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Hollywood chiama Carlo Verdone, voterà per gli Oscar

La prestigiosa Academy of Motion Pictures ha invitato l’attore e regista romano a far parte dei suoi membri

Foto: Carlo Verdone

11 Luglio 2019 | 09:54 di Paolo Fiorelli

Un romano a Hollywood. Ribaltando il titolo più celebre del suo “papà cinematografico” Alberto Sordi (“Un americano a Roma”), da oggi Carlo Verdone potrà chiamarsi anche così. Perché la più prestigiosa istituzione del cinema americano, l’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences, ha deciso di invitarlo a fare parte dei suoi membri. Un onore che significa, tra le altre cose, diventare uno dei giurati che ogni anno votano per assegnare il premio Oscar. Ce n’è abbastanza per andare a disturbare il regista e attore, che in questi giorni si trova in Puglia sul set del suo nuovo film...

Verdone, siamo curiosi. Come si entra nella Accademia di cinema più prestigiosa del mondo? L’ha chiamata il presidente? Le hanno mandato una pergamena?
«A dire la verità l’ho saputo da un messaggino di Anna Praderio, la giornalista del Tg5, che mi dava la notizia e si complimentava. Io veramente sono cascato dal pero. E mi sono detto: “Ma davero? Famme guardà su Internet...”. E in effetti ho trovato la notizia su diversi siti. Per cui, anche se io ancora non ho ricevuto niente, credo che sia vera».

Lo è, lo è. C’è il comunicato ufficiale dell’Academy a confermarla. La sua prima reazione?
«Ho alzato il telefono e ho chiamato Paolo Sorrentino, perché sono sicuro che la mia partecipazione a “La grande bellezza” (premio Oscar al Miglior film straniero nel 2014, ndr) è stata decisiva. Gli ho detto: “Paoletto, hai visto? Grazie a te sono nell’Academy”».

E lui?
«Ma va’, che te lo meriti».

Che effetto fa?
«Be’, è un grande onore. E anche un bell’impegno, perché adesso il giurato dell’Oscar lo voglio fare bene, e quindi mi dovrò vedere una marea di film in lingua originale. Mi aspetta una gran scorpacciata. Speriamo solo che ci siano i sottotitoli, perché io l’inglese un po’ lo capisco, ma insomma...».

Ma lei a Hollywood c’è mai stato?
«E come no. Negli Anni 80 e 90 ho visitato tutti gli Studios, a cominciare da quello storico della Universal, con la casa di “Psyco” e tutto il resto. Allora tra quei capannoni si respirava ancora il mito, oggi un po’ meno: se li sono comprati tutti i cinesi. Poi c’è la concorrenza spietata delle serie tv, dello streaming, e tanti registi che vanno a girare in Canada perché costa meno. Però, insomma, resta pur sempre la Mecca del cinema».

Cosa l’ha colpita di più?
«Quando mi sono guardato “Titanic” al Chinese Theatre (la sala storica di Hollywood, ndr), ho capito cos’è il culto del cinema. Uno schermo grande il triplo dei nostri, una qualità del suono da urlo, mi sembrava di affogare pure a me. Poi mi ricordo ’ste ville a Malibù, dove mi invitavano. Tutte in fila, tutte con la piscina e il bar, tutte recintate e con la sorveglianza... Il produttore o la star di turno se ne sta lì da solo tutto il giorno, si fa il bagno, si legge un libro, si guarda un film. Ogni tanto dà un party. Insomma, ’na gran solitudine... Un posto grandioso e malinconico insieme».

I suoi film sono apprezzati in America?
«Ne sono usciti due: “Acqua e sapone” e “Sono pazzo di Iris Blond”. Una distribuzione di nicchia, a Los Angeles e New York, ma mi ha fatto piacere».

A questo punto, magari, “esporterà” a Hollywood anche il prossimo. Come sta andando sul set?
«Magnificamente. Questa estate la ricorderò per tutta la vita. Con Anna Foglietta, Rocco Papaleo e Max Tortora, gli altri protagonisti, c’è una bellissima intesa. Tanto che ogni giorno cambiamo qualcosa del copione, cosa che puoi fare solo in questi casi. Nel film siamo un’équipe chirurgica che ne vive di tutti i colori. Continueremo a girare fino alla fine di luglio, poi il montaggio. Si intitolerà “Si vive una volta sola” e uscirà a San Valentino del 2020».

Ultima curiosità: il complicato regolamento dell’Academy prevede che si possa essere iscritti in una e una sola delle 17 categorie. Lei è finito tra gli attori. Avrebbe preferito tra i registi?
«Va benissimo. Considero quello di attore il mio mestiere principale. E poi sono in compagnia di Giancarlo Giannini e Toni Servillo, meglio di così. Tra i tre, loro fanno più dramma, io rappresento più la commedia. Un bel mix».

Già, dicono che gli Oscar trascurino un po’ la commedia. Scegliendola si sono ravveduti?
«Anche questo sta cambiando. “Green book” ha vinto tre premi Oscar ed è una commedia, no?».

Giusto. E adesso, se dovesse scegliere un attore di Hollywood per un suo film, chi vorrebbe?
«Be’, ho trovato straordinario Viggo Mortensen proprio in “Green book”. Certo che mi piacerebbe lavorarci insieme, ma mica è così semplice! Ci vorrebbe la storia giusta, poi deve dire di sì... E prima di chiamarlo è meglio che io studi ancora un po’ l’inglese. Sennò sfiguro».

Così funziona la “fabbrica degli Oscar”

● L’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences è l’organizzazione che assegna i premi Oscar. Fu fondata a Los Angeles nel 1927 per promuovere il cinema nazionale e internazionale. A oggi ne fanno parte circa 8 mila soci, divisi in 17 categorie professionali.

● Ogni socio partecipa alle votazioni per scegliere i “nominati” all’Oscar nella sua categoria. Invece al secondo voto (quello che assegna il premio) può esprimersi su tutte le categorie.

● Il 1° luglio l’Academy ha comunicato di aver invitato 842 nuovi soci. Tra questi, gli italiani Carlo Verdone, Toni Servillo e Giancarlo Giannini (nella categoria attori) e Matteo Garrone (registi). Tra i nuovi soci ci sono anche Jean-Louis Trintignant e Lady Gaga.