Il dietro le quinte della Mostra del Cinema di Venezia

L’anno scorso era il festival della paura. Quest’anno è il festival della speranza. Speranza di fare un altro passo, magari decisivo, verso la normalità

Paolo Fiorelli
9 Settembre 2021 alle 08:16

L’anno scorso era il festival della paura. Quest’anno è il festival della speranza. Speranza di fare un altro passo, magari decisivo, verso la normalità. In questo senso, la Mostra del Cinema che si sta svolgendo a Venezia è anche una scommessa da vincere, e un grande esperimento. E se è vero che restano un sacco di limitazioni (e ora ve le racconteremo), lo spirito è cambiato.

Come mi ha detto la madrina Serena Rossi: «Rispetto al 2020 sento uno slancio positivo. Non ne siamo ancora usciti, ma si vede già la luce».

E così anch’io riparto da Venezia. Certo, adesso da bravo cinefilo dovrei scrivere che i cinema sono sicuri e invitare tutti a tornarci, ma quando vedi un’enorme sala piena (anzi semipiena, perché si sta seduti uno sì e uno no; comunque siamo pur sempre 800 persone) e poi, spente le luci, senti tossire proprio dietro di te... quel pensiero lo fai. E quel pensiero è: vale la pena di rischiare la salute per un film? Ma poi viene subito vinto da un altro: bisognerà pur tornare alla vita normale! O almeno provarci.

E allora proviamoci, anche se non è così facile. Tanto per cominciare, ovviamente, ci sono meno posti per le proiezioni e le conferenze stampa: esattamente la metà degli anni “buoni”. E poi c’è un’atmosfera diversa: «Mi manca scambiare l’opinione con gli altri» mi dice un’appassionata all’uscita del film di Almodóvar. «Il cinema in sala è un’esperienza collettiva, se no tanto vale guardarselo davanti alla tv. Il senso di comunità è una delle cose belle del festival: invece con le mascherine siamo tutti un po’ nascosti».

Anche un fotografo inglese ha i suoi problemi: «Le foto con le mascherine sono tristi, e quindi gli artisti le tolgono ma poi devono mettersi a distanza, e allora come le faccio le foto di gruppo? Mica possiamo fare una panoramica per riprendere quattro persone». Eppure, parlando con i visitatori e gli addetti ai lavori, prevale una sensazione di cauto ottimismo, e anche molta voglia di scherzare nonostante tutto.

All’ingresso è obbligatorio provare la temperatura: la tecnologia viene in aiuto, perché a farlo ci pensano speciali telecamere con sensori che la misurano mentre cammini, senza bisogno di fermarsi (i più modesti termometri portatili sono riservati a bar, hotel e zone esterne che ospitano le interviste). Tutti devono mostrare il Green pass o l’esito di un tampone.

Passato il varco e arrivati finalmente nella Cittadella dove si svolge la Mostra, subito il primo strano contrasto: di qua il Palazzo del Cinema bardato a festa, con i suoi suggestivi giochi di luce notturni e la fontana davanti al Casinò; di là, a non più di 200 metri, le tende della Croce Rossa dove si possono fare i tamponi.

Non ci sono più i fan che bivaccano e s’affollano per guardare il passaggio delle star: lo spazio davanti al tappeto rosso è riservato ai fotografi, e dietro di loro c’è una parete divisoria per bloccare lo sguardo dei curiosi. Nella Sala stampa non ci sono più i computer a disposizione di tutti, e anche questa è una bella seccatura. Ma soprattutto non ci sono più le file chilometriche, quelle che fino a ieri rendevano ogni festival il non plus ultra dell’assembramento. Sono state sostituite da un complicato meccanismo di prenotazione on-line: il biglietto si scarica sul telefonino e il posto è numerato e non può essere cambiato (questo per poter ricostruire chi era seduto vicino a chi, nel malaugurato caso di un focolaio).

A parte le complicazioni (ogni tanto il sistema informatico non funziona più; inoltre i biglietti dei film più ambiti vanno esauriti in pochi secondi, e chi si collega dopo un minuto resta a secco), questo meccanismo rende tutto più rigido: per gli accreditati è difficile cambiare idea all’ultimo momento, anche perché se prenoti un posto e poi non ti presenti rischi di essere “squalificato” per altre proiezioni. Ma c’è anche chi è entusiasta di non doversi mettere in coda e soprattutto di sapere subito se avrà il posto o no: il tragico «Spiacenti, la sala è piena» dopo un’ora di fila era l’incubo di tutti i festivalieri.

Altro risvolto positivo: con tutte le limitazioni a feste e party, il lato mondano del festival finisce in secondo piano, lasciando più spazio ai film. Sono loro i veri protagonisti, tanto più che questa edizione vede il ritorno di star di prima grandezza assenti un anno fa (soprattutto gli stranieri).

E allora ecco gli applausi per Almodóvar e Penélope Cruz e il loro “Madres paralelas”, e per Paolo Sorrentino con “È stata la mano di Dio”, dove in un colpo solo ricostruisce la sua giovinezza e omaggia l’idolo Maradona; per Roberto Benigni che riceve il Leone d’oro alla carriera (con una commovente dichiarazione d’amore alla moglie Nicoletta Braschi); per Kristen Stewart che diventa Lady Diana in “Spencer”, o ancora per Timothée Chalamet nel kolossal “Dune”.

Arriveranno poi, nei prossimi giorni, il quasi-kolossal-all’italiana “Freaks out” di Gabriele Mainetti (il regista di “Lo chiamavano Jeeg Robot”) e “Il silenzio grande” di Alessandro Gassmann, il misteriosissimo “America Latina” con Elio Germano e “The last duel” di Ridley Scott, dramma medievale che riunisce Ben Affleck e Matt Damon. Finché la sera di sabato 11 la madrina Serena Rossi accoglierà i vincitori e dichiarerà chiusa la Mostra; e solo allora sapremo se l’esperimento di normalità è davvero riuscito, e la scommessa vinta.

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