, mentre tutti, compreso Salvatores, si aspettavano la vittoria di “Lanterne rosse” di Zhang Yimou, “Mediterraneo” si aggiudicò la statuetta dorata. Quell’emozione non si è spenta. In tre decenni “Mediterraneo” è stato trasmesso e ritrasmesso in televisione, visto e rivisto da generazioni di spettatori, alcune battute del copione sono diventate proverbiali. E così come i loro personaggi, anche i protagonisti del film si sono persi e ritrovati per il mondo. Ora, a distanza di 30 anni, raccontano quell’indimenticabile avventura a Sorrisi.


Fuori dal tempo
Gabriele Salvatores: «Oggi, se ripenso a “Mediterraneo”, lo sento come una vacanza che fai in un bel posto e dove sei stato bene, ma non riesci a collocarla nel tempo. Era un film che giocava con il genere: non è un film di guerra, ma ci sono dei soldati; non è un film d’amore, ma ci sono storie d’amore; non è un film sull’amicizia, ma delle persone si ritrovano e stanno insieme. Parla della possibilità di incontrare popoli diversi e lingue diverse, e scoprire che in realtà siamo simili, “mia faza, mia raza”. In quel Mediterraneo che, purtroppo, ora è diventato una specie di bara».

In cerca di un’isola
Salvatores: «Con Abatantuono avevamo da poco girato “Marrakech Express” e “Turné”, che erano dei film in viaggio. Diego, che è uno a cui piace star bene, propose: “Ma perché il prossimo film non lo giriamo in un bel posto al mare così ci facciamo i bagni mentre lavoriamo?”. Con lo sceneggiatore Enzo Monteleone ci siamo messi a cercare una storia ambientata al mare, magari su un’isola. Era l’inizio degli Anni 90, la fine di un periodo importante per la mia generazione, quegli Anni 70 e 80 dove avevamo in qualche modo sognato di poter cambiare il mondo. Si era persa questa illusione».

Diego Abatantuono: «Siamo partiti, io, Salvatores, il direttore della fotografia e qualcuno della produzione, e abbiamo girato la Grecia. Avevamo trovato due o tre posti, però avremmo dovuto girare un pezzo di film su un’isola e un pezzo su un’altra. Il giorno prima di ripartire c’era l’ultima isola da vedere: Kastellorizo. Era molto lontana, quasi vicino alla Turchia, si poteva andare in mattinata con un aeroplanino e tornare la sera in nave. Atterrammo in questo piccolo aeroporto stretto tra le montagne, sembrava di schiantarsi contro la roccia, che poi è lo spiazzo dove abbiamo girato le scene delle partite di calcio. L’isola non aveva strade, un porto e poco altro. Dopo aver guardato intorno abbiamo capito che era perfetta e bastava solo quella».

Tutto iniziò in albergo
Gigio Alberti: «Ci trovammo a Roma, mi pare proprio all’hotel Mediterraneo, e il giorno dopo partimmo per la Grecia. Arrivammo una settimana prima di cominciare a girare, Gabriele Salvatores aveva questo metodo di mettere insieme le persone prima di iniziare un film per fare un po’ gruppo e leggere il copione. Ci disse: “Scrivete delle scene, se vi vengono in mente, sul vostro personaggio”. Lo faceva per tirarci dentro nella storia. Non credo ne rimase una».

Claudio Bigagli: «Arrivai in nave, con qualcun altro del gruppo. Da Rodi il traghetto impiegava sei ore. Sul molo c’era Diego che ci aspettava, là sotto, già in pantaloncini, e ci guardava scendere. Il suo abbraccio di accoglienza ha dato subito il tono al film».

Giuseppe Cederna: «Siamo stati plasmati dall’isola, dal vento e dal mare, era più forte di noi. Finito il set, prima che tramontasse il sole, per scaricare la tensione giocavamo a calcio-tennis in quei sei metri del molo. Uno sport che avevamo inventato noi, con una rete nel mezzo. Era più il tempo che passavamo in acqua per recuperare il pallone, ma giocare non ci bastava mai».

Jazz, muli e abbronzature
Salvatores: «Non ci abbiamo messo tanto a scrivere il film. La sceneggiatura ci è servita come punto d’appoggio importante, a volte molto fedele, a volte, invece, sul tema delle singole scene veniva inventato o cambiato qualcosa: il cinema per me è come il jazz, bisogna improvvisare giorno per giorno».

Bigagli: «Il truccatore ci aveva avvisato: “Mi raccomando non vi abbronzate subito, state attenti al sole!”. Era per far poi vedere nel film il passare del tempo sull’isola. Io sono precisino, ma Diego dopo due giorni sembrava un calabrone. Lui è stato abbronzato dall’inizio alla fine del film».

Alberti: «Avevo il ruolo del mulattiere. Cercavamo un mulo, l’unico che trovammo era in Turchia, a una mezz’ora da lì, ma, visti i rapporti tra turchi e greci, ci dissero: “Ve lo diamo macellato”. A quel punto è stato preso un asino e poi dipinto di bianco con Salvatores che aveva i capelli dritti, voleva usare una vernice che non facesse male all’animale, ma lì gli attrezzisti non ci andavano per il sottile. Soffriva l’asino e Gabriele con lui».

Claudio Bisio: «Mi hanno spesso chiesto che fine faccia il mio personaggio. Nel film si vede che scappa su una barchetta. C’era in effetti un’altra scena in cui sono sulla barca e me ne vado cantando allegro e poi mi si vede naufragare: non ce l’avevo fatta. Era una scena drammatica e alla fine è stata tolta».

Era l’estate di italia ‘90
Bigagli: «Si girava in contemporanea con i Mondiali di calcio di Italia ‘90, Diego propose di fare una colletta e facemmo venire da Atene un televisore, non ce n’era uno decente su tutta l’isola. Lo piazzammo in uno dei tre ristoranti dove si andava a mangiare la sera e si guardava la partita».

Alberti: «L’antenna della tv non sempre funzionava bene, era un accrocco, non proprio di gran livello. Alla fine era diventato una specie di rito: a 10 minuti dalla partita l’antenna non funzionava e avevamo dei malumori terribili».

Bisio: «Ai primi di agosto stavamo finendo di girare le ultime scene. All’epoca non c’erano i telefonini, le comunicazioni erano quelle che erano e noi eravamo fuori dal mondo. A un certo punto cominciammo a sentire dei rumori, dei botti, il fonico continuava a stoppare le riprese perché il suono era in presa diretta. Non capivamo cosa fosse. Poi abbiamo saputo che Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait ed erano i caccia americani che rompevano il muro del suono volando dalle basi Nato in Turchia: era iniziata la Prima guerra del Golfo».

Un premio inaspettato
Salvatores: «Nei primi mesi del 1992 eravamo in mezzo al deserto del Messico, pieni di polvere, a girare “Puerto Escondido”. Ci dissero che “Mediterraneo” era nella cinquina degli Oscar. Decidemmo di partire per Los Angeles. Lo presi come una vacanza: “Che bello finalmente mi farò la doccia tutti i giorni!”. Sylvester Stallone annunciò il vincitore, ma io, invece di “The winner is Italy”, capii “The winner is Ilary” e pensai: “Dai, c’è un sesto film in lizza”. Poi mi hanno fatto alzare e sono salito sul palco. C’era la Guerra del Golfo, così, dopo aver ringraziato tutti, nella mia ingenuità mi sono permesso di dire: “Fate come i soldati di Mediterraneo, smettete di fare la guerra!”. Non sapevo che non si potesse parlare di politica. Mi hanno preso in due e scortato fuori».

Abatantuono: «A Los Angeles partì una giostra molto affascinante. In hotel incontravi Peter O’Toole, ti salutavano Mel Gibson e Dustin Hoffman. Andammo a noleggiare degli smoking, io provai un abito di scena che Sean Connery aveva usato in uno “007”, la taglia era giusta e già quella era un’emozione. Mai pensavamo di poter vincere. Mi ero appena rotto sul set il mignolo della mano destra e dopo, mentre stringevo le mani di grandi attori, registi famosi, produttori, sentivo un gran dolore e mi piegavo un po’. Allora loro mi tiravano su dicendo: “Non faccia così, non sia servile”. Finché mi sono legato il braccio al collo con un foulard».

Il segreto seppellito laggiù
Bigagli: «Ogni tanto si dice: “Torniamo sull’isola”. Diego è un grande fautore, ma sono cose difficili da organizzare, ora con il Covid anche di più».

Bisio: «Ci siamo ripromessi di farlo molte volte. Tornare tutti insieme. Prima di andare via, un po’ come nel film “Fandango” dove gli amici seppelliscono una bottiglia e poi tornano a cercarla, anche noi abbiamo seppellito lì una “roba”. Nessuno, a parte noi, sa dov’è. Ci eravamo ripromessi tutti quanti di andare a disseppellirla».

Cederna: «Torno in Grecia ogni anno. I primi 10 anni non ho più messo piede a Kastellorizo, per la malinconia, sono andato in altre isole, poi allo scadere del decimo anno ci sono tornato. Avevo paura dei fantasmi dell’isola della giovinezza perenne. Ancora, spesso, nei miei racconti teatrali chiedo al pubblico: “Ci tornereste nell’isola della giovinezza?”».

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