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10 Set 2018 | 17:22

Spike Lee: il regista in 11 film

Drammi, commedie, documentari, videoclip e serie TV: il regista di Atlanta racconta dagli anni Ottanta la condizione afroamericana con una sola regola: “a Spike Lee joint”


«Ho sempre ambito, nel caso in cui avessi avuto successo, a tentare di fare un ritratto più veritiero, al negativo e al positivo, degli afroamericani» disse nel 2007 alla monografia di Fernanda Moneta; e poi nel 2016, quando ritirò il Premio Oscar alla Carriera: «Noi neri non siamo ancora entrati nelle stanze dei bottoni». Fu proprio lui, Spike Lee, a far partire il boicottaggio per gli Academy Awards, lamentandosi che tra i venti attori candidati non ci fossero interpreti di colore: con l’hashtag #OscarSoWhite chiamò a raccolta, tra gli altri, Jada Pinkett Smith e il reverendo Al Sharpton. Oggi quindi possiamo dire che sì, ce l’ha fatta: sia ad avere successo che a fotografare la condizione degli afroamericani.

Nato nel 1957 ad Atlanta, in Georgia, frequentò la New York University Film School insieme a Martin Scorsese e si diplomò con un mediometraggio che fu subito premiato a Locarno. Prima di scrivere e girare il suo primo film, si rese indipendente aprendo una propria casa di produzione, la Forty Acres & A Mule. Alle storie orgogliosamente black inizia ad aggiungere la musica jazz, influenzato soprattutto dal mestiere del padre. Con «Fa’ la cosa giusta», il lungometraggio che lo porta alla prima candidatura all’Oscar nel 1990 come miglior sceneggiatore, cominciano ad arrivare le prime critiche: che un afroamericano sia razzista verso gli altri gruppi etnici, in particolare italoamericani ed ebrei.

La prima metà degli Anni 90, nonostante tutto, lo consacrerà, tra produzioni colossali («Malcolm X») e pellicole più intime («Crooklyn», «Jungle fever»), sempre mirate a raccontare lotte e integrazioni razziali. La fine della decade, invece, non brilla per recensioni positive, fino al giro di boa sorprendente di «Summer of Sam», nel quale racconta per la prima volta una comunità diversa da quella nera. Per il suo capolavoro, però, bisogna aspettare i primi anni Duemila, con l’analisi del clima emotivo americano dopo l’attacco alle Torri Gemelle de «La 25a ora».

Nei titoli di testa di tutti i suoi film appare, irrimediabilmente, la scritta «a Spike Lee joint». Non importa che siano documentari per il grande o per il piccolo schermo, videoclip musicali, segmenti in film collettivi, episodi di serie televisive (l’ultima, «She’s gotta have it», è il remake del suo primo film). Mentre prosegue la collaborazione con Netflix, ha già annunciato che la sua prossima pellicola sarà «Nightwatch», ma il 27 settembre arriverà nelle nostre sale «BlacKkKlansman», a tre anni esatti da «Chi-Raq», il film con cui è tornato al Festival di Cannes e con cui ha vinto il Gran Premio della Giuria presieduta da Cate Blanchett: il primo grande riconoscimento dal Festival francese.

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