Home CinemaNews e anteprimeSandra Milo: «Scusatemi se non sono modesta»

Sandra Milo: «Scusatemi se non sono modesta»

Nelle sale con A casa tutti bene di Muccino, racconta la sua vita, da Fellini alla tv. «Mi consideravano poco intelligente, ma io sapevo di valere: se poi gli altri non lo pensavano, peccato. Non mi disperavo certo per questo...»

22 Febbraio 2018 | 11:09 di Andrea Di Quarto

«La gente del cinema dice che nel film di Muccino io sono bravissima. Non so, non mi sono ancora vista, solo che adesso tutti mi vogliono. Sto per andare in Puglia a girare un film con Diego Abatantuono». Sorseggiando una cioccolata calda sulla splendida terrazza dell’Hotel Cavalieri di Roma, Sandra Milo accoglie con il solito disincanto e una risata contagiosa i primi commenti su «A casa tutti bene», il film uscito nelle sale il giorno di San Valentino che la vede a fianco di un cast che comprende Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore, Ivano Marescotti, Giulia Michelini, Giampaolo Morelli, Stefania Sandrelli, Valeria Solarino e Gianmarco Tognazzi.

Com’è stato lavorare con Muccino?  
«Quando mi ha chiamata sono andata a questo appuntamento e ho trovato un uomo estremamente affascinante, allegro, pieno di energia, di vitalità e di intelligenza. Mi è piaciuto tantissimo e allora ho detto subito di sì. Poi ho letto il copione e ho scoperto  che il personaggio non mi piaceva».  
Un bel problema.
«È che non amo i personaggi passivi, quelli che subiscono, che non hanno mai una reazione, che non fanno mai niente. Io non sono così! Mi sono detta: “Che faccio?”. Ma poi mi piaceva talmente Muccino che ho pensato: “Buttiamoci!”».
Lei ha cominciato negli Anni 50 come fotomodella.  
«Sì, a Milano, dove avevo seguito un ragazzo di cui mi ero innamorata. Ma non sfilavo, facevo le foto per i giornali di moda. Poi mi sono stufata di non parlare e ho deciso che volevo lavorare nel cinema. Ho mollato il fidanzato e sono venuta a Roma. All’epoca era bellissima: c’erano ogni giorno un sacco di provini, era piena di giovani, c’era voglia di tornare alla vita dopo gli orrori della guerra».
Il suo inizio di carriera è stato fulminante.
«Sono diventata nota prima in Francia che in Italia. Lì ho fatto film con Jean-Paul Belmondo, Lino Ventura, Alain Delon, Michèle Morgan... Entrare in questo mondo è stato naturale. Però lo consideravo un lavoro. Privilegiato, ma sempre un lavoro. Non ho mai avuto il “sacro fuoco”. Quello ce l’ho solo per la famiglia, per l’amore. Il resto mi può piacere molto, ma non perdo mai la testa».
Poi nel 1961, all’apice della carriera, arrivò il flop di «Vanina Vanini».  
«Fu terribile. Ero la protagonista di un film di Rossellini, prodotto dalla Metro Goldwyn Mayer e con un cast pazzesco. Arrivai a Venezia come una dea. Pensi che andai a fare un bagno e intorno a me avevo venti persone».
Poi, però, proiettarono il film...
«Un disastro. Fu fischiatissimo. Mi faceva impressione vedere tutta quella gente così elegante e così incattivita. I giornali mi ribattezzarono Canina Canini e diventai una reietta. Il giorno dopo feci il bagno e stavolta ero da sola, non mi salutavano neppure, nessuno mi si avvicinava. Da diva del cinema  tornai a fare la mamma e la moglie. Carriera finita».
Non aveva fatto i conti con Fellini.  
«Si era messo in testa di farmi un provino per “8½”, ma io non ne volevo sapere. Pensi che, con la complicità del mio compagno di allora (il produttore Moris Ergas, ndr) venne a farmelo a casa con tecnici e operatori. Montarono le luci e tutto il resto, fu una cosa pazzesca».
Da... Canina a musa di Fellini.  
«Già. Il film ebbe un grande successo e pure il personaggio, anche perché Federico diceva che ero fantastica. Da lì ripartì la mia carriera alla grande».    
Com’era Fellini sul set?
«Ineguagliabile. Capiva immediatamente il tuo io più segreto. E coglieva anche l’aspetto migliore di una persona. Tutti percepivano questa sua dote. Non potevi avere segreti per lui: era come se sapesse sempre che cosa provavi».
Con la nascita di sua figlia Deborah lei si fermò di nuovo.  
«Per ben otto anni. Quando sono tornata nessuno si ricordava più di me.  Sono ripartita da un programma alla radio alle sei di mattina. Poi pian piano è arrivato “Mixer” con Minoli. A lui devo molto. E anche a Maurizio Costanzo».
Come mai Costanzo?
«Perché fu lui, a un certo punto, a dire: “Guardate che la Milo è intelligente!” e improvvisamente sono diventata intelligente. Prima scrivevo proposte di programmi per la radio che nessuno prendeva in considerazione, poi è cambiato tutto».
Le pesava che la considerassero poco intelligente?
«Guardi, io non sono modesta. Non la capisco proprio la modestia. Mi sembra una forma di ipocrisia terribile. Uno lo sa che vale, se poi non lo sanno gli altri peccato. Non stavo a disperarmi per questo».
Le piaceva condurre «Piccoli fans?»
 «All’inizio l’avevo vissuto come un declassamento, ma Minoli mi disse che teneva molto a quel programma e aveva ragione. Oggi tutti lavorano in tv con i bambini, ma all’epoca no. Fui anche la prima a portare gli anziani in tv, i “nonni sprint”, e anche a trasmettere un matrimonio in diretta. Scrivevo molto, anche se poi a firmare i programmi erano altri».
Che voto si dà come attrice?
«Molto brava. Gliel’ho detto, io non sono modesta».
Il voto.
«10 più!».
Il suo film che ama di più?
«“La visita” di Antonio Pietrangeli, lo girai nel 1963».
E quello da cancellare?
«Ce ne sono talmente tanti...».
È vero che in «Totò nella luna» si rifiutò di baciare Ugo Tognazzi?
«Oh sì! Andai da Steno, il regista, e gli dissi: “Cambia la scena, io questo non lo bacio!”. Non mi piaceva. Tognazzi, che era un gran seduttore, si offese. Venne da me e mi disse: “Signorina, guardi che io i denti me li lavo tutti i giorni con il dentifricio”».
C’era qualche collega che invece baciava volentieri?
«Marcellooooooo! Parlo di Mastroianni, naturalmente!».
Oggi c’è in giro un’altra Sandra Milo?
«Sabrina Impacciatore. Ha un carattere simile al mio, è passionale, sognatrice, visionaria. Gran personaggio e grande donna».