Maggie Gyllenhaal: io e Elena Ferrante

A Venezia 78 l'attrice diventa regista con un film tratto da “La figlia oscura”

Olivia Colman in “The lost daughter”
6 Settembre 2021 alle 10:38

«Sono stata tra le prime a leggere Elena Ferrante in America. Ricordo ancora le sensazioni ambivalenti che provavo leggendo “La figlia oscura”: è un romanzo veritiero e terrificante sulla maternità. Quel libro mi faceva stare male ma allo stesso tempo mi consolava. La prima reazione era: “Non voglio assomigliare alla protagonista!”. La seconda: “Beh, ma allora non sono l'unica a provare questi sentimenti oscuri. Forse non sono così sbagliata...». Il legame con Elena Ferrante non si è fermato alla lettura di un libro. Maggie Gyllenhaal le ha scritto, le ha chiesto il permesso di trarne una sceneggiatura, e lo ha ottenuto a una condizione: “Il film lo devi dirigere tu”. E così è nato il film “The lost daughter”, in concorso a Venezia 78.

Maggie, ha mai incontrato Elena Ferrante?
«No, il suo anonimato è inscalfibile. Ci siamo scritte solo per mail».

Lo sa che secondo alcuni potrebbe essere un uomo?
«Non ci credo. Per me è impossibile. Il modo in cui il libro descrive l'essere donna ed essere madre... no, può averlo scritto solo una donna».

Come avete lavorato insieme?
«Le ho chiesto alcuni consigli, ma non l'ho sommersa di mail. Alla fine le ho fatto leggere la sceneggiatura ed ero un po' preoccupata perché avevo cambiato diverse cose. Ma lei mi ha dato la sua benedizione».

Cosa ha cambiato?
«Innanzi tutto la protagonista del mio film è americana: non mi sentivo adatta a raccontare il punto di vista di una mamma italiana. Anche il finale è cambiato. E poi mi sono accorta che molte cose che in un libro funzionano, non lo fanno automaticamente in un film. La prima sceneggiatura era molto più fedele, ma ho capito che dovevo fare dei cambiamenti».

Come è stato dirigere le attrici del suo film, Olivia Colman e Dakota Johnson?
«Hanno uno stile molto diverso, con Dakota parlavo di più, con Olivia ci intendevamo più a sguardi e sensazioni che a parole. E poi le ho lasciate libere e ho lasciato tempo, perché io credo che se l'attore ha il tempo di innamorarsi del personaggio, poi darà il meglio di sé».

E perché non recita anche lei, nel suo film?
«Sarebbe stato troppo. Volevo concentrarmi sulla regia e ho scoperto che in fondo al cuore mi sento più regista che attrice. Certo, tornerò a recitare. Ma solo se la sceneggiatura mi convince al 100%. Perché il regista ha una libertà creativa totale, mentre l'attore deve adattarsi alla visione di qualcun altro. Quando studio una parte, mi dico sempre “Vorrei discutere dieci cambiamenti col regista, ma non posso tormentarlo così, quindi mi limiterò a due...”. Il regista invece fa quello che vuole!».

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